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Un seminario dedicato agli specializzandi in Igiene, Medicina del lavoro e Pediatria si è svolto il 30 aprile 2026 presso il Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università di Firenze, affrontando in modo integrato il rapporto tra cambiamenti climatici e salute. L’iniziativa, promossa nell’ambito delle attività formative ISDE, ha offerto un quadro aggiornato delle evidenze scientifiche e delle strategie di prevenzione, con particolare attenzione agli impatti sanitari, ai lavoratori e alle possibili azioni di mitigazione.

Dopo il seminario sull’inquinamento atmosferico, questa volta si è affrontato il tema del cambiamento climatico, analizzato attraverso dati scientifici aggiornati, evidenze epidemiologiche e implicazioni cliniche.

Segue altri corsi ADE (Attività Didattiche Elettive) svolti presso il Dipartimento di Igiene dell’Università di Firenze, dal titolo “Un’emergenza sanitaria: crisi climatica e inquinamento ambientale”, nell’ambito del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia.

Questa volta percorso formativo ha visto il contributo di diversi esperti ISDE: Marco TalluriLetizia Proserpi, Elisabetta Chellini, Miriam Levi e Roberto Comi.

Emergenza climatica: dati, scenari e comunicazione

La relazione di Marco Talluri, comunicatore scientifico e direttore di Ambientenonsolo e ISDEnews, ha offerto una visione sistemica della crisi climatica, definendola senza ambiguità una emergenza sanitaria globale .

Il punto di partenza è rappresentato dai gas serra, la cui concentrazione ha raggiunto livelli record nel 2024. Talluri ha evidenziato come le stesse fonti emissive – legate alla combustione di combustibili fossili – siano responsabili sia del riscaldamento globale sia dell’inquinamento atmosferico locale, creando un doppio impatto sulla salute .

Attraverso dati provenienti da Copernicus, Agenzia Europea dell’Ambiente e IPCC, la relazione ha mostrato l’accelerazione del cambiamento climatico:

  • il 2024 è stato il primo anno sopra +1,5°C
  • il triennio 2023-2025 rappresenta il periodo più caldo mai registrato
  • senza ulteriori interventi si rischia un aumento fino a oltre 3°C entro fine secolo 

Particolare attenzione è stata dedicata all’Europa, che si conferma il continente che si riscalda più rapidamente, con effetti evidenti su ghiacciai, risorse idriche, eventi estremi e sistemi socio-economici.

Talluri ha inoltre illustrato le conseguenze economiche e sociali della crisi climatica:

  • perdite economiche per centinaia di miliardi di euro
  • aumento degli eventi estremi
  • crescita dei rifugiati climatici 

Un passaggio centrale riguarda i confini planetari, concetto che definisce lo spazio operativo sicuro per l’umanità. Il superamento di sette su nove confini indica che il sistema Terra sta entrando in una zona di rischio elevato .

La relazione ha infine sottolineato il ruolo fondamentale della comunicazione scientifica: utilizzare dati affidabili, renderli accessibili e comprensibili, supportare decisioni politiche e comportamenti individuali. La crisi climatica richiede non solo conoscenza, ma anche capacità di tradurre i dati in azione.

Biodiversità e salute: un legame fondamentale

La relazione di Letizia Proserpi ha affrontato il tema della biodiversità come elemento centrale nel rapporto tra ambiente e salute, sottolineando come la crisi climatica si inserisca in un quadro più ampio di tripla crisi planetaria: cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento.

La biodiversità non rappresenta solo un valore ecologico, ma svolge un ruolo essenziale nel garantire il funzionamento degli ecosistemi e i servizi da cui dipende la salute umana. Ecosistemi sani e diversificati assicurano infatti:

  • qualità dell’aria e dell’acqua
  • fertilità dei suoli
  • produzione alimentare stabile
  • regolazione del clima
  • controllo naturale di patogeni e vettori

Quando questi equilibri si alterano, aumentano i rischi per la salute. La perdita di biodiversità riduce la resilienza degli ecosistemi e favorisce la diffusione di malattie infettive, in particolare zoonosi e patologie trasmesse da vettori. Il cambiamento climatico, modificando habitat e distribuzione delle specie, amplifica ulteriormente questi fenomeni.

