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Al Congresso nazionale ISDE Italia, Edoardo Bai ha ripercorso le conoscenze sugli “inquinanti eterni”, richiamando la necessità di prevenire le esposizioni, sorvegliare la salute delle popolazioni e riconoscere i danni subiti.

La contaminazione da PFAS pone un problema che riguarda insieme ambiente, salute e diritti delle persone. È stato questo il filo conduttore dell’intervento di Edoardo Bai al Congresso nazionale ISDE Italia di Sansepolcro, dedicato alla diffusione delle sostanze per- e polifluoroalchiliche e alle conseguenze dell’esposizione per lavoratori e cittadini.

La relazione ha ricostruito la storia di questi composti, impiegati in numerosi processi industriali e prodotti per le loro proprietà di resistenza e impermeabilità. La loro elevata persistenza ha favorito una contaminazione destinata a durare nel tempo: da qui la definizione di “inquinanti eterni”. Al centro dell’intervento, in particolare, PFOA e PFOS, tra le sostanze maggiormente studiate della vasta famiglia dei PFAS.

Bai ha richiamato la vicenda statunitense che, attraverso l’iniziativa di cittadini e le azioni giudiziarie contro DuPont, ha contribuito a far emergere documenti industriali e a promuovere indagini sulla salute delle comunità esposte. Un passaggio fondamentale è stato il lavoro del C8 Science Panel, che ha individuato collegamenti probabili tra esposizione a PFOA e sei condizioni: ipercolesterolemia, tumore del rene, tumore del testicolo, malattie della tiroide, colite ulcerosa e ipertensione indotta dalla gravidanza.

Il caso veneto ha occupato una parte centrale della relazione. Bai ha ricordato le indagini sulle acque che nel 2013 portarono alla luce una contaminazione estesa, con il coinvolgimento di acquedotti e comunità delle province di Vicenza, Padova e Verona. Una vicenda che ha mostrato quanto una sorgente industriale possa incidere su territori molto ampi e sull’esposizione quotidiana della popolazione.

L’intervento ha quindi ripercorso alcuni studi epidemiologici condotti nell’area, a partire dal lavoro di Mastrantonio, Bai e Crosignani pubblicato nel 2018, fino alla ricerca del gruppo di Annibale Biggeri del 2024. Per quest’ultima, la presentazione ha riportato 51.621 decessi osservati rispetto a 47.731 attesi, con un eccesso di mortalità di circa l’8% nella popolazione studiata.

Si tratta di risultati riferiti alla mortalità nelle comunità interessate dalla contaminazione: il confronto tra decessi osservati e attesi non equivale, da solo, ad attribuire ogni decesso in eccesso ai PFAS. Queste evidenze contribuiscono però alla valutazione complessiva dei rischi e alla definizione delle priorità di prevenzione.

Un altro punto affrontato è stato quello dell’esposizione alimentare. Bai ha richiamato la valutazione dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che ha individuato negli effetti sul sistema immunitario un elemento centrale per stimare il rischio e ha stabilito un’assunzione settimanale tollerabile di 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo per la somma di PFOA, PFNA, PFHxS e PFOS. La valutazione segnala che una parte della popolazione europea supera tale valore.

La relazione ha inoltre richiamato il problema delle sostanze sostitutive: abbandonare alcuni PFAS già conosciuti non garantisce automaticamente la sicurezza dei composti utilizzati al loro posto. Da qui l’attenzione agli appelli scientifici per ridurre gli impieghi e prevenire nuove contaminazioni.

Nella parte conclusiva, Bai si è soffermato sulle richieste di tutela e risarcimento delle persone esposte, distinguendo il tema delle patologie da quello della sofferenza e dell’ansia legate alla contaminazione. Ha richiamato anche la situazione dei lavoratori e dei vigili del fuoco, sottolineando la necessità di un’attenzione specifica alle esposizioni professionali.

Dall’intervento è emersa la richiesta di affiancare alla ricerca misure concrete: controllo delle fonti, riduzione delle esposizioni, sorveglianza sanitaria e sostegno alle comunità coinvolte. La persistenza dei PFAS rende particolarmente rilevante la prevenzione, perché le conseguenze delle emissioni possono protrarsi ben oltre la durata delle attività che le hanno generate.