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Il cambiamento climatico sta ridefinendo in modo profondo la geografia dell’agricoltura, spingendo alcune colture verso quote sempre più elevate. È quanto accade a Brentonico, sull’altopiano del Monte Baldo, dove l’espansione dei vigneti in alta quota solleva interrogativi rilevanti per la tutela dell’ambiente e della salute pubblica.

Negli ultimi decenni, i vigneti hanno progressivamente risalito il versante montano: da quote inferiori ai 600 metri negli anni Cinquanta, fino a superare oggi i mille metri di altitudine. La crescita della superficie vitata è stata particolarmente rapida negli ultimi anni, con incrementi molto superiori alla media provinciale.

Questa trasformazione non riguarda solo il paesaggio. A emergere è un insieme di criticità che coinvolgono direttamente gli ecosistemi e le comunità locali. Tra i principali fattori di preoccupazione vi sono il consumo di risorse idriche in un contesto segnato dalla crescente scarsità d’acqua, la perdita di habitat naturali come prati e pascoli, e l’aumento del rischio idrogeologico legato alla modifica dei versanti.

Un nodo centrale è rappresentato dall’uso di prodotti fitosanitari. In territori montani, spesso caratterizzati da una forte prossimità tra aree agricole e abitazioni, l’impiego intensivo di queste sostanze può determinare dispersioni nell’aria, nel suolo e nelle acque, con possibili effetti sulla salute dei residenti. La questione riguarda in particolare l’esposizione cronica, che chiama in causa il principio di prevenzione primaria.

In risposta a queste dinamiche, si è sviluppata una mobilitazione locale che chiede una revisione degli strumenti urbanistici e una maggiore regolamentazione delle trasformazioni in atto. Le richieste riguardano la tutela delle aree naturali ancora integre, la limitazione di nuovi impianti in zone sensibili, la trasparenza nei processi decisionali e il coinvolgimento della popolazione.

Il caso di Brentonico evidenzia una tendenza più ampia: la cosiddetta “migrazione verticale” delle colture, favorita dal riscaldamento globale, che rischia di trasferire impatti ambientali e sanitari in territori finora meno esposti. In questo scenario, la pianificazione territoriale assume un ruolo decisivo.

Per la comunità scientifica e per la medicina ambientale, il tema è chiaro: la salute non può essere separata dalla qualità degli ecosistemi. La protezione di suolo, acqua e biodiversità rappresenta una condizione essenziale per prevenire rischi sanitari e garantire il benessere delle popolazioni.

La sfida, oggi, è trovare un equilibrio tra attività economiche e limiti ecologici, mettendo al centro la tutela della salute collettiva. In territori fragili come quelli montani, questo significa adottare scelte basate su evidenze scientifiche, valutazioni preventive e una visione di lungo periodo.