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La Regione Veneto ha finalmente bloccato la commercializzazione di carne e fegato con concentrazioni di PFAS superiori ai limiti. È quanto ISDE chiedeva già nel marzo 2016. Il provvedimento è necessario, ma restano aperti interrogativi sulla contaminazione di altri alimenti e sulla trasparenza dei controlli.

di Vincenzo Cordiano, presidente ISDE Veneto

Per la prima volta la Regione Veneto ha disposto il blocco della commercializzazione di prodotti di origine animale provenienti dalle aree contaminate da PFAS nei quali sono state riscontrate concentrazioni di PFOA e PFOS superiori ai limiti. Il provvedimento riguarda carne bovina, fegato bovino e fegato suino.

La decisione arriva al termine di uno studio condotto dalla Regione con l’Istituto superiore di sanità, l’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, Arpav e le aziende sanitarie. Sono stati esaminati 703 campioni di carne, latte e uova provenienti da 156 aziende delle zone rossa e arancione.

Secondo i dati resi noti, 680 campioni, pari al 97%, sono risultati entro i limiti di legge, mentre 18, il 3%, hanno superato i tenori massimi. Otto aziende hanno presentato superamenti per PFOA o PFOS nel muscolo bovino, nel fegato bovino o in quello suino. Per queste realtà sarebbero state adottate misure dirette a impedire l’immissione sul mercato degli alimenti contaminati e sarebbe stato avviato un monitoraggio continuativo.

Il fatto che la maggior parte dei campioni rispetti i parametri è certamente positivo. Ma non può cancellare una domanda essenziale: perché si è dovuto attendere così tanto?

La richiesta di ISDE del marzo 2016

Il 18 marzo 2016 ISDE Italia e ISDE Veneto inviarono una lettera al Consiglio regionale straordinario del Veneto, convocato per affrontare il problema della contaminazione da PFAS.

Già allora sottolineavamo che gli accertamenti disponibili indicavano il coinvolgimento della catena alimentare e la presenza di queste sostanze in campioni di pesce, carne e vegetali provenienti dalle aree inquinate.

La prima delle nostre richieste era inequivocabile: un intervento legislativo urgente per proibire la produzione e la commercializzazione degli alimenti contaminati da PFAS, a tutela non soltanto dei cittadini veneti, ma anche dei consumatori delle altre regioni nelle quali quei prodotti avrebbero potuto essere distribuiti.

Quella lettera rimase senza una risposta concreta. Oggi, a oltre dieci anni di distanza, la Regione adotta finalmente il provvedimento che avevamo sollecitato. È una misura giusta e necessaria, ma arriva con un ritardo difficilmente giustificabile quando è in gioco la tutela della salute pubblica.

Non basta affermare che il 97% dei campioni è regolare

La percentuale dei campioni conformi non deve diventare uno strumento per ridimensionare il problema. Il riscontro di alimenti oltre i limiti dimostra che il trasferimento dei PFAS dall’ambiente alla catena alimentare è reale e che, senza controlli sistematici, alcuni prodotti contaminati potrebbero raggiungere i consumatori.

Occorre inoltre conoscere i dati completi: quali aziende sono interessate, dove si trovano, quali concentrazioni sono state rilevate, quali molecole sono state cercate e con quali criteri sono stati scelti aziende e campioni.

La trasparenza è indispensabile per tutelare i cittadini, ma anche gli allevatori e i produttori che rispettano le norme. Diffondere informazioni aggregate non basta a ricostruire la distribuzione territoriale della contaminazione e a individuarne le cause.

Non va dimenticato che i risultati del monitoraggio alimentare effettuato nel 2016-2017 furono resi disponibili integralmente soltanto dopo una lunga battaglia per l’accesso agli atti, conclusasi con una sentenza del Tar del Veneto dell’aprile 2021. Un successivo studio pubblicato su Epidemiologia & Prevenzione descrisse una contaminazione alimentare diffusa nell’area rossa, sebbene concentrata maggiormente in determinate zone.

E per vegetali, vino e pesce?

Il nuovo provvedimento riguarda prodotti di origine animale, ma lascia aperto il tema delle altre matrici alimentari. Che cosa sappiamo oggi della presenza di PFAS nei radicchi e negli altri vegetali coltivati utilizzando acque o terreni contaminati? Quando saranno pubblicati integralmente i risultati dei controlli sui prodotti vegetali?

Analoghi interrogativi riguardano l’uva, il Prosecco e gli altri vini veneti. Sono stati realizzati campionamenti sufficientemente ampi e rappresentativi? Quali PFAS sono stati ricercati? I risultati saranno messi a disposizione dei cittadini e della comunità scientifica?

Esistono poi studi che hanno rilevato PFAS nei pesci dei laghi dell’Italia settentrionale, compreso il Garda. Anche in questo caso servono controlli aggiornati, sistematici e pubblici, capaci di valutare il rischio per chi consuma frequentemente prodotti della pesca locale.

Non possiamo attendere altri dieci anni per sapere se siano necessari provvedimenti analoghi anche per il vino, il pesce, i radicchi e gli altri vegetali.

Il divieto di consumo del pesce nella zona rossa

Nel frattempo continua a essere in vigore il divieto di consumo del pescato proveniente dai corsi d’acqua della zona rossa. Una misura che conferma quanto il problema sia ancora attuale e come la contaminazione ambientale continui a produrre conseguenze concrete sulla vita delle comunità e sulle attività economiche.

Bloccare la vendita di carne e fegato contaminati è un primo passo, non il punto di arrivo. Occorrono un monitoraggio permanente di tutta la catena alimentare, la pubblicazione tempestiva e georeferenziata dei risultati, l’estensione delle analisi alle nuove molecole emergenti e interventi efficaci sulle sorgenti della contaminazione.

La prevenzione non può consistere nell’agire soltanto quando un prodotto supera un limite di legge. Deve significare ridurre l’esposizione complessiva della popolazione, intervenire alla fonte e applicare concretamente il principio di precauzione.

Dopo dieci anni, il Veneto ha finalmente riconosciuto la necessità di impedire la commercializzazione degli alimenti contaminati. Ora la Regione dimostri di aver imparato la lezione e non costringa cittadini, associazioni e comunità scientifica ad attendere un altro decennio.