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Nell’ultima giornata del Congresso nazionale dei Medici per l’Ambiente, a Sansepolcro, presentati contributi su cambiamenti climatici e sostenibilità sanitaria, agricoltura biologica, pianificazione urbana, campi elettromagnetici, cooperazione internazionale e tutela delle acque dall’arsenico. Un confronto che mette al centro il passaggio dalla ricerca scientifica alle politiche di prevenzione e alla partecipazione delle comunità.

Come rendere il sistema sanitario più sostenibile e resiliente ai cambiamenti climatici? Quali lezioni abbiamo appreso dai grandi disastri ambientali? Come possono l’agricoltura, la pianificazione delle città e le politiche di tutela delle risorse naturali contribuire alla prevenzione delle malattie?

Sono alcune delle questioni affrontate domenica 25 ottobre 2026, nella sessione «Ricerca che genera advocacy», svoltasi nell’ambito del Congresso nazionale ISDE Italia a Sansepolcro.

I lavori, articolati in due momenti moderati rispettivamente da Laura Reali e Giacomo Toffol, e da Giuseppe Albertini, Fiorella Belpoggi e Roberta Bosco, hanno raccolto contributi dedicati alla trasformazione delle conoscenze scientifiche in iniziative per la salute pubblica.

Dalle proposte per ridurre l’impronta ambientale del Servizio sanitario nazionale agli interventi per rendere più sicura l’acqua potabile, emerge una concezione della prevenzione che non si limita ai comportamenti individuali, ma considera anche i fattori ambientali, economici e sociali che influenzano la salute.

Un sistema sanitario sostenibile e resiliente ai cambiamenti climatici: il progetto SOSTERRETE

Ornella Punzo, dell’Istituto superiore di sanità, ha presentato il progetto SOSTERRETE, dedicato alla costruzione di una tabella di marcia per rendere il sistema sanitario italiano ambientalmente sostenibile e resiliente ai cambiamenti climatici. [presentazione]

Il lavoro, sviluppato con il contributo di Laura Reali, Laura Mancini e della Rete nazionale per la sostenibilità ambientale del sistema sanitario, parte da una contraddizione: i servizi sanitari hanno il compito di tutelare la salute, ma contribuiscono a loro volta alle emissioni di gas serra, al consumo di risorse e alla produzione di rifiuti.

Contemporaneamente, gli effetti del cambiamento climatico, dagli eventi meteorologici estremi all’aumento delle patologie climaticamente sensibili, esercitano una pressione crescente sulle strutture e sui professionisti sanitari.

In Italia sono già presenti numerose iniziative per migliorare la sostenibilità del settore, ma manca ancora un quadro nazionale organico capace di coordinarle.

La tabella di marcia è stata elaborata attraverso un percorso partecipativo che ha coinvolto professionisti della rete SOSTERRETE, comprendente un workshop nazionale ospitato dall’Istituto superiore di sanità, discussioni strutturate e consultazioni successive.

Sono stati individuati quattro obiettivi strategici: definire traguardi chiari per la riduzione delle emissioni del settore sanitario, integrare la sostenibilità nella programmazione e nella governance, migliorare gli strumenti di misurazione degli impatti ambientali e dei rischi climatici e promuovere interventi capaci di produrre benefici contemporaneamente per la salute e per l’ambiente.

Tra le azioni prioritarie figurano il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, la riduzione degli sprechi e delle prestazioni sanitarie non necessarie, la sostenibilità degli approvvigionamenti, la preparazione agli eventi climatici estremi e la formazione del personale.

La proposta punta a superare la frammentazione attuale e a costruire una strategia nazionale che consideri la sostenibilità ambientale una componente della qualità e dell’equità dell’assistenza sanitaria.

Seveso e Chernobyl, a distanza di 50 e 40 anni quali lezioni abbiamo imparato?

