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Le città europee sono in prima linea nella crisi climatica. Concentrano popolazione, infrastrutture, consumi energetici ed emissioni, ma anche una quota crescente dei rischi sanitari legati al caldo estremo, all’inquinamento atmosferico, agli incendi, alle malattie trasmesse da vettori e alla perdita di qualità degli ambienti urbani.

È il quadro che emerge dal 2026 Europe Cities Report of the Lancet Countdown on health and climate change, pubblicato su The Lancet Public Health il 9 settembre 2026. Per la prima volta il rapporto propone un insieme sistematico di indicatori specificamente dedicati alle città europee, costruito da 58 ricercatori di 31 istituzioni accademiche. Complessivamente vengono analizzati 28 indicatori, distribuiti tra rischi climatici e sanitari, adattamento, mitigazione, economia e partecipazione pubblica e politica. Quando i dati lo consentono, l’analisi comprende fino a 885 città di 32 Paesi europei.

Il caldo è già un problema sanitario urbano

Uno dei risultati più netti riguarda la mortalità legata alle alte temperature. Tra il periodo 1991-2000 e il decennio 2015-2024, la mortalità attribuibile al caldo è aumentata in 834 delle 845 città analizzate, pari al 98,7%.

L’incremento medio è stato di 82 morti all’anno per milione di abitanti, ma con fortissime differenze territoriali. Le città dell’Europa meridionale registrano l’aumento maggiore, con 132 morti in più per milione di abitanti, seguite dall’Europa orientale con 98, dall’Europa occidentale con 64 e da quella settentrionale con 20.

Tra gli incrementi più elevati figurano Trikala e Xanthi, in Grecia, e Pula, in Croazia. Il dato conferma la particolare vulnerabilità delle città mediterranee.

Anche l’isola di calore urbana continua a rappresentare un fattore rilevante. Tra il 2003 e il 2020, le città dell’Europa meridionale hanno registrato mediamente 218 giorni nei quali la temperatura urbana superava di almeno 1,5 °C quella delle aree rurali circostanti. Ottanta città europee hanno superato i 300 giorni con questa differenza e quasi la metà di esse si trova nell’Europa meridionale. La mappa pubblicata a pagina 4 del rapporto mostra chiaramente la concentrazione dei maggiori incrementi della mortalità da caldo nell’area mediterranea e nell’Europa orientale.

Campobasso fra le città con più allerte estreme per il caldo

Il rapporto introduce anche un indicatore relativo ai sistemi di allerta caldo-salute. Rispetto al periodo 1991-2000, tra il 2015 e il 2024 è cresciuto sensibilmente il numero delle giornate in cui il caldo può determinare una quota significativa della mortalità giornaliera.

Le allerte classificate come “estreme”, nelle quali oltre il 20% dei decessi giornalieri viene attribuito al caldo, sono aumentate del 300%.

L’Europa meridionale presenta una media di 10 allerte estreme all’anno, contro 4,6 nell’Europa occidentale, 4,1 nell’Europa orientale e 1,7 nel Nord Europa.

Tra le singole città spicca anche un caso italiano: Campobasso, con una media stimata di 20 allerte estreme all’anno nel periodo 2015-2024, una delle più alte in Europa.

Più incendi e fumo: oltre 68 mila morti attribuibili al PM2,5 degli incendi

Il cambiamento climatico sta modificando anche il rischio legato agli incendi. Il rapporto analizza l’esposizione al particolato PM2,5 prodotto dagli incendi boschivi in 878 città europee tra il 2003 e il 2023.

Nel periodo considerato vengono stimati 68.312 decessi cumulativi attribuibili al PM2,5 degli incendi. Quasi un terzo, il 31,9%, si è verificato nelle città dell’Europa meridionale.

Gli autori sottolineano inoltre che il particolato derivante dal fumo degli incendi può avere effetti respiratori e cardiovascolari particolarmente rilevanti e che le città possono essere colpite anche quando gli incendi si verificano a grande distanza.

Dengue, chikungunya e Zika: il clima diventa più favorevole

L’aumento delle temperature sta modificando anche la distribuzione delle malattie infettive sensibili al clima.

Il rapporto rileva che il rischio climatico di trasmissione della dengue nelle città europee è cresciuto mediamente del 110,5% nel periodo 2015-2024 rispetto al 1981-2010.

