A cinquant’anni dal disastro dell’ICMESA di Seveso, il volume Profitto o salute? di Edoardo Bai propone una rilettura critica di alcuni aspetti della gestione dell’emergenza che, ancora oggi, continuano a suscitare interrogativi. Attraverso documenti, studi scientifici, atti amministrativi e testimonianze, l’autore ripercorre la vicenda mettendo in discussione, tra gli altri temi, la delimitazione delle aree contaminate, l’interpretazione dei risultati epidemiologici e le successive scelte di bonifica e pianificazione territoriale.
Pur trattandosi di una lettura che si inserisce nel più ampio dibattito scientifico sul caso Seveso, le questioni sollevate da Bai meritano attenzione perché riguardano temi ancora attuali: dalla gestione dei siti contaminati alla trasparenza dei dati ambientali, fino al rapporto tra ricerca scientifica, salute pubblica e decisioni istituzionali.
Uno dei principali punti affrontati nel libro riguarda la storica suddivisione del territorio nelle zone A, B e R. Bai osserva come la delimitazione ufficiale presenti aspetti difficilmente conciliabili con la dinamica di dispersione atmosferica della TCDD. L’autore richiama, ad esempio, il fatto che uno dei confini della zona A coincidesse con il tracciato di una strada, circostanza che, a suo giudizio, appare poco compatibile con il comportamento di un contaminante disperso nell’aria e che solleva interrogativi sulla corrispondenza tra la cartografia ufficiale e la reale distribuzione della contaminazione.
Un secondo tema affrontato riguarda l’interpretazione degli effetti sanitari. Nel volume viene ricordato come alcune valutazioni epidemiologiche abbiano attribuito parte dell’aumento delle patologie cardiorespiratorie allo stress conseguente al disastro. Bai si interroga tuttavia sulla coerenza di questa interpretazione, osservando che la diossina è riconosciuta come uno dei più potenti interferenti endocrini e che numerosi studi hanno documentato possibili effetti di queste sostanze sul sistema cardiovascolare. Secondo l’autore, questo aspetto meriterebbe un ulteriore approfondimento alla luce delle conoscenze scientifiche oggi disponibili.
Tra gli elementi più significativi richiamati nel libro vi è la mappatura realizzata nel 2012 dal professor Pastorelli, che avrebbe individuato una distribuzione della contaminazione significativamente diversa rispetto a quella storicamente adottata. Secondo Bai, quello studio concludeva che vaste aree avrebbero dovuto essere considerate contaminate ai sensi della normativa vigente e richiedere interventi di bonifica. L’autore sostiene che tali risultati non abbiano avuto un adeguato seguito nelle successive decisioni sulla gestione del territorio, che nel frattempo è stato interessato anche da nuovi interventi urbanistici.
La questione assume particolare rilievo in relazione alla realizzazione della Pedemontana Lombarda. Il tracciato dell’infrastruttura attraversa infatti parte delle aree interessate dalla contaminazione storica. Bai ricorda che le indagini ambientali effettuate per la progettazione dell’opera hanno confermato, in diversi punti, la presenza di contaminazione residua, con concentrazioni che richiedono specifici interventi di bonifica. Secondo l’autore, tuttavia, il progetto affronta il problema limitatamente alle aree direttamente interessate dal tracciato, mentre le zone circostanti, pur interessate dalla contaminazione, resterebbero escluse da un piano organico di risanamento.
Un ulteriore elemento richiamato nel volume riguarda gli studi biologici effettuati sugli abitanti del quartiere Fanfani, situato appena all’esterno della zona ufficialmente contaminata. Bai cita le analisi del siero condotte da studiosi dell’Università di Wageningen, nelle quali sarebbero state riscontrate alterazioni del metabolismo delle porfirine, considerate un effetto caratteristico dell’esposizione alla diossina. Per l’autore, questi risultati rappresentano un ulteriore indizio di una contaminazione più estesa rispetto ai confini individuati dalla mappatura ufficiale.
Nel libro trova spazio anche la vicenda del professor Franco Berrino, incaricato delle prime attività di sorveglianza epidemiologica. Bai ricostruisce come Berrino avesse espresso dubbi sulla validità della classificazione delle aree contaminate, osservando che i casi di cloracne risultavano distribuiti anche al di fuori della zona A, in particolare nella cosiddetta zona R. Secondo l’autore, queste osservazioni aprivano interrogativi sulla reale estensione della contaminazione, ma il confronto scientifico non ebbe ulteriori sviluppi istituzionali.
Il volume dedica inoltre attenzione alla ricostruzione delle modalità con cui vennero organizzati i programmi di sorveglianza sanitaria e affidati gli incarichi scientifici successivi all’incidente, proponendo una lettura critica delle scelte compiute in quegli anni. Si tratta di una ricostruzione documentata dall’autore che contribuisce ad alimentare il dibattito storico e scientifico sulla gestione del disastro.
Cinquant’anni dopo Seveso, il caso continua dunque a rappresentare un laboratorio fondamentale per la salute ambientale. Le questioni ancora aperte sulla reale estensione della contaminazione, sugli effetti sanitari a lungo termine e sulle strategie di bonifica dimostrano come il patrimonio di dati raccolto nel tempo possa ancora offrire spunti di ricerca e di riflessione.
In questo contesto, il capitolo che Edoardo Bai dedica a Seveso in Profitto o salute? rappresenta un contributo significativo al dibattito. Attraverso una ricostruzione supportata da documenti, studi scientifici e atti amministrativi, l’autore invita a rileggere criticamente alcune delle scelte compiute dopo l’incidente e a verificare continuamente le conoscenze acquisite alla luce delle nuove evidenze. Pur rappresentando una delle interpretazioni presenti nel dibattito sul caso Seveso, il volume offre l’occasione per riflettere su una vicenda che, mezzo secolo dopo, continua a interrogare la comunità scientifica, le istituzioni e tutti coloro che si occupano di salute pubblica e ambiente.
