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Sul numero luglio-agosto 2026 di lavialibera, la rivista di Libera, un’intervista a Rocco Santarone, referente ISDE e specialista in medicina dello sport e dell’esercizio fisico, affronta i rischi delle alte temperature per atleti e lavoratori degli eventi sportivi. Ma il rapporto tra sport e ambiente ha anche un’altra faccia: quella dell’impronta prodotta dallo stesso sistema sportivo e dell’uso ancora massiccio di plastica. Un tema sul quale ISDE ha lanciato il progetto “La plastica non fa sport”.

Lo sport è sempre più costretto a fare i conti con la crisi climatica. Temperature elevate, umidità, irraggiamento solare e superfici che accumulano calore possono trasformare una competizione o un allenamento in una situazione di rischio sanitario. Ma c’è anche un secondo versante della questione: lo sport, soprattutto quello dei grandi eventi, deve interrogarsi sulla propria impronta ambientale, sui consumi, sugli spostamenti e sull’enorme quantità di materiali plastici che ancora accompagnano allenamenti e competizioni.

È il doppio filo che emerge dall’articolo “Il difficile match tra sport e crisi climatica”, firmato da Luca Marino e pubblicato sul numero 40, luglio-agosto 2026, di lavialibera, la rivista promossa da Libera. Tra gli esperti intervistati c’è Rocco Santarone, medico delle cure primarie, specialista in medicina dello sport e dell’esercizio fisico e referente di ISDE – Medici per l’ambiente, che analizza gli effetti dello stress termico sulla salute e richiama anche l’impegno dell’associazione per diminuire l’utilizzo della plastica nel mondo sportivo.

Quando il caldo mette in crisi la termoregolazione

La successione di episodi registrati negli ultimi anni nelle grandi manifestazioni sportive mostra quanto il problema sia concreto. Nell’articolo di lavialibera vengono ricordati i malori verificatisi durante il Roland Garros 2026, con giocatori e personale impegnati per ore sotto il sole e in condizioni particolarmente difficili.

Lo sforzo fisico produce già di per sé calore. Quando alla termogenesi dell’esercizio si aggiungono temperature elevate, umidità e forte irraggiamento, l’organismo può progressivamente perdere la capacità di disperdere efficacemente il calore prodotto.

Come spiega Santarone, le condizioni climatiche diventano potenzialmente letali quando compromettono i normali meccanismi di termoregolazione e adattamento fisiologico. In particolare, la combinazione fra caldo e forte umidità limita l’efficienza dell’evaporazione del sudore, uno dei principali strumenti utilizzati dal corpo per abbassare la propria temperatura.

Le conseguenze possono andare da crampi, stanchezza e vertigini fino a nausea, ipotensione e forme severe di ipertermia. Nei casi estremi il colpo di calore può determinare alterazioni neurologiche e cardiovascolari e mettere direttamente a rischio la vita.

Un problema che non riguarda soltanto gli atleti professionisti. Con estati sempre più calde aumentano le condizioni nelle quali anche chi corre, pedala o pratica attività fisica all’aperto per passione può trovarsi esposto a uno stress termico significativo.

Non conta soltanto la temperatura dell’aria

Uno degli aspetti sottolineati da Santarone è la necessità di non affidarsi semplicemente alla temperatura indicata dal termometro.

Nel mondo dello sport internazionale viene utilizzato l’indice WBGT, Wet-Bulb Globe Temperature, che tiene conto contemporaneamente di diversi parametri, tra cui temperatura, umidità e irraggiamento. Sulla base dei valori raggiunti può essere necessario modificare gli orari, aumentare le pause o, nelle situazioni più critiche, posticipare o sospendere una gara.

Un valore WBGT elevato è cosa diversa dalla semplice “temperatura percepita”: indica una condizione nella quale l’organismo può realmente avvicinarsi ai propri limiti di compensazione fisiologica.

Anche la disciplina praticata cambia molto il livello di rischio. Gli sport di endurance, dalla maratona alla marcia, comportano una produzione prolungata di calore metabolico. Negli sport che richiedono protezioni pesanti, come il football americano, caschi e attrezzature possono invece ostacolare l’evaporazione del sudore.

Conta persino ciò che si trova sotto i piedi degli atleti. Cemento e asfalto possono accumulare e restituire grandi quantità di energia termica, aumentando notevolmente l’esposizione rispetto alla sola temperatura atmosferica. Una gara su un sentiero ombreggiato può quindi comportare condizioni molto differenti da quelle incontrate su una superficie artificiale completamente esposta al sole.

Nel ciclismo può verificarsi un ulteriore paradosso: durante una salita impegnativa la produzione metabolica di calore aumenta proprio mentre la minore velocità riduce l’effetto refrigerante dell’aria sul corpo.

Acclimatarsi, raffreddarsi, idratarsi: la prevenzione è possibile

La medicina dello sport dispone già di strumenti per diminuire il rischio. Uno dei principali è l’acclimatamento al calore, cioè un’esposizione progressiva, generalmente nell’arco di una o due settimane, che consente all’organismo di sviluppare adattamenti fisiologici.

Possono essere utilizzate anche tecniche di pre-cooling, destinate ad abbassare la temperatura corporea prima dell’esercizio, e di per-cooling durante l’attività, attraverso spugnature e sistemi di raffreddamento.

Fondamentali sono inoltre la gestione prudente del ritmo e una corretta idratazione, che deve però essere calibrata sulle perdite individuali attraverso la sudorazione: non bere abbastanza espone alla disidratazione, ma anche assumere quantità eccessive di acqua può essere pericoloso per il rischio di alterazioni dell’equilibrio elettrolitico.