Elisabetta Chellini, componente del Comitato scientifico di ISDE Italia, ha affrontato il significato sanitario, ambientale e culturale di due grandi disastri del Novecento: Seveso, avvenuto nel 1976, e Chernobyl, nel 1986. [presentazione]

La relazione ha preso in esame la letteratura scientifica dell’ultimo decennio, con particolare attenzione alle conseguenze degli incidenti e alle ricadute sulle politiche ambientali e sanitarie italiane.

Entrambi gli eventi hanno provocato contaminazioni ambientali e conseguenze sanitarie e sociali nelle popolazioni esposte, contribuendo anche ad accrescere l’attenzione pubblica verso i rischi industriali e tecnologici.

Il disastro di Seveso ha rappresentato un passaggio fondamentale nello sviluppo della normativa europea per la prevenzione degli incidenti industriali rilevanti. La prima direttiva Seveso risale al 1982 ed è stata successivamente aggiornata nel 1996 e nel 2012.

Chernobyl ha invece inciso profondamente sul dibattito relativo all’energia nucleare, contribuendo al contesto politico e sociale nel quale si sono svolti i referendum italiani del 1987 e, successivamente, del 2011.

Secondo l’analisi di Chellini, questi disastri hanno favorito la crescita della consapevolezza ambientale e lo sviluppo di movimenti e associazioni impegnati nella tutela della salute, tra cui ISDE.

Permangono tuttavia importanti criticità, soprattutto nella formazione dei professionisti sanitari sui rischi ambientali e nella capacità di affrontare preventivamente le conseguenze delle attività industriali.

La riflessione ha richiamato anche la crisi climatica contemporanea e la necessità di interrogarsi sui modelli di sviluppo e di consumo delle risorse naturali.

Le ricorrenze di Seveso e Chernobyl rappresentano quindi non soltanto occasioni di memoria, ma strumenti per valutare quanto le lezioni del passato siano state effettivamente tradotte in politiche di prevenzione.

Agricoltura biologica e carbon farming: i benefici ambientali devono essere misurabili

Eufrasia de Blasio di Palizzi, dell’Azienda Agricola Domenica Scopelliti, ha presentato un approfondimento sul ruolo dell’agricoltura biologica nel sequestro del carbonio nei suoli agricoli, realizzato con Carlo de Blasio di Palizzi. [presentazione]

Il contributo ha esaminato le opportunità offerte dal regolamento europeo 2024/3012, che introduce un quadro di certificazione per la rimozione del carbonio e le attività di carbon farming.

L’analisi evidenzia che l’agricoltura biologica può offrire importanti benefici ambientali, ma la certificazione biologica non garantisce automaticamente un bilancio positivo del carbonio né il diritto a ottenere crediti certificati.

La revisione della letteratura scientifica indica che i suoli coltivati con metodi biologici presentano mediamente uno stock di carbonio organico superiore di circa 3,5 tonnellate per ettaro rispetto ai sistemi convenzionali, con tassi di sequestro stimati tra 0,22 e 0,45 tonnellate di carbonio per ettaro all’anno.

Questi risultati variano però in funzione delle caratteristiche del terreno, delle pratiche agricole e delle condizioni iniziali.

Anche sul fronte delle emissioni emergono differenze importanti: l’agricoltura biologica può ridurre le emissioni dirette di protossido di azoto per unità di superficie, ma il vantaggio può diminuire o annullarsi se si considerano le emissioni per unità di prodotto, a causa delle differenze nelle rese agricole.

La ricerca propone quindi di distinguere tra certificazione dei metodi produttivi e misurazione dei risultati climatici effettivi.

Tra le raccomandazioni figurano la promozione di tecniche di agricoltura biologica conservativa, la riduzione delle lavorazioni del suolo, l’utilizzo di colture di copertura e lo sviluppo di sistemi di monitoraggio che combinino dati satellitari, modelli scientifici e campionamenti del terreno.

Il messaggio centrale è che la sostenibilità delle pratiche agricole deve essere valutata attraverso risultati verificabili, evitando di attribuire automaticamente al biologico caratteristiche di neutralità climatica.

