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L’antimicrobico-resistenza (AMR) è una delle più gravi minacce alla salute pubblica del XXI secolo. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il carico sanitario delle infezioni resistenti è ormai paragonabile a quello di HIV e malaria, con oltre 35.000 decessi l’anno in Unione europea, Islanda e Norvegia, e scenari futuri che stimano fino a 1,9 milioni di morti attribuibili entro il 2050.

In questo quadro, un ambito ancora poco compreso ma cruciale è il ruolo dell’ambiente — in particolare delle acque superficiali — nella diffusione dei batteri resistenti e dei geni che conferiscono resistenza agli antimicrobici. Un nuovo briefing dell’Agenzia europea per l’ambiente (EEA) chiarisce perché l’Europa deve dotarsi con urgenza di un sistema strutturato di monitoraggio ambientale dell’AMR, integrato nella cornice One Health.

Perché le acque superficiali contano nella diffusione dell’AMR

L’ambiente, soprattutto i corpi idrici, può diventare un serbatoio di microrganismi resistenti e un luogo in cui i geni di resistenza si trasferiscono tra specie batteriche. A contribuire a questo processo sono:

  • scarichi ospedalieri e urbani;
  • reflui industriali, inclusi quelli farmaceutici;
  • uso zootecnico e agricolo di antibiotici, fertilizzanti organici e fanghi;
  • processi naturali accelerati da inquinamento e temperatura.

Sebbene antibiotici e batteri resistenti siano presenti anche naturalmente, è l’intensità e la continuità delle pressioni antropiche a renderli un rischio crescente per la salute umana e animale.

L’Europa si muove: direttive e nuove obbligazioni di monitoraggio

L’Unione europea ha riconosciuto che senza una forte componente ambientale la battaglia contro l’AMR resta incompleta. Tra le misure più significative:

  • Piano d’azione One Health dell’UE e Raccomandazione del Consiglio (2023): oltre 70 azioni coordinate tra salute umana, animale e ambiente.
  • Direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane (2024): introduce l’obbligo di monitorare AMR negli scarichi urbani entro il 2030.
  • Riforma della Direttiva quadro sulle acque: apre alla possibilità di includere indicatori AMR nelle watch list europee.
  • Regolamento sul riuso delle acque (2020): ammette la considerazione dell’AMR come requisito di sicurezza aggiuntivo.

L’impianto normativo europeo sta dunque convergendo verso un approccio coerente in cui l’ambiente non è più un “punto cieco” ma una componente essenziale della sorveglianza AMR.

Il contributo della rete Eionet: il primo tentativo europeo di monitoraggio armonizzato

Tra il 2023 e il 2025, un gruppo di lavoro composto da rappresentanti di 14 Paesi membri di Eionet ha sviluppato e testato il primo approccio europeo armonizzato per il monitoraggio AMR nelle acque superficiali.

La metodologia comprendeva:

  • indicatori comuni, sia batterici (E. coli, ESBL-producing E. coli) sia genetici (intl1, sul1, tetW, blaCTX-M1, vanA, ermB ecc.);
  • analisi tramite qPCR e colture batteriche;
  • materiale di riferimento standardizzato per calibrare i risultati dei diversi laboratori;
  • template di raccolta dati basato sui flussi informativi di qualità delle acque dell’EEA (WISE-6).

I risultati principali

Il monitoraggio condotto in impianti di depurazione e tratti di fiume a monte e valle degli scarichi ha evidenziato che:

  • le concentrazioni più elevate di geni di resistenza e batteri resistenti si trovano negli ingressi dei depuratori;
  • gli impianti rimuovono fino al 99% di alcuni indicatori, ma quantità significative sono comunque presenti negli scarichi trattati;
  • i fiumi a valle dei depuratori presentano una chiara impronta AMR, confermando il ruolo dei reflui come vettore ambientale;
  • le capacità di analisi variano fortemente tra gli Stati, rendendo necessario un rafforzamento coordinato delle infrastrutture di monitoraggio.

Le sfide da affrontare

Il briefing sottolinea una serie di criticità che devono essere risolte per rendere operativo un sistema europeo di sorveglianza ambientale AMR:

  • definire obiettivi chiari (protezione della salute pubblica, verifica dell’efficacia dei trattamenti, controllo della qualità dei reflui…);
  • armonizzare metodi e protocolli per rendere i dati confrontabili;
  • assicurare qualità e tracciabilità mediante materiali di riferimento e controlli interlaboratorio;
  • creare una piattaforma centralizzata di raccolta e condivisione dati, coerente con gli standard One Health;
  • rafforzare le capacità dei Paesi con minore esperienza, grazie allo scambio di competenze maturate nei settori umano, veterinario e alimentare.

Perché questo tema riguarda anche la salute pubblica italiana

L’Italia, come tutti i Paesi ad alta densità urbana e produttiva, presenta:

  • depuratori spesso sovraccarichi;
  • settori agricoli che fanno uso significativo di antimicrobici;
  • bacini idrografici esposti alla pressione di scarichi urbani e industriali;
  • una mortalità da AMR tra le più alte d’Europa.

Integrare il monitoraggio ambientale nella sorveglianza nazionale AMR è quindi un passo strategico per prevenire rischi sanitari, tutelare la sicurezza alimentare e rafforzare le politiche idriche e climatiche.

Conclusione: l’ambiente non è un settore marginale, ma un tassello essenziale della strategia AMR

Il messaggio dell’EEA è chiaro: senza includere l’ambiente, l’approccio One Health rimane incompleto. Monitorare l’AMR nelle acque superficiali permette di:

  • individuare hotspot e trend;
  • valutare l’efficacia dei trattamenti e delle politiche di gestione dei reflui;
  • riconoscere precocemente nuovi geni e vettori di resistenza;
  • proteggere la salute delle comunità umane e degli ecosistemi.

Per ISDE, impegnata da anni sul legame tra salute e ambiente, questa analisi conferma l’urgenza di integrare le politiche ambientali nelle strategie di prevenzione sanitaria: la salute delle persone dipende sempre più da ciò che accade nei nostri fiumi, nei nostri mari, nei nostri impianti di trattamento delle acque.