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L’Italia è oggi uno dei Paesi più longevi al mondo, ma questo risultato è il frutto di una trasformazione profonda e lunga oltre un secolo. I dati diffusi da ISTAT raccontano una vera e propria rivoluzione sanitaria, sociale ed epidemiologica: da un Paese segnato da alta mortalità e basse aspettative di vita a una società caratterizzata da longevità diffusa, ma anche da nuove sfide legate all’invecchiamento.

Dalla sopravvivenza alla longevità

Nei primi anni dopo l’Unità d’Italia, la speranza di vita era tra le più basse d’Europa: appena 29,8 anni nel 1872. Oggi, invece, le donne raggiungono in media 86,3 anni (2023), mentre per gli uomini si arriva a oltre 81 anni.

Un miglioramento straordinario, reso possibile da fattori chiave:

  • progressi nella medicina
  • miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie
  • alimentazione più adeguata
  • introduzione del sistema sanitario universalistico

Anche la mortalità infantile testimonia questo salto storico: nel 2023 si registrano appena 2,7 decessi ogni 1.000 nati vivi, uno dei valori più bassi al mondo.

La transizione epidemiologica

Se a fine Ottocento le malattie cardiovascolari rappresentavano solo il 6–8% delle cause di morte, oggi sono diventate la principale causa, arrivando al 30% nel 2023.

Questo cambiamento è legato alla cosiddetta transizione epidemiologica: con l’aumento della longevità diminuiscono le malattie infettive e aumentano quelle cronico-degenerative.

Tra queste:

  • malattie cardiovascolari
  • diabete
  • ipertensione
  • patologie legate all’invecchiamento

Un Paese che invecchia (e convive con più malattie)

L’Italia è oggi uno dei Paesi più anziani al mondo. Nel 2025 si stimano circa 13 milioni di persone con multimorbilità, cioè affette da più patologie croniche contemporaneamente.

Un dato che rappresenta una sfida centrale per il sistema sanitario.

Alcuni segnali sono contrastanti:

  • migliora la salute percepita (dal 8% di persone in cattiva salute nel 1995 al 5,5% nel 2025)
  • ma aumentano patologie come diabete e ipertensione

In particolare:

  • diabete: dal 2,9% nel 1980 al 6,4% nel 2025
  • ipertensione: dal 6,4% al 18,9% nello stesso periodo

Questi trend riflettono:

  • l’invecchiamento della popolazione
  • stili di vita poco salutari
  • una maggiore capacità diagnostica

Stili di vita: meno fumo, più obesità

Un dato positivo riguarda il fumo: nel 1980 fumava oltre la metà degli uomini (54,3%), mentre oggi sono meno di uno su quattro (22,9%). Anche tra le donne i livelli sono relativamente contenuti.

Più preoccupante invece la crescita dell’obesità:

  • dal 5,9% nel 1990
  • all’11,6% nel 2025

Un fenomeno che colpisce soprattutto:

  • uomini
  • persone con minore livello di istruzione
  • residenti nel Mezzogiorno

Particolarmente critica è la situazione tra i più giovani, con livelli di sovrappeso e obesità infantile superiori alla media europea.

Disuguaglianze territoriali ancora forti

Nonostante i progressi complessivi, persistono importanti differenze tra territori. Le regioni del Mezzogiorno continuano a registrare livelli di salute peggiori e una minore aspettativa di vita rispetto al Centro-Nord.

Un divario che riflette:

  • condizioni socioeconomiche
  • accesso ai servizi sanitari
  • fattori ambientali e stili di vita

Una nuova agenda per la salute

Il quadro delineato dall’ISTAT evidenzia una trasformazione positiva ma incompleta. Se il passato è stato segnato dalla lotta contro mortalità e malattie infettive, il futuro richiede politiche capaci di affrontare:

  • l’invecchiamento della popolazione
  • la gestione delle malattie croniche
  • la prevenzione attraverso stili di vita sani
  • la riduzione delle disuguaglianze territoriali

La sfida non è più solo vivere più a lungo, ma vivere meglio e in salute, garantendo equità e sostenibilità al sistema sanitario.