In questo contesto, Proserpi ha richiamato il paradigma One Health, che riconosce l’interdipendenza tra salute umana, animale ed ecosistemi. Questo approccio implica la necessità di superare una visione settoriale della sanità, promuovendo politiche integrate che coinvolgano ambiente, agricoltura e pianificazione territoriale.

Un ulteriore aspetto rilevante riguarda la sicurezza alimentare. La riduzione della biodiversità limita la capacità dei sistemi agricoli di adattarsi ai cambiamenti climatici, aumentando la vulnerabilità delle popolazioni e incidendo sulla qualità e disponibilità del cibo.

La relazione ha evidenziato come la tutela della biodiversità rappresenti una forma di prevenzione primaria: proteggere gli ecosistemi significa ridurre i rischi sanitari alla radice, prima che si manifestino come malattie.

Infine, è stato sottolineato il ruolo dei professionisti della salute, chiamati a riconoscere il legame tra ambiente e salute e a contribuire alla diffusione di una cultura della prevenzione basata su evidenze scientifiche.

Il messaggio è chiaro: la salute umana dipende direttamente dallo stato degli ecosistemi, e la loro tutela è una condizione indispensabile per affrontare le sfide sanitarie del presente e del futuro.

Gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute

La relazione di Elisabetta Chellini ha offerto un inquadramento epidemiologico chiaro e aggiornato degli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute, evidenziando come questi rappresentino oggi uno dei principali determinanti di malattia a livello globale.

Gli impatti sanitari si distinguono in effetti diretti ed effetti indiretti. I primi sono legati agli eventi meteorologici estremi – come ondate di calore, alluvioni e siccità – e producono conseguenze immediate, tra cui traumi, colpi di calore e aumenti della mortalità. I secondi derivano invece da modificazioni più complesse dell’ambiente, come l’aumento dell’inquinamento atmosferico, la riduzione della sicurezza alimentare e la diffusione di malattie infettive .

Particolare rilievo è stato dato al ruolo delle temperature estreme, oggi considerate il principale fattore di rischio climatico per la salute in Europa. L’eccesso di mortalità osservato negli ultimi anni, soprattutto tra le popolazioni più fragili, conferma la crescente rilevanza sanitaria delle ondate di calore.

Accanto agli effetti acuti, la relazione ha sottolineato il peso crescente delle esposizioni croniche, che contribuiscono allo sviluppo e all’aggravamento di patologie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche. Questi effetti, meno visibili ma più diffusi, tendono ad amplificare le disuguaglianze sociali e sanitarie, colpendo maggiormente le fasce più vulnerabili della popolazione.

Un altro aspetto rilevante riguarda la diffusione di malattie trasmesse da vettori, favorita dalle modificazioni climatiche. L’aumento delle temperature e i cambiamenti nei regimi delle precipitazioni stanno infatti ampliando l’areale di insetti come zanzare e zecche, con la conseguente comparsa o recrudescenza di patologie anche in contesti geografici nuovi.

La relazione ha infine evidenziato come i cambiamenti climatici incidano anche sulla salute mentale, attraverso stress, traumi e condizioni di incertezza legate agli eventi estremi e alla perdita di sicurezza ambientale.

Il messaggio centrale è che la crisi climatica è già oggi una crisi sanitaria, con effetti concreti e misurabili. Comprendere questi impatti rappresenta un passaggio fondamentale per orientare le politiche di prevenzione e rafforzare il ruolo del sistema sanitario nella tutela della salute pubblica.

Caldo e lavoro: un rischio crescente per la salute

La relazione di Miriam Levi ha approfondito il tema dell’impatto dello stress termico sulla salute e sicurezza dei lavoratori, evidenziando come il cambiamento climatico stia già producendo effetti concreti nei contesti occupazionali.

L’aumento delle temperature e la maggiore frequenza delle ondate di calore determinano condizioni di lavoro sempre più critiche, soprattutto nei settori esposti all’aperto o in ambienti non climatizzati, come edilizia, agricoltura, logistica e servizi ambientali. In questi contesti, il caldo non incide solo sul benessere, ma rappresenta un vero e proprio fattore di rischio per la salute e la sicurezza.

Le evidenze epidemiologiche mostrano un aumento degli infortuni sul lavoro associati alle alte temperature, dovuto sia agli effetti fisiologici dello stress termico – disidratazione, affaticamento, riduzione della capacità di concentrazione – sia all’incremento degli errori operativi. A questo si aggiunge una riduzione della produttività, che rende evidente anche l’impatto economico del fenomeno .