Modena, gli Ambulatori Verdi per rendere più sostenibili i servizi sanitari

Ilaria Mariotti e Simona Luci, della sezione ISDE di Modena, hanno presentato i risultati del progetto «Ambulatori Verdi», promosso insieme all’Azienda USL, all’Azienda Ospedaliero-Universitaria, all’Ordine dei medici e ad altre realtà sanitarie del territorio, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna. [presentazione]

L’iniziativa punta a ridurre l’impatto ambientale delle attività sanitarie, sensibilizzare gli operatori e promuovere comportamenti sostenibili tra i cittadini. Attraverso criteri che riguardano la gestione dei rifiuti, il risparmio di acqua ed energia, la riduzione della plastica, gli acquisti sostenibili e la mobilità, il progetto coinvolge ambulatori e servizi sanitari in un percorso di miglioramento delle proprie pratiche. A due anni dall’avvio, la valutazione presentata al Congresso registra l’adesione di 14 unità operative, 45 pediatri di libera scelta, otto medici di medicina generale, tre dietiste e una psicologa. Sono stati inoltre organizzati due eventi formativi, con 265 partecipanti complessivi. Tra i 34 operatori che hanno risposto al questionario di valutazione, l’88,2% ha dichiarato di aver introdotto nuove pratiche sostenibili nella propria attività, in particolare nella gestione dei rifiuti, nella riduzione della plastica e nella promozione di stili di vita sani e sostenibili. L’esperienza modenese mostra come anche gli ambulatori e i servizi territoriali possano contribuire concretamente alla prevenzione ambientale, integrando la sostenibilità nell’organizzazione sanitaria e nella relazione quotidiana con i pazienti.

Determinanti strutturali della salute: comprendere il ruolo dei sistemi economici e sociali

Carlo Romagnoli, presidente di ISDE Umbria, ha presentato una proposta di quadro interpretativo integrato dei determinanti strutturali della salute. [presentazione]

Il contributo parte dalla considerazione che le crisi ambientali e sanitarie contemporanee sono strettamente collegate ai modelli economici e sociali che regolano l’utilizzo delle risorse naturali, la produzione e la distribuzione della ricchezza.

Romagnoli ha richiamato il dibattito scientifico e culturale sui concetti di Antropocene e Capitalocene, quest’ultimo utilizzato per sottolineare il ruolo dei rapporti economici e delle strutture di potere nei processi di trasformazione ambientale.

L’obiettivo del lavoro è sviluppare uno strumento interpretativo capace di integrare conoscenze provenienti da differenti discipline, per comprendere meglio le cause profonde dei problemi ambientali e sanitari.

Tre gli ambiti principali considerati: la critica dell’economia politica, per analizzare l’influenza dei sistemi produttivi e finanziari sui determinanti della salute; l’epigenetica, per comprendere le interazioni tra esposizioni ambientali e suscettibilità biologica; l’economia della conoscenza, per valorizzare le opportunità offerte dalla disponibilità di dati e dagli strumenti di pianificazione partecipata.

La proposta evidenzia come la prevenzione primaria debba intervenire anche sulle condizioni strutturali che producono esposizioni nocive e disuguaglianze, superando un approccio limitato ai singoli fattori di rischio.

Le città come strumenti di prevenzione primaria: una pianificazione sistemica e partecipata

Francesco Masciarelli, architetto e presidente della sezione ISDE di Perugia, ha affrontato il ruolo della pianificazione urbanistica nella tutela della salute e dell’ambiente. [presentazione]

La relazione parte dall’idea che la qualità della vita e le condizioni di salute dipendano in misura rilevante dall’organizzazione delle città, dalla disponibilità di spazi pubblici e servizi e dalle caratteristiche ambientali dei territori.

Secondo l’analisi presentata, i processi di sviluppo urbano dominati dalle logiche della rendita e del profitto hanno contribuito a fenomeni come consumo di suolo, segregazione delle periferie, gentrificazione e trasformazione dei centri storici in funzione delle attività turistiche.

Queste dinamiche possono compromettere la capacità delle città di garantire benessere, equità e sostenibilità.

