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La plastica è diventata parte integrante della sanità moderna: guanti, siringhe, sacche per fluidi, dispositivi monouso. Materiali che garantiscono sicurezza e igiene, ma che generano anche un sistema lineare, costoso e ad alto impatto ambientale. Secondo il nuovo rapporto A Prescription for Change (Systemiq & Eunomia, settembre 2025), solo in Europa e Nord America il settore sanitario ha prodotto nel 2023 2,1 milioni di tonnellate di rifiuti plastici monouso, con 9,3 milioni di tonnellate di CO₂e emesse lungo la catena del valore . Senza interventi, al 2040 i rifiuti potrebbero superare 2,9 milioni di tonnellate e i costi crescere di oltre 20 miliardi di dollari l’anno .

Per questo la Campagna nazionale promossa da ISDE Italia per la prevenzione dei danni da plastica per la salute prevede, fra l’altro, schede di approfondimento proprio su queste tematiche, come:

Il costo dell’inazione

La dipendenza da plastica vergine, favorita dal basso costo, dalle normative sanitarie e da standard di sicurezza rigidi, rende il sistema sanitario fragile e poco sostenibile. Il Covid-19 ha amplificato il fenomeno: nel 2020 la produzione di DPI è aumentata del 40%, con 129 miliardi di mascherine e 65 miliardi di guanti consumati ogni mese .

Questa traiettoria non è compatibile con gli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi e rischia di minare la fiducia dei cittadini in istituzioni già sotto pressione .

Cinque leve per la svolta

Il rapporto individua cinque leve di circolarità e decarbonizzazione per invertire la rotta :

  1. Rifiutare, ripensare, ridurre: eliminare imballaggi ridondanti o prodotti sovrautilizzati.
  2. Riutilizzare: introdurre alternative durevoli come camici lavabili o vassoi in metallo.
  3. Sostituire i materiali: usare carta o compostabili dove possibile.
  4. Migliorare il riciclo: progettare dispositivi e imballaggi riciclabili, potenziare la raccolta dedicata.
  5. Acquistare plastiche a basse emissioni: prodotte con energie rinnovabili o integrate con CCS.

Tre scenari possibili

Gli analisti hanno modellato tre scenari fino al 2040 :

  • Business as Usual: crescita continua, senza cambiamenti sistemici.
  • Moderata ambizione: progressi frammentati e graduali.
  • Alta ambizione: trasformazione guidata da politiche coraggiose, riforme negli acquisti e cambiamenti culturali.

Nello scenario più ambizioso, il sistema sanitario potrebbe ridurre rifiuti plastici del 53% (1,6 milioni di tonnellate in meno all’anno) e tagliare le emissioni del 55% rispetto al 2040 “inerziale” . I risparmi economici stimati superano i 15 miliardi di euro l’anno, grazie a minori acquisti di materiali e costi di smaltimento .

Ostacoli da superare

Le barriere restano significative: norme che privilegiano il monouso, mancanza di infrastrutture per riuso e riciclo, costi iniziali elevati, cultura clinica legata alla “disposabilità” e frammentazione istituzionale . Servono dati migliori, governance integrata e investimenti in innovazione per rendere scalabili le soluzioni già sperimentate in diversi ospedali.

Un’opportunità di leadership

Il messaggio del rapporto è chiaro: la transizione non può attendere. Servono politiche coordinate, procurement verdi e comportamenti più sostenibili a ogni livello. In gioco non c’è solo la riduzione dei rifiuti, ma anche la resilienza dei sistemi sanitari, la sicurezza delle forniture e la credibilità del settore rispetto agli obiettivi climatici.

Il titolo scelto non è casuale: “A Prescription for Change” vuole essere una ricetta per una sanità che tuteli allo stesso tempo la salute delle persone e quella del pianeta.