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Il ciclone Harry, che tra il 19 e il 22 gennaio 2026 ha colpito duramente Calabria, Sicilia, Sardegna, Malta e Tunisia, rappresenta un segnale concreto della nuova realtà climatica con cui istituzioni, tecnici e cittadini dovranno confrontarsi nei prossimi decenni. È quanto sostiene Mario Carmelo Cirillo, già direttore del Dipartimento per la Valutazione, i controlli e la sostenibilità ambientale di ISPRA, nonché componente del Comitato scientifico di Isde Italia, in un approfondimento pubblicato sulla rivista Out of Fire dei Vigili del Fuoco di Roma.  

Secondo Cirillo, eventi come alluvioni, frane, mareggiate, incendi e tempeste non sono una novità nella storia del nostro Paese, caratterizzato da una naturale fragilità geologica. Tuttavia, alla vulnerabilità del territorio si sommano decenni di consumo di suolo, cementificazione, disboscamento e insufficiente manutenzione. A tutto questo si aggiunge oggi il cambiamento climatico, che aumenta l’intensità degli eventi estremi e ne amplifica gli effetti distruttivi.  

L’analisi richiama uno studio di attribuzione climatica secondo cui il ciclone Harry è stato reso più intenso dal riscaldamento globale di origine antropica. I venti, che hanno superato localmente i 150 km/h, sarebbero stati fino al 15% più forti a causa del cambiamento climatico. Considerando che l’energia associata al vento cresce con il quadrato della velocità, ciò si traduce in un surplus energetico stimato intorno al 32%, con conseguenze rilevanti per infrastrutture costiere, edifici e opere di difesa.  

Per l’autore è quindi necessario aggiornare i criteri di progettazione, monitoraggio e manutenzione delle infrastrutture, adottando una pianificazione “climate-proof” capace di tenere conto degli scenari climatici futuri e non soltanto delle condizioni osservate nel passato. Un tema particolarmente rilevante per le opere strategiche destinate a durare decenni, o addirittura secoli.  

L’articolo evidenzia inoltre come il riscaldamento del Mediterraneo favorisca cicloni simil-tropicali (Medicane) più intensi e come il rapido riscaldamento dell’Artico stia modificando il comportamento della corrente a getto polare, aumentando la probabilità di eventi meteorologici persistenti e di fenomeni estremi sia di caldo sia di freddo.  

Particolare attenzione viene dedicata agli incendi boschivi. Temperature elevate, siccità prolungate e venti più intensi stanno creando condizioni sempre più favorevoli a roghi di grande estensione e difficili da controllare. Secondo Cirillo, il superamento sempre più frequente del cosiddetto “punto di crossover”, oltre il quale un incendio cresce in modo esponenziale, rende gli interventi di spegnimento molto più complessi e pericolosi.  

La conclusione è netta: la crisi climatica non rappresenta una minaccia futura ma una realtà già in corso che sta cambiando profondamente il modo in cui si manifestano i disastri naturali. Per chi si occupa di prevenzione, protezione civile e soccorso, le sfide dei prossimi anni saranno molto più impegnative rispetto a quelle del passato recente. Come scrive l’autore, siamo ormai entrati nell’“Età del fuoco”.