Masciarelli ha quindi proposto un modello alternativo di pianificazione sistemica e partecipata, fondato sulla considerazione della città come un insieme di relazioni tra persone, ambiente e attività economiche.

Il percorso prevede l’impiego di indicatori, analisi scientifiche, interviste e questionari, insieme a piattaforme digitali orientate a favorire la partecipazione civica.

Un ruolo particolare è attribuito agli strumenti di interazione sociale e alla possibilità di coinvolgere cittadini e comunità scientifiche nella definizione delle regole e dei programmi di trasformazione urbana.

Si tratta di una proposta teorica che punta a recuperare il ruolo della pianificazione urbanistica come strumento di prevenzione primaria ambientale, orientando le scelte pubbliche verso il benessere collettivo e la tutela dei beni comuni.

Antenne telefoniche e campi elettromagnetici: l’analisi dei dati ARPAE

Fausto Bersani Greggio, componente del Comitato scientifico ISDE Italia, ha presentato un’analisi dell’evoluzione delle stazioni radio base per telefonia cellulare e dei livelli di esposizione ambientale ai campi elettromagnetici. [presentazione]

La ricerca ha utilizzato gli indicatori pubblicati negli annuari e nei rapporti di ARPAE Emilia-Romagna nel periodo 2006-2024, prendendo in considerazione il numero degli impianti, la potenza complessiva installata e i valori di campo elettrico misurati.

Secondo i risultati presentati, nel periodo analizzato il numero delle stazioni radio base è raddoppiato, mentre la potenza complessiva installata è aumentata di circa 17 volte e quella media per singolo impianto di circa nove volte.

L’analisi delle misurazioni ambientali ha inoltre evidenziato una riduzione della frequenza dei valori inferiori a 1 V/m e un incremento della frequenza dei valori compresi tra 3 e 6 V/m.

Bersani Greggio ha interpretato questi risultati come un’indicazione della necessità di valutare con maggiore attenzione le conseguenze della densificazione delle infrastrutture di telecomunicazione sui livelli di esposizione ambientale.

Il contributo richiama l’importanza degli strumenti di pianificazione comunale nella localizzazione degli impianti, con particolare riferimento alla tutela dei siti sensibili.

I risultati descrivono l’evoluzione delle infrastrutture e delle misurazioni di campo elettrico nel contesto analizzato, senza costituire di per sé una valutazione degli effetti sanitari delle esposizioni osservate.

L’obiettivo indicato è rafforzare la capacità delle amministrazioni locali di utilizzare dati ambientali e strumenti di governo del territorio per minimizzare le esposizioni della popolazione.

ISDE International, costruire alleanze globali per la salute e la giustizia ambientale

Paolo Lauriola, presidente eletto di ISDE International, ha affrontato la necessità di rafforzare la cooperazione internazionale per rispondere alle crisi ambientali e sanitarie. [presentazione]

Cambiamento climatico, perdita di biodiversità, inquinamento, zoonosi, insicurezza alimentare e disuguaglianze sociali sono problemi profondamente interconnessi, che non possono essere affrontati efficacemente attraverso iniziative isolate.

Secondo Lauriola, l’approccio One Health rappresenta un riferimento fondamentale, ma deve essere accompagnato da forme di governance democratica basate sulla partecipazione, sulla responsabilità pubblica e sull’equità.

In questo contesto ISDE International può svolgere una funzione di collegamento tra le esperienze locali e le strategie globali, valorizzando la cooperazione tra professionisti sanitari, comunità, ricercatori e istituzioni.

Tra le esperienze richiamate figura la collaborazione sviluppata in America Latina sui temi dell’inquinamento atmosferico, dell’assistenza sanitaria primaria e della giustizia ambientale.

Questa rete potrebbe costituire il punto di partenza per ampliare i rapporti con altre regioni del Sud globale, in particolare con l’Africa, favorendo nuove forme di cooperazione e scambio delle conoscenze.