Le misure individuali, tuttavia, non possono sostituire le responsabilità degli organizzatori. Gli eventi sportivi devono prevedere sistemi di monitoraggio meteorologico, punti di assistenza sanitaria, disponibilità di strumenti per il raffreddamento rapido, approvvigionamento idrico adeguato e, quando necessario, variazioni degli orari e dei calendari.

Con il cambiamento climatico, queste misure sono destinate a diventare sempre meno eccezionali e sempre più parte ordinaria dell’organizzazione dello sport.

Il paradosso: uno sport che deve adattarsi al clima ma contribuisce alla pressione ambientale

L’articolo di lavialibera apre però anche un interrogativo più ampio. Se il mondo sportivo è una delle realtà che stanno sperimentando in maniera più visibile gli effetti del cambiamento climatico, non può limitarsi ad adattarsi alle temperature crescenti: deve anche ridurre la propria impronta ambientale.

Il problema non deriva dall’attività fisica in sé, naturalmente, ma dall’intero sistema che ruota attorno allo sport: costruzione e climatizzazione degli impianti, grandi eventi internazionali, mobilità degli spettatori e delle squadre, voli, merchandising, abbigliamento e materiali usa e getta.

È qui che la questione climatica incontra direttamente quella della plastica.

“La plastica non fa sport”

Nel giugno 2026 ISDE Italia e altre società scientifiche mediche hanno rilanciato il progetto “La plastica non fa sport”, con il patrocinio del CONI e del CIP Toscana e l’adesione di diverse federazioni sportive. L’iniziativa rientra nella più ampia Campagna nazionale di prevenzione dei danni alla salute da esposizione alla plastica promossa da ISDE Italia e dalla Rete Italiana Medici Sentinella insieme a numerose società scientifiche.

Lo sport utilizza plastica praticamente in ogni sua dimensione: bottigliette, borracce, bicchieri, confezioni monodose di integratori, abbigliamento in fibre sintetiche, attrezzature, superfici sportive, gadget e materiali distribuiti durante le manifestazioni.

Il progetto ISDE vuole intervenire proprio su questa pervasività. Gli obiettivi sono sensibilizzare atleti, società e federazioni; individuare gli interventi capaci di ridurre sia l’esposizione delle persone sia la dispersione nell’ambiente; promuovere comportamenti misurabili e diffondere un Decalogo per ridurre la plastica nelle manifestazioni sportive.

Tra le azioni proposte figurano l’eliminazione dei distributori di bottiglie di plastica negli uffici e negli impianti, la disponibilità di punti di erogazione dell’acqua, l’impiego di borracce riutilizzabili, la riduzione degli imballaggi nelle mense e nei bar, la diminuzione di bottiglie, snack confezionati e gadget plastici durante gli eventi e una maggiore attenzione ad abbigliamento, materiali tecnici e superfici sportive.

L’acqua serve, la bottiglietta usa e getta no

Il collegamento con il caldo rende particolarmente evidente uno dei nodi della campagna.

Con temperature elevate garantire acqua agli atleti è una misura sanitaria essenziale, non un elemento accessorio. Ma il bisogno di potenziare l’idratazione non significa inevitabilmente moltiplicare decine di migliaia di bottigliette monouso.

È proprio questa distinzione che può trasformare l’adattamento climatico in un’occasione di innovazione ambientale: più punti di erogazione dell’acqua, sistemi di refill, contenitori riutilizzabili, organizzazione degli approvvigionamenti e riduzione degli imballaggi possono assicurare la tutela sanitaria degli atleti diminuendo contemporaneamente la produzione di rifiuti.

È un cambio di prospettiva importante. Salute dell’atleta e salute dell’ambiente non sono due obiettivi concorrenti. Possono, e devono, essere perseguiti insieme.

Anzi, proprio lo sport può diventare uno dei luoghi più efficaci per dimostrare che una transizione è possibile.

Gli atleti come ambasciatori della salute ambientale

Il progetto ISDE attribuisce agli stessi atleti un ruolo centrale. Campioni e campionesse possiedono una capacità di comunicazione e di influenza sui comportamenti, soprattutto dei più giovani, che difficilmente altre figure riescono ad avere.

Ridurre la plastica negli allenamenti, nelle gare e nelle manifestazioni non costituisce quindi soltanto un risultato ambientale immediato. Può contribuire a diffondere nuovi modelli di comportamento presso milioni di persone.

Lo sport richiama valori come cura del corpo, prevenzione, rispetto delle regole, collaborazione e responsabilità. La tutela dell’ambiente può diventare parte integrante di questi stessi valori.

Ed è forse qui che il “difficile match” raccontato da lavialibera può cambiare risultato. Il mondo dello sport è tra i primi a sperimentare sul campo le conseguenze di temperature sempre più elevate: può limitarsi a organizzare più pause per bere e installare più climatizzatori, oppure utilizzare questa esperienza per ripensare il proprio rapporto con l’ambiente.

Proteggere chi pratica sport dal caldo, ridurre le emissioni degli eventi, diminuire la plastica monouso e limitare l’esposizione a micro e nanoplastiche sono parti di una stessa strategia di prevenzione.

Perché nella crisi climatica la partita decisiva non consiste soltanto nel continuare a giocare nonostante il caldo. Consiste nel cambiare le condizioni che stanno rendendo quella partita sempre più difficile.

Per approfondire

L’intervista “Il difficile match tra sport e crisi climatica”, di Luca Marino, è pubblicata sul numero luglio-agosto 2026 di lavialibera, rivista di Libera.

Il testo integrale dell’intervento di Rocco Santarone

ISDE mette inoltre a disposizione la documentazione del progetto “La plastica non fa sport”, compreso il Decalogo per la riduzione della plastica nelle manifestazioni sportive, nell’ambito della Campagna nazionale di prevenzione dei danni alla salute da esposizione alla plastica.