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Alla crescita della domanda di diagnosi e assistenza per ADHD e disturbi dello spettro autistico non si può rispondere soltanto aumentando la capacità dei servizi sanitari. Occorre mantenere aperta anche la ricerca sulle possibili cause ambientali e prevenibili dei disturbi del neurosviluppo.

È il messaggio di Giovanni Ghirga, pediatra e componente del Comitato scientifico di ISDE Italia, autore di una Rapid Response pubblicata sul BMJ con il titolo “Rising Demand for ADHD and Autism Services: The Environmental Dimension Must Not Be Overlooked”, in replica all’articolo di Gareth Iacobucci sulla forte crescita dei reclami relativi ai servizi per ADHD e autismo del servizio sanitario inglese.

I reclami relativi ai servizi inglesi sono aumentati del 207% in cinque anni, passando da 410 nel 2021-22 a 1.257 nel 2025-26, in un quadro caratterizzato da lunghe attese, percorsi di accesso disomogenei e difficoltà nella presa in carico.

Ghirga sottolinea però che l’aumento di segnalazioni, richieste di valutazione e diagnosi non può essere interpretato automaticamente come prova di una crescita della prevalenza reale. Maggiore consapevolezza pubblica, cambiamenti nelle modalità diagnostiche, accesso alla valutazione e pratiche di invio ai servizi influenzano infatti fortemente il numero delle diagnosi registrate.

Esposizioni ambientali e neurosviluppo

ADHD e autismo sono condizioni multifattoriali, caratterizzate da una rilevante componente genetica, ma questo non esclude il possibile contributo di fattori ambientali.

Per l’ADHD, Ghirga richiama una meta-analisi di 18 studi di coorte, comprendente oltre 134 mila partecipanti, che ha rilevato associazioni tra esposizione a metalli pesanti, e in particolare al piombo, e aumento del rischio.

Un grande studio condotto a Taiwan su quasi 1,9 milioni di bambini ha inoltre osservato un rischio più elevato di diagnosi di ADHD tra chi viveva entro tre chilometri da un impianto petrolchimico rispetto a chi abitava ad almeno dieci chilometri di distanza. L’associazione risultava coerente anche considerando la direzione prevalente dei venti e le concentrazioni modellizzate di benzene.

Per quanto riguarda i disturbi dello spettro autistico, revisioni sistematiche e meta-analisi hanno evidenziato associazioni, seppure generalmente moderate, tra esposizione al PM2,5 durante la gravidanza e nei primi anni di vita e rischio di autismo.

Lo studio statunitense CHARGE ha inoltre rilevato associazioni tra la vicinanza della residenza materna a trattamenti agricoli con pesticidi organofosforici durante la gravidanza e un maggiore rischio di disturbi dello spettro autistico, con ulteriori segnali relativi all’esposizione ai piretroidi.

Ghirga richiama anche studi sperimentali sulle nanoplastiche: in modelli animali l’esposizione prolungata a nanoplastiche di polistirene ha prodotto comportamenti simili a quelli osservati nell’ADHD. Un risultato che, precisa, non può essere direttamente trasferito all’uomo.

Servono prudenza e nuova ricerca

La Rapid Response sottolinea che queste evidenze non dimostrano che un singolo inquinante causi ADHD o autismo, né permettono di concludere che le esposizioni ambientali siano responsabili dell’aumento delle diagnosi osservato negli ultimi anni.

Esiste però una plausibilità biologica, perché durante la gravidanza e nei primi anni di vita il cervello è particolarmente vulnerabile alle interferenze sui sistemi endocrino e immunitario e sullo sviluppo delle connessioni sinaptiche.

Per questo Ghirga propone un approccio basato sull’esposoma, considerando l’insieme delle molteplici esposizioni ambientali, spesso a basse dosi, che possono interagire tra loro e con la predisposizione genetica durante le fasi più sensibili dello sviluppo.

Sono quindi necessari studi prospettici di lunga durata, con misurazioni individuali ripetute delle esposizioni o biomonitoraggio e criteri diagnostici standardizzati.

Cura e prevenzione devono procedere insieme

Sul piano immediato la priorità rimane rafforzare i servizi: maggiore capacità diagnostica e assistenziale, percorsi omogenei, accesso equo e trattamenti basati sulle migliori evidenze disponibili.

Ma, conclude Ghirga, riformare i servizi e prevenire le esposizioni ambientali non sono strategie alternative.

La revisione nazionale britannica su salute mentale, ADHD e autismo dovrebbe quindi interrogarsi non soltanto sulle ragioni per cui sempre più persone chiedono una diagnosi, ma anche sulla possibilità che esposizioni ambientali potenzialmente prevenibili contribuiscano al rischio di alterazioni del neurosviluppo.

È una prospettiva particolarmente rilevante per la salute pubblica: migliorare diagnosi e assistenza è indispensabile, ma comprendere e ridurre i fattori ambientali di rischio può aiutare a intervenire ancora prima, nelle fasi più delicate dello sviluppo.

Fonte: The BMJ, Rapid Response di Giovanni Ghirga, pediatra e componente del Comitato scientifico di ISDE Italia, Rising Demand for ADHD and Autism Services: The Environmental Dimension Must Not Be Overlooked.