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Quando discutiamo del costo dell’energia sappiamo quasi sempre dove guardare. Alla bolletta di una famiglia, al conto economico di un’impresa, al prezzo del gas, al costo di un megawattora. È comprensibile. Sono numeri visibili, arrivano ogni mese e qualcuno deve pagarli. Esiste però un’altra bolletta dell’energia che non arriva mai. O, più precisamente, arriva a qualcuno senza portare scritto sopra il nome di ciò che l’ha prodotta.

Giovanni Ghirga, su ISDE News, ha ricordato un punto essenziale nel dibattito sul possibile arretramento del Green Deal. La transizione ha un costo, ma anche l’inquinamento, la malattia e il danno climatico sono costi sociali, spesso non incorporati nel prezzo dei combustibili fossili.

È una distinzione che dovrebbe cambiare il modo stesso in cui discutiamo di energia.

Se una tecnologia richiede investimenti nelle reti, negli accumuli o nel bilanciamento, contabilizziamo quelle spese come costo della transizione. Se l’inquinamento atmosferico contribuisce invece alla malattia di migliaia di persone, il denaro necessario per curarle compare nel bilancio della sanità. Le giornate di lavoro perdute finiscono altrove. L’assistenza di una persona diventata fragile può ricadere sulla famiglia. I danni provocati da un evento meteorologico estremo vengono conteggiati ancora in un’altra voce.

Il costo non è scomparso. Abbiamo soltanto cambiato il soggetto che riceve la fattura.

È forse questo uno dei problemi politici più difficili della transizione ecologica. I suoi costi sono immediatamente riconoscibili, mentre una parte dei suoi benefici consiste nell’evitare costi che avremmo sostenuto in futuro. Spendere oggi cento per impedire di spendere domani duecento continua ad apparirci come una spesa di cento. I duecento che non spenderemo non compariranno mai in un bilancio.

Il meccanismo funziona anche al contrario. Rinviare un investimento può produrre un vantaggio immediato, ma non significa necessariamente aver risparmiato. Ghirga ricorda che gli eventi meteorologici e climatici estremi hanno prodotto in Europa perdite economiche stimate in 822 miliardi di euro tra il 1980 e il 2024, oltre 208 miliardi soltanto tra il 2021 e il 2024. Sono cifre che non consentono di attribuire ogni singolo danno al cambiamento climatico, ma rendono difficile continuare a considerare l’inazione come l’opzione gratuita.

Lo stesso vale per la salute.

Da molti anni lavoro e scrivo accanto a persone malate, persone con disabilità e famiglie impegnate nella cura. In quei luoghi si comprende molto bene quanto sia ingannevole la parola “costo” quando la si osserva soltanto attraverso la contabilità pubblica. Una parte enorme della cura non appare in nessun bilancio sanitario. Ha il volto di un familiare che riduce il proprio lavoro, rinuncia a una parte del reddito, organizza le giornate intorno all’assistenza. Non per questo quella cura è gratuita.

Con l’ambiente accade qualcosa di simile. Ciò che non viene contabilizzato non cessa di esistere.

Questo non significa sostenere che qualunque investimento ambientale sia economicamente giustificato. Sarebbe una scorciatoia uguale e contraria a quella di chi considera ogni misura climatica un ostacolo alla competitività. Le reti costano, gli accumuli costano, l’elettrificazione dei processi industriali costa. E una politica climatica che producesse deindustrializzazione senza diminuire le emissioni globali avrebbe fallito anche il proprio obiettivo ambientale. È proprio uno dei problemi messi in evidenza dall’analisi pubblicata da ISDE News: l’Europa può perdere industria decarbonizzando senza una politica industriale oppure conservare temporaneamente produzione e consenso rinviando la trasformazione.

Ma allora abbiamo bisogno di una contabilità più adulta.

Quando confrontiamo due politiche energetiche non possiamo mettere da una parte tutti i costi della trasformazione e dall’altra soltanto il prezzo di mercato dell’energia esistente. Dobbiamo provare a confrontare sistemi con sistemi. Investimenti con investimenti, dipendenze con dipendenze, effetti sanitari con effetti sanitari, costi presenti con costi futuri.

Soprattutto dovremmo domandarci chi paga.

Perché una scelta può essere conveniente per un’impresa e costosa per una comunità. Può diminuire una bolletta energetica e aumentare quella sanitaria. Può evitare oggi un investimento pubblico e consegnare domani una spesa a una famiglia. Può proteggere un settore produttivo trasferendo su altri il costo ambientale della sua sopravvivenza.

La transizione ecologica perderà consenso se chiederà alle persone di sostenere sacrifici senza spiegare chi ne beneficia. Ma rischierà di perderlo anche se continueremo a raccontare soltanto i costi che hanno un prezzo immediatamente visibile.

Forse dovremmo cominciare proprio da qui. Ogni volta che qualcuno ci dice quanto costa cambiare il nostro sistema energetico, dovremmo chiedergli quanto costa non cambiarlo.

E soprattutto a chi arriverà quella bolletta.

Fabio Cavallari (scrittore e autore di oltre trenta libri, molti dei quali nati dal lavoro accanto a persone fragili, malati, famiglie e luoghi della cura)