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Nella sessione “Translating Science into Policy”, ISDE analizza le distorsioni che impediscono all’Italia di trasformare i dati in tutela della salute.

È stata una delle sessioni più attese e politicamente dense dell’intero Congresso: “Translating Science into Policy”, moderata da Francesco Romizi, ha affrontato il nodo più cruciale — e spesso rimosso — della salute ambientale contemporanea: perché, nonostante le evidenze scientifiche siano ormai schiaccianti, le politiche pubbliche tardano così tanto ad adeguarsi?

In questo quadro l’intervento di Fabrizio Bianchi, epidemiologo del CNR, ha offerto una mappa precisa e documentata dei meccanismi che oggi ostacolano la traduzione della conoscenza in decisioni efficaci. Una relazione che ha parlato non solo al mondo scientifico, ma anche alle istituzioni e ai cittadini presenti in sala.

Perché la scienza non entra nelle decisioni? L’analisi delle distorsioni

La scienza informa, ma la politica decide tra valori”, ha ricordato Bianchi citando la Royal Society.
Il problema nasce quando i valori politici prevalgono fino a distorcere o neutralizzare le evidenze.

Tre le storture più gravi evidenziate:

1. La “pre-cooking expertise”

È il fenomeno — purtroppo molto diffuso in Italia — in cui gli “esperti” vengono coinvolti a posteriori, non per orientare la decisione ma per giustificarla una volta presa.
Accade quando comitati tecnici sono scelti sulla base della vicinanza politica o quando la scienza viene usata come strumento di legittimazione, non di orientamento.

2. Assenza di governance della competenza

Non esistono procedure trasparenti e stabili per nominare gli esperti, verificare conflitti di interesse, rendere pubblici pareri e documenti preliminari.
La macchina decisionale italiana soffre di una fragilità strutturale: non ha un sistema di trasmissione stabile tra scienza e politica”.

3. Inadeguata comunicazione e gestione dell’incertezza

La pandemia ha mostrato quanto sia cruciale distinguere tra:

  • lo scienziato, che produce conoscenza validata;
  • l’esperto, che traduce quella conoscenza in contesti decisionali.

Ma in Italia questi ruoli sono spesso confusi, alimentando sfiducia e polarizzazione.

OMS, Royal Society e Commissione Europea: i modelli da seguire

Bianchi ha illustrato le raccomandazioni internazionali per una governance trasparente della scienza:

  • criteri pubblici di competenza;
  • dichiarazioni obbligatorie di conflitti di interesse;
  • comitati consultivi indipendenti dalla pressione politica;
  • regolazione chiara della comunicazione del rischio;
  • accesso pubblico ai documenti decisionali;
  • inclusione strutturata di cittadini e società civile.

Una politica senza scienza è cieca. Una scienza senza politica è muta”, ha sintetizzato.

Technologies of humility: non basta chiedersi cosa possiamo fare, ma cosa dobbiamo fare

La parte più filosofica — e più rilevante per ISDE — della relazione si è basata sul lavoro di Sheila Jasanoff, teorica della “democrazia della scienza”.
Per Bianchi, l’Italia ha bisogno di istituzioni che non chiedano soltanto: “Quali tecnologie possiamo implementare?” ma soprattutto: “Quali tecnologie sono giuste, necessarie, etiche, desiderabili?”

Le technologies of humility implicano partecipazione dei cittadini, trasparenza radicale, revisione costante dei limiti del sapere scientifico, capacità di dire “non sappiamo” senza perdere credibilità.

Citizen Science: i cittadini come co-produttori di conoscenza

Un passaggio centrale del suo intervento ha riguardato la Citizen Science, che Bianchi non considera come semplice raccolta dati, ma come nuovo paradigma democratico: “I cittadini non sono strumenti, ma partner epistemici”. Questo approccio:

  • aumenta la fiducia nelle istituzioni;
  • migliora la qualità dei dati ambientali;
  • rafforza la prevenzione;
  • avvicina scienza e politica in modo trasparente.

Progetti come quelli su pesticidi, qualità dell’aria, siti contaminati e monitoraggio civico — presentati nelle sessioni parallele dell’ultima giornata — sono esempi concreti del valore di questo modello.

Nel contesto della sessione: verso una nuova alleanza scienza–politica–società

L’intervento di Bianchi ha dialogato con quello di:

  • Samantha Pegoraro (OMS), sul ruolo del settore sanitario nelle politiche climatiche;
  • Giuseppe BortonePaolo Lauriola e Guido Giustetto, che hanno evidenziato il ruolo delle agenzie, dell’epidemiologia ambientale e degli ordini professionali;
  • Ferdinando Laghi, che ha richiamato l’importanza dell’indipendenza scientifica nella medicina ambientale.

La sessione ha mostrato un punto chiave del Congresso ISDE 2025:
👉 la prevenzione sanitaria non è un problema tecnico, ma politico.

Bianchi lo ha ribadito con forza:
Finché l’evidenza scientifica non sarà parte stabile e non negoziabile della decisione pubblica, continueremo a rincorrere le emergenze invece di prevenirle.”

Un messaggio per il futuro: fare della scienza un bene comune

L’intervento si è concluso con un appello a costruire un modello italiano stabile di governance scientifica, capace di:

  • garantire indipendenza,
  • affrontare l’incertezza,
  • valorizzare la multidisciplinarità,
  • includere cittadini e comunità,
  • rendere visibili i processi decisionali.

La scienza deve diventare un bene comune, non un accessorio del potere. Solo così potrà davvero proteggere la salute”.

La sessione “Translating Science into Policy” si è rivelata uno dei momenti più significativi del Congresso: un invito a ripensare radicalmente il rapporto tra dati, politica e democrazia sanitaria.

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