Un elemento particolarmente critico emerso dalla relazione riguarda la percezione del rischio. Molti lavoratori tendono a sottovalutare gli effetti del caldo, non riconoscono i segnali precoci dello stress termico e non adottano comportamenti adeguati di prevenzione. Anche la formazione, quando presente, risulta spesso frammentaria o poco efficace nel modificare i comportamenti.

Il progetto Worklimate, illustrato da Levi, rappresenta una risposta concreta a queste criticità. Si tratta di un sistema integrato che combina ricerca scientifica e strumenti operativi, tra cui:

  • piattaforme di allerta meteo-climatica
  • sistemi previsionali del rischio caldo
  • strumenti informativi e formativi per lavoratori e aziende

Le ricadute applicative sono significative. In diverse regioni italiane, l’introduzione di ordinanze che limitano il lavoro nelle ore più calde ha dimostrato di ridurre in modo rilevante il numero di infortuni, evidenziando l’efficacia di interventi basati su evidenze scientifiche.

La relazione ha inoltre sottolineato la necessità di ripensare l’organizzazione del lavoro in un contesto di cambiamento climatico, introducendo misure di adattamento come la rimodulazione degli orari, l’accesso a spazi ombreggiati, l’idratazione continua e la sorveglianza sanitaria.

Il messaggio finale è che il caldo non è più una variabile occasionale, ma un fattore strutturale che richiede strategie sistemiche di prevenzione. La tutela della salute dei lavoratori diventa così un indicatore chiave della capacità di adattamento delle società alla crisi climatica.

Impronta ecologica e prevenzione

Nel secondo contributo, Elisabetta Chellini ha introdotto il concetto di impronta ecologica, fondamentale per comprendere il rapporto tra attività umane e capacità del pianeta di sostenere tali attività.

L’impronta ecologica misura quante risorse naturali utilizziamo rispetto a quelle che la Terra è in grado di rigenerare. Oggi questo equilibrio è fortemente compromesso: la crescita della popolazione, l’aumento dei consumi energetici e i modelli di produzione e consumo hanno determinato un superamento sistematico della capacità rigenerativa del pianeta.

Questo squilibrio si traduce direttamente in impatti sulla salute: cambiamenti climatici, inquinamento, perdita di biodiversità e insicurezza alimentare. La relazione ha evidenziato come intervenire sull’impronta ecologica significhi agire a monte dei problemi sanitari, attraverso la prevenzione primaria.

Particolare attenzione è stata dedicata al ruolo dell’alimentazione. Le diete rappresentano uno dei principali fattori di emissione di gas serra, ma anche un ambito in cui è possibile ottenere benefici immediati sia per l’ambiente che per la salute. Ridurre il consumo di prodotti di origine animale e favorire diete a base vegetale comporta significativi co-benefici.

Un aspetto rilevante riguarda anche il settore sanitario, che contribuisce in modo non trascurabile alle emissioni globali. Questo implica la necessità di ripensare i sistemi sanitari in chiave sostenibile, riducendo l’impatto ambientale senza compromettere la qualità delle cure.

Inquinamento luminoso e salute: un rischio emergente

Nel suo intervento, Roberto Comi ha richiamato l’attenzione su un fattore ambientale spesso sottovalutato ma sempre più diffuso: l’inquinamento luminoso. L’eccesso di illuminazione artificiale notturna, legato soprattutto all’urbanizzazione e alla diffusione di tecnologie a LED, altera i ritmi naturali luce-buio su cui si basa il funzionamento biologico degli organismi. Questo fenomeno ha effetti diretti sulla salute umana, in particolare attraverso la disregolazione dei ritmi circadiani e la riduzione della produzione di melatonina, con conseguenze su qualità del sonno, sistema immunitario e metabolismo. Comi ha evidenziato come l’esposizione cronica alla luce artificiale notturna sia associata a un aumento del rischio di disturbi del sonno, patologie cardiovascolari e metaboliche, oltre a possibili correlazioni con alcune forme tumorali. L’inquinamento luminoso ha inoltre impatti significativi sugli ecosistemi, interferendo con i cicli biologici di numerose specie. Per questo, è necessario promuovere strategie di illuminazione sostenibile, capaci di ridurre gli sprechi energetici e tutelare al tempo stesso la salute umana e ambientale.