Un ulteriore esempio riguarda la Georgia, dove sono state sviluppate iniziative di sorveglianza e prevenzione dell’esposizione infantile al piombo, attraverso collaborazioni tra ricerca scientifica e sanità pubblica.

La prospettiva indicata è quella di costruire una strategia internazionale capace di rafforzare la prevenzione, affrontare le disuguaglianze ambientali e contribuire alle politiche globali per la salute.

Arsenico nelle acque potabili: dall’impegno di ISDE Roma e Lazio alla proposta di legge

Antonella Litta, referente ISDE Italia per le tematiche riguardanti l’acqua, ha ricostruito il contributo dell’Associazione alla predisposizione di una proposta di legge per la riduzione dei limiti massimi di arsenico nelle acque destinate al consumo umano. [presentazione]

Il provvedimento, presentato a firma dei parlamentari Sergio Costa e Ilaria Fontana, riguarda la revisione dei limiti di concentrazione dell’arsenico, la sorveglianza sanitaria e le misure di gestione e attenuazione del rischio.

L’arsenico inorganico è classificato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come cancerogeno certo per l’essere umano. L’esposizione cronica attraverso l’acqua potabile è associata a diversi effetti sanitari, tra cui patologie oncologiche, cardiovascolari e alterazioni che interessano altri organi e sistemi.

La normativa ha progressivamente ridotto la concentrazione massima ammessa nell’acqua potabile, passando da 50 agli attuali 10 microgrammi per litro.

La relazione ha sottolineato tuttavia come le conoscenze scientifiche sugli effetti dell’esposizione cronica rendano necessario perseguire concentrazioni ancora più basse, anche attraverso tecnologie di trattamento delle acque già disponibili.

Litta ha richiamato la proposta di una riduzione dei valori verso livelli compresi tra 0 e 5 microgrammi per litro, per garantire una protezione sanitaria più elevata.

Sono state inoltre ricordate le esperienze maturate in alcuni Paesi del Nord Europa e negli Stati Uniti, che dimostrano la possibilità tecnica di ottenere concentrazioni inferiori all’attuale limite italiano.

Il contributo ha ricostruito il percorso di attività scientifica, sensibilizzazione e interlocuzione istituzionale sviluppato da ISDE Roma e Lazio, che ha contribuito alla preparazione della proposta legislativa.

L’esperienza rappresenta un esempio di come l’impegno dei Medici per l’Ambiente possa passare dall’individuazione di un rischio sanitario alla formulazione di proposte normative per rafforzare la prevenzione.

Dalla ricerca alle decisioni pubbliche: una prevenzione che considera ambiente, società e salute

I contributi presentati nella sessione domenicale hanno affrontato temi molto diversi, ma collegati dalla necessità di ampliare la prospettiva della prevenzione sanitaria.

La sostenibilità del sistema sanitario, la tutela delle risorse naturali, la pianificazione urbana e la gestione delle esposizioni ambientali mostrano come la salute dipenda anche dalle decisioni assunte in ambiti tradizionalmente considerati esterni alla medicina.

Allo stesso tempo, le esperienze di cooperazione internazionale e di partecipazione alla costruzione di proposte legislative evidenziano il ruolo che i professionisti sanitari possono svolgere nel dibattito pubblico.

Un aspetto comune è la necessità di utilizzare le conoscenze scientifiche non soltanto per descrivere i rischi, ma anche per individuare le condizioni sociali, economiche e ambientali che li producono e proporre interventi capaci di ridurli.

La sessione «Ricerca che genera advocacy» ha così valorizzato il contributo dell’interdisciplinarità e della partecipazione, mostrando come la prevenzione primaria richieda un confronto continuo tra ricerca scientifica, istituzioni e società civile.

Una prospettiva coerente con il tema del Congresso nazionale ISDE Italia 2026, «Costruire identità, conoscenza e coerenza nella salute ambientale», che richiama la responsabilità dei Medici per l’Ambiente di contribuire alla trasformazione delle evidenze scientifiche in scelte pubbliche a tutela della salute delle persone e degli ecosistemi.


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