L’aumento maggiore si registra nelle città dell’Europa orientale, dove l’indice di trasmissibilità cresce del 369,3%. Seguono Europa occidentale (+159,3%), Europa meridionale (+112,2%), Asia occidentale (+59,8%) e Nord Europa (+12%).

Tendenze analoghe vengono osservate per chikungunya e Zika.

Anche il batterio Vibrio, associato alle acque marine più calde, trova condizioni climatiche favorevoli in un numero crescente di città costiere europee: quelle con condizioni adatte alla trasmissione sono aumentate del 19% rispetto al periodo di riferimento.

Pollini: stagioni più lunghe e concentrazioni in aumento

Il cambiamento climatico sta modificando anche le stagioni polliniche.

La stagione della betulla tende a iniziare una o due settimane prima in quasi tutte le città europee. Nell’Europa meridionale la stagione dell’olivo inizia mediamente due-tre settimane prima rispetto agli anni Novanta e le concentrazioni di polline sono aumentate fortemente in numerose città.

Gli autori osservano che queste trasformazioni possono aumentare l’esposizione e la morbilità delle persone affette da rinite allergica.

Più verde aiuta, ma gli alberi urbani diminuiscono nel Sud Europa

Il rapporto dedica particolare attenzione alle soluzioni basate sulla natura.

Tra il 2014 e il 2019, in 470 delle 533 città analizzate, pari all’88,2%, è stata osservata una riduzione dell’intensità dell’isola di calore superficiale, con un calo medio di circa 0,7 °C nelle aree interessate. L’aumento della superficie fogliare è uno dei fattori associati alla diminuzione della temperatura.

Ma il quadro sugli alberi urbani è meno positivo. Tra il 2000 e il 2020 la copertura arborea è aumentata soprattutto nell’Europa orientale e settentrionale, mentre è diminuita nell’Europa occidentale e meridionale.

Nel 2020 la copertura arborea media delle città dell’Europa meridionale era del 13,75%. Soltanto 125 città su 877, il 14%, raggiungevano o superavano la soglia del 30% suggerita dalla Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite.

La figura a pagina 8 del rapporto mostra inoltre una criticità particolarmente importante per la mobilità sostenibile: le città sottoposte a maggiore stress termico tendono ad avere le piste ciclabili meno ombreggiate.

Piste ciclabili poco ombreggiate proprio dove fa più caldo

In 885 città europee, soltanto il 17,2% delle infrastrutture ciclabili risultava mediamente coperto dalla chioma degli alberi nel periodo 2018-2020.

Nelle città dell’Europa meridionale la quota scende al 12,3%, contro il 22,3% dell’Europa occidentale.

La situazione appare particolarmente problematica perché sono proprio le città più esposte al caldo ad avere minore ombreggiamento. In 211 città, soprattutto dell’Europa meridionale e della Turchia e di Cipro, lo stress termico moderato o superiore si verifica per oltre un terzo dell’anno, mentre la quota media di piste ciclabili ombreggiate è appena del 10,5%.

Il rapporto indica quindi la copertura arborea lungo gli itinerari ciclabili come un vero intervento di adattamento climatico e di tutela della salute.

Mobilità sostenibile: il Sud Europa resta indietro

Uno dei capitoli più interessanti riguarda il rapporto tra pianificazione urbana, mobilità e salute.

I ricercatori hanno costruito un indicatore sulla disponibilità di infrastrutture per camminare, andare in bicicletta e utilizzare il trasporto pubblico in 917 città europee.

Il punteggio complessivo per la mobilità sostenibile è più alto nelle città del Nord Europa (6,5 su 10) e dell’Europa occidentale (6,2). L’Europa meridionale si ferma a 5,4.

Il divario è particolarmente evidente per la bicicletta. Il punteggio medio è 3,51 nel Nord Europa, 2,97 nell’Europa occidentale e 2,69 nell’Europa meridionale.

Anche l’accessibilità al trasporto pubblico risulta inferiore nelle città meridionali: 2,92, rispetto a 3,90 nel Nord Europa.

Secondo gli autori, ampliare le infrastrutture ciclabili e il trasporto pubblico, soprattutto nelle città meridionali e orientali e nei centri piccoli e medi, è una delle principali opportunità per ottenere contemporaneamente riduzioni delle emissioni, maggiore attività fisica, meno inquinamento e benefici sanitari.

Inquinamento atmosferico: meno morti, ma il PM2,5 resta un grande problema

Un segnale positivo arriva dalla riduzione dell’inquinamento atmosferico.

