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Fabrizio Bianchi: «Serve un salto di qualità: medici di famiglia e pediatri possono diventare nodi di una nuova epidemiologia partecipata»

Formare i medici sui rapporti tra ambiente e salute è indispensabile, ma non basta. La sfida adesso è trasformare le competenze maturate negli anni in una rete capace di osservare ciò che accade nei territori, intercettare segnali di rischio e collegare assistenza, epidemiologia, prevenzione e partecipazione dei cittadini.

È il possibile salto di qualità dei Medici Sentinella per l’Ambiente, al centro della riflessione avviata recentemente da Fabrizio Bianchi insieme ad Agostino Di Ciaula e Roberto Romizi. Un modello nel quale medici di medicina generale e pediatri di libera scelta non diventano epidemiologi o tossicologi ambientali, ma utilizzano la loro posizione privilegiata dentro il Servizio sanitario e nelle comunità per contribuire alla conoscenza dei problemi ambientali e, soprattutto, alla loro prevenzione.

In questa intervista Fabrizio Bianchi, epidemiologo e da molti anni impegnato nello studio delle relazioni tra ambiente e salute, nonché componente del comitato scientifico di ISDE Italia, spiega come potrebbe funzionare concretamente questa evoluzione: una rete territoriale collegata ai Dipartimenti di prevenzione e ai sistemi ambientali e sanitari, capace di lavorare su problemi come ondate di calore, inquinamento atmosferico, PFAS, siti industriali e altre esposizioni ambientali.

Al centro c’è l’idea dell’epidemiologia partecipata: non semplicemente comunicare ai cittadini i risultati degli studi, ma coinvolgere professionisti sanitari, ricercatori, servizi pubblici, associazioni e comunità nell’individuazione dei problemi, nella produzione e interpretazione delle conoscenze e nella loro trasformazione in azioni concrete.

L’obiettivo è ambizioso: fare uscire il Medico Sentinella per l’Ambiente dalla dimensione di un progetto affidato soprattutto alla sensibilità individuale e farne una componente organizzata della sanità territoriale e della prevenzione primaria.

Dottor Bianchi, nel recente intervento con Agostino Di Ciaula e Roberto Romizi (https://www.isdenews.it/dallesperienza-di-torino-a-una-nuova-fase-dei-medici-sentinella-per-lambiente/) sostenete che i medici sentinella per l’ambiente potrebbero avere un ruolo importante nell’epidemiologia partecipata. Possiamo approfondire?


È un tema importante che merita attenzione, soprattutto per capire come rendere pienamente operativo il medico sentinella per l’ambiente, . Finora questa intuizione ha prodotto soprattutto formazione, sensibilizzazione e scambi di esperienze: attività utili, ma non sufficienti a costruire una rete capace di incidere stabilmente sulla pratica sanitaria e sulla salute delle comunità. E’ stato toccato solo marginalmente il tema del ruolo dei medici per l’ambiente nell’epidemiologia pubblica, limitandolo al contributo – a volte di grande rilievo – dato in autonomia o insieme a associazioni e comitati ma non integrato nel sistema sanitario e della prevenzione.
È quindi necessario capire quali barriere organizzative, culturali e professionali abbiano impedito il passaggio dalla formazione all’azione, per valorizzare quanto fatto e portarlo a una fase nuova.


Quale dovrebbe essere questo salto di qualità?
Il primo passaggio riguarda la dimensione. Ambiente e salute non possono essere competenza di una nicchia di medici motivati, per quanto preziosi. Serve una consapevolezza ambientale diffusa nell’intero sistema sanitario, coinvolgendo medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, specialisti e altri professionisti.
Ce lo impongono il dilagare degli effetti del cambiamento climatico, l’inquinamento, le trasformazioni tecnologiche in atto, in particolare la supremazia che sta assumendo l’intelligenza artificiale, ma soprattutto il permanere delle disuguaglianze ambientali e sociali di salute. Occorre quindi un programma ampio e articolato che, accanto alla convegnistica e alla formazione, che – nonostante gli sforzi – ha fino ad oggi coinvolto un numero ristretto di MMG e PLS, preveda progetti concreti capaci di “mordere” sul territorio.


Chi potrebbe promuoverlo?
Un ruolo primario lo ha senza alcun dubbio la FNOMCeO, che ha creduto nell’esperienza dei medici sentinella e possiede una capacità di coinvolgimento della professione difficilmente sostituibile. Occorre però passare dalla sensibilizzazione a programmi continuativi, con obiettivi, strumenti operativi, reti territoriali e valutazione dei risultati.
Esistono già esperienze da cui partire, come i progetti ISDE su PFAS, microplastiche e inquinamento atmosferico, che hanno la caratteristica di essere nazionali ma radicati in esperienze locali. La sfida è di non moltiplicare iniziative isolate ma inserirle in una cornice sistemica, articolata su iniziative partecipate dai portatori di interessi con approccio One-Health.

