Di Fabrizio Bianchi (comitato scientifico ISDE Italia) e Giambattista Mele (ISDE Basilicata)
Lo scorso 5 giugno è stata la Giornata Mondiale dell’Ambiente, ci dà l’occasione per tornare a parlare dell’indissolubile connubio tra l’inquinamento ambientale e la tutela della salute e in particolare dell’inquinamento prodotto dall’energia basata su fonti fossili e dei suoi “effetti collaterali”. Interveniamo mentre il governo nazionale ribadisce di voler raddoppiare le estrazioni petrolifere, il cui maggiore emungimento avviene proprio in Basilicata, che fornisce il 7-8% del fabbisogno nazionale e l’80% circa di tutto il petrolio estratto.
Nell’ambito del progetto LucAS, finanziato con 25 milioni di euro in 5 anni dalle compagnie petrolifere all’interno degli accordi “compensativi”, i primi dati emersi dalla valutazione della componente epidemiologica, coordinata dal Prof. Biggeri, restituiscono un quadro tanto impietoso quanto preoccupante della relazione Ambiente-Salute in tutte le aree critiche della nostra regione. I risultati preoccupanti, di cui abbiamo già scritto in precedenza, rappresentano una indicazione per le istituzioni preposte per avviare al più presto ad un serio programma di prevenzione primaria onde non aggravare ulteriormente la situazione sanitaria, in una regione dove la sanità pubblica vacilla per mancanza di fondi e di personale.
Va invece in direzione opposta l’atteggiamento del governo nazionale e della regione Basilicata che si appresterebbe ad autorizzare nuove e molteplici perforazioni, non tenendo in debito conto lo stato di salute già alterato e i possibili svantaggi per le economie locali. Ad esempio l’area della Val d’Agri è custode di almeno 7 prodotti IGP) per non parlare delle altre realtà quali il progetto “Aliano-La Petrosa” con la media e bassa Val d’Agri produttrice di ortaggi e frutta di prima qualità, oppure il Vultutre-Melfese per la produzione di aglianico e delle castagne. E’ chiaro non inserendo le valutazioni dei danni sanitari ne di quelli economici c’è una rinuncia alla assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni.
Dobbiamo constatare che l’Italia sta andando nella direzione opposta suggerita dall’Unione Europea e dalle esperienze di alcune società avanzate che stanno abbandonando il fossile per progettare un diverso futuro per le nuove generazioni fatto di energie rinnovabili.
Sono tanti i territori che, come la Val d’Agri hanno nel loro futuro una transizione da “economia fossile” a nuovi modelli di sviluppo, ma è il tempo a giocare un ruolo chiave. Gli esempi di aree che hanno intrapreso da tempo la transizione sono innumerevoli. Preferiamo invece non entrare nel merito delle transizioni rovesciate, come quella di ritorno al carbone foraggiata dall’amministrazione Trump, perché rispondono a soli interessi economici senza curarsi di nessun tipo di impatto ambientale e sanitario, locali, nazionali, globali.
· Il caso delle Asturie, nel nord della Spagna, rappresenta un importante esempio di transizione da un’economia basata sul carbone a un modello diversificato. Di fronte alla crisi del settore minerario, il territorio ha investito nella formazione, nel recupero ambientale, nella ricerca e nelle energie rinnovabili, avviando un percorso di trasformazione che, pur tra difficoltà, ha progressivamente ridotto la dipendenza da una singola risorsa. La loro esperienza mostra che la vera sfida non è soltanto chiudere una stagione industriale, ma costruire nuove opportunità a partire dalle competenze e dal patrimonio sociale accumulati.
· La Ruhr (Germania) è uno dei più celebri esempi di transizione da un’economia basata sul carbone. Dopo oltre un secolo di sviluppo industriale, che aveva lasciato in eredità inquinamento e degrado ambientale, il declino delle miniere fu affrontato con investimenti in ricerca, innovazione e recupero del territorio. Oggi l’ex miniera di Zeche Zollverein è patrimonio UNESCO e il fiume Emscher, un tempo canale industriale, è stato risanato, diventando simbolo della rigenerazione della regione.
· Il bacino minerario francese del Nord-Pas-de-Calais è un altro caso emblematico. Per oltre 270 anni il carbone ha dominato l’economia locale. Dopo la chiusura delle miniere, il territorio ha investito nella cultura e nella rigenerazione urbana. L’apertura del Louvre-Lens nel 2012 è diventata il simbolo di una nuova identità territoriale.
La nostra riflessione riguarda da vicino anche il Sulcis e la Val d’Agri: territori che hanno vissuto rispettivamente la monocultura del carbone e quella del petrolio e che, in un contesto di crisi climatica e transizione energetica, sono chiamati a costruire nuove traiettorie di sviluppo fondate sulla conoscenza, sulla tutela dell’ambiente e sulle energie rinnovabili.
Il carbone ieri, il petrolio oggi, la transizione verso energie rinnovabili e pulite è un destino ineluttabile, ma è il fattore tempo che gioca a favore o contro questo destino. Se si programma e si agisce subito si accelera la transizione, prevenendo danni ambientali e sanitari ulteriori, altrimenti si continuerà a produrre danni, solitamente osservati in ritardo a causa di studi dilazionati a dismisura nel tempo.
In questi luoghi “bisognosi di transizione”occorre mettere la prevenzione al primo posto, e non solo quella sui fattori di rischio individuali ma anche e soprattutto la prevenzione primaria dei rischi ambientali.
Come recentemente raccomandato dall’epidemiologo di fama internazionale David Kriebel al congresso dell’Associazione Italiana di Epidemiologia: gli articoli di epidemiologia non dovrebbero concludersi con la frase “Sono necessarie ulteriori ricerche”, come invece spesso accade.
Non solo perché la consueta «cautela» scientifica compromette la credibilità dei ricercatori agli occhi dell’opinione pubblica e fornisce argomenti a chi attacca con cinismo la salute pubblica. La proposizione “sono necessarie ulteriori ricerche” è senz’altro cauta, ma bisogna chiedersi nei confronti di chi? degli investigatori? o della salute pubblica? La domanda quindi non è: «Sappiamo abbastanza per affermare che un certo fattore X causa una malattia Y», bensì: «Sappiamo abbastanza per agire come se X causasse Y?». Questa impostazione chiarisce che non possiamo valutare il peso delle prove senza sapere perché vogliamo conoscere, quali sono le opzioni su cui scegliere e avendo chiaro che per gli operatori pubblici significa operare dalla parte dei cittadini.
Questo è l’unico modo che conosciamo – secondo scienza e coscienza – per dare un contributo forte alla discussione su cosa fare per avviare con urgenza una fase di transizione in Val d’Agri, rispettosa dei diritti ad un ambiente non inquinato e una salute per tutti i cittadini di oggi e per le future generazioni, in sintonia con l’art. 9 della Costituzione repubblicana.