Dal 2000 i decessi prematuri attribuibili al PM2,5 nelle città europee sono diminuiti complessivamente del 40%.

La mortalità associata alle emissioni del trasporto è scesa del 63%, grazie a limiti più severi sulle emissioni dei veicoli e alla progressiva elettrificazione.

La combustione del carbone continua però a determinare circa il 20% dei decessi prematuri attribuibili al PM2,5 urbano.

Nel frattempo il settore residenziale è diventato la principale fonte di mortalità attribuibile al particolato, rappresentando il 38% del totale nel 2023. Il problema è particolarmente grave nell’Europa orientale, dove l’utilizzo di combustibili solidi per il riscaldamento produce tassi di mortalità legati al PM2,5 più di tre volte superiori a quelli delle città nord-europee.

Le emissioni urbane diminuiscono, ma a velocità diverse

Tra il 2000 e il 2024 le emissioni pro capite di gas serra sono diminuite nelle città di tutte le macroregioni europee considerate, con l’eccezione della Turchia e di Cipro.

Le diminuzioni maggiori si registrano nel Nord e nell’Europa occidentale. Nelle città dell’Europa meridionale la riduzione media è stata invece di circa il 30%.

Particolarmente rilevante è il calo delle emissioni legate alla produzione di energia, diminuite mediamente del 54%, mentre quelle industriali sono scese del 42% e quelle del settore residenziale del 33%.

Il caldo riduce anche la capacità di lavorare

La crisi climatica produce inoltre effetti economici diretti.

Nel periodo 2020-2024 il numero di ore lavorate nelle aree urbane europee è risultato mediamente dell’1,1% inferiore, pari a circa 17 ore in meno per lavoratore all’anno, rispetto a quanto sarebbe avvenuto senza l’aumento delle temperature.

Tra le aree con le maggiori riduzioni stimate figura anche Milano, insieme a Córdoba, Siviglia e Bouches-du-Rhône.

Le città chiedono più finanziamenti, ma la salute resta marginale

Nel 2024, 166 città europee hanno segnalato 855 progetti climatici in cerca di finanziamento.

Le priorità riguardano soprattutto trasporti, che rappresentano il 16,4% dei progetti, edifici con il 14,3% ed energie rinnovabili con il 13,6%.

Solo lo 0,5% dei progetti pianificati riguarda direttamente i sistemi e i servizi sanitari.

Per quasi un terzo delle iniziative analizzate, inoltre, le amministrazioni indicano come ostacolo una mancanza di capacità finanziaria o una combinazione di carenze finanziarie e tecniche.

Tre priorità per le città europee

Il Lancet Countdown individua tre grandi linee di intervento.

La prima è rafforzare i sistemi di allerta e i piani sanitari per il caldo, particolarmente importanti nelle città dove densità di popolazione e isola di calore amplificano l’esposizione.

La seconda riguarda una pianificazione urbana integrata: più alberi e verde urbano, materiali che assorbano meno calore, riduzione delle superfici impermeabili e maggiore spazio per camminare, andare in bicicletta e utilizzare il trasporto pubblico.

La terza è accelerare la riduzione delle emissioni nei settori energetico e dei trasporti, perché i benefici climatici si accompagnano a vantaggi sanitari immediati attraverso la diminuzione dell’inquinamento atmosferico e l’aumento dell’attività fisica.

Il messaggio che attraversa l’intero rapporto è quindi chiaro: le politiche climatiche urbane non sono soltanto politiche ambientali, ma politiche sanitarie. E proprio nelle città molte misure possono produrre contemporaneamente adattamento climatico, riduzione delle emissioni e miglioramento della qualità della vita.

Il rapporto sottolinea tuttavia anche la necessità di evitare soluzioni troppo semplicistiche: più verde urbano può ridurre il caldo, ma una scelta non adeguata delle specie può aumentare l’esposizione ai pollini; una città più compatta favorisce gli spostamenti a piedi e in bicicletta, ma senza superfici permeabili e alberature può amplificare isola di calore e rischio di allagamenti.

Per questo, conclude il Lancet Countdown, la risposta deve essere integrata, intersettoriale e fondata sulla salute, con particolare attenzione alle città più piccole, che rischiano di rimanere indietro nella transizione.

Fonte: José Chen-Xu et al., The 2026 Europe Cities Report of the Lancet Countdown on health and climate change: cities at the forefront of climate change action, The Lancet Public Health, pubblicato online il 9 settembre 2026, DOI: 10.1016/S2468-2667(26)00100-3.