Ed è qui che entra in gioco l’epidemiologia partecipata?
Esattamente, ma in senso concreto. Partecipazione non significa solo informare i cittadini sui risultati di uno studio concluso o fare advocacy su ambiente e salute, ma significa anche coinvolgere operatori sanitari, servizi di prevenzione, ricercatori, cittadini e associazioni nell’identificazione dei problemi, nella formulazione delle domande, nella produzione e interpretazione delle conoscenze e nella loro traduzione in azioni preventive.
MMG e PLS occupano una posizione strategica: sono dentro il servizio sanitario e dentro la comunità, molto di più di altre figure distali. Conoscono e curano persone, famiglie, patologie, condizioni sociali e caratteristiche dei territori e questa prossimità è un patrimonio epidemiologico ancora sottoutilizzato, non certo per trasformare il medico di famiglia in un epidemiologo o tossicologo ambientale, ma di metterlo in condizione di riconoscere segnali, porre domande appropriate, contribuire a protocolli condivisi e sapere come trasmettere informazioni rilevanti ai pazienti e dai pazienti verso il sistema sanitario, troppo spostato sulla cura dell’individuo rispetto alla prevenzione collettiva.


Come potrebbe funzionare concretamente una rete di questo tipo?
Il “medico sentinella” non dovrebbe rimanere una figura isolata. Occorre una rete di sentinelle inserita in un’infrastruttura epidemiologica territoriale, tra l’altro in via di sviluppo nell’ambito della creazione del sistema integrato ambientale e sanitario, nazionale e regionale (SNPA-SNPS e SRPA-SRPS).
Una collaborazione strutturata fra MMG, PLS e Dipartimenti di prevenzione, anche attraverso le Case e Ospedali di comunità, potrebbe sperimentare protocolli semplici su problemi specifici: effetti delle ondate di calore, riacutizzazioni respiratorie legate all’inquinamento, esposizione a PFAS e altri contaminanti, condizioni sanitarie vicino a siti industriali, biomonitoraggio o citizen science (cittadinanza scientifica come coniato da Pietro Greco) quando appropriati.
Non serve necessariamente un nuovo sistema di raccolta dati: molte informazioni esistono già; bisogna collegarle, interpretarle tempestivamente e soprattutto trasformare il dato in azione. Naturalmente se servono ulteriori dati chi meglio dei MMG e PLS possono contribuire?


Quale potrebbe essere il rapporto con i cittadini?
Il medico sentinella può diventare un attore dell’epidemiologia partecipata, ma non può farlo in solitudine o in piccoli gruppi. I progetti possono partire da dati disponibili o da un problema percepito dalla comunità o anche da alcuni degli assistiti, verificare le conoscenze esistenti, produrre eventualmente nuove informazioni, discuterne i risultati con cittadini e istituzioni e individuare le azioni conseguenti.
L’epidemiologia partecipata non dovrebbe fermarsi alla produzione condivisa della conoscenza, ma chiedersi che cosa quella conoscenza permette di fare.
Sul piano individuale può migliorare informazione, identificazione dei soggetti vulnerabili e prevenzione secondaria, ad iniziare dal rafforzamento degli screening in oncologia. Sul piano collettivo deve rafforzare soprattutto la prevenzione primaria, riducendo le esposizioni e intervenendo sulle loro cause. Altrimenti rischieremmo di individuare meglio gli effetti dell’inquinamento senza incidere sull’inquinamento stesso. 


Quindi il medico sentinella non dovrebbe limitarsi a segnalare un problema e a discuterne in ambiti limitati?
No, il suo valore sta nel diventare un nodo di connessione tra assistenza, epidemiologia, prevenzione e comunità.
La sequenza dovrebbe essere: osservare, condividere, interpretare, approfondire quando necessario e contribuire all’azione preventiva. L’epidemiologia partecipata non è una disciplina meno rigorosa perché partecipata, ma un’epidemiologia capace di integrare competenze diverse, formulare meglio le domande e utilizzare più efficacemente i risultati.
Da dove bisognerebbe cominciare?
L’orizzonte è quello di costruire una grande rete nazionale, ma per perseguirlo sono convinto che occorra scegliere alcuni problemi e territori, definire protocolli comuni e coinvolgere FNOMCeO e Ordini provinciali, MMG e PLS, Dipartimenti di prevenzione, società scientifiche, ISDE, ricercatori e associazioni dei cittadini. Alcuni di queste esperienze sono già state svolte o sono in corso.
Progetti reali, con domande precise, responsabilità definite, dati utilizzabili, restituzione pubblica e indicatori per valutarne gli effetti su conoscenza, prevenzione e salute.
Se funzionano, questi progetti diventano essi stessi formazione “viva”: si impara a essere medici sentinella facendo epidemiologia e prevenzione sul territorio, e tutto alimenta corsi di formazione basati sull’esperienza.

Dopo aver costruito sensibilità e competenze, la sfida è passare dalla formazione di pochi a una rete operativa. In una fase segnata dalla crisi climatica, da profonde disuguaglianze ambientali e dalla crisi del servizio sanitario, il medico per l’ambiente diventa sentinella se è una componente importante della sanità territoriale, ma deve uscire dalla dimensione del progetto culturale e diventare una pratica organizzata di sanità pubblica.
La sfida oltrepassa il come formare medici già consapevoli del rapporto tra ambiente e salute e si traguarda su come mettere quella consapevolezza nelle condizioni di consolidare la stretta relazione tra alfabetizzazione su ambiente e salute e prevenzione, e farlo in modo diffuso. 

Mi sembrano obiettivi molto sfidanti, non crede?

Ne sono consapevole ma credo che sia quello che serve, naturalmente da realizzare dandosi tempo ma anche strumenti e alleanze, ad iniziare dalle società scientifiche impegnate non solo sulla cura ma anche sulla prevenzione.