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Di Annarita Castrucci, Laura Reali, Elisabetta Chellini, Flavia Del Grosso e Maria Grazia Petronio

La pratica di discipline sportive (quali nuoto in acque libere, triathlon, canottaggio, surf/vela, tuffi) che prevedono il contatto diretto con acque libere, ovvero acque superficiali ricreazionali o di balneazione, come mari fiumi e laghi, che possono essere utilizzate sia per attività sportive che di svago), espone gli atleti a rischi sanitari legati all’esposizione a eventuali inquinanti microbiologici, ma anche chimici, dell’ambiente acquatico. [1] [2] Il tema ha acquisito particolare visibilità pubblica in occasione di grandi eventi internazionali, ma è oggetto di un filone di ricerca scientifica consolidato, che comprende studi epidemiologici osservazionali, indagini su focolai epidemici e revisioni sistematiche.

Al di là della sicurezza della singola competizione, la possibilità di praticare sport e attività ricreative in mari, fiumi e laghi dipende e, in futuro sempre di più dipenderà, dalla capacità che avremo di tutelare complessivamente i corpi idrici. Scarichi urbani e industriali, allevamenti, pesticidi, sostanze persistenti e rifiuti plastici possono comprometterne la qualità ecologica e sanitaria delle acque superficiali. Nell’ambito dell’impegno di ISDE per la tutela della salute negli ambienti di vita e di sport, gli European Aquatics Championships Paris 2026, tuttora in corso, le cui gare in acque libere si sono svolte nella Senna, offrono l’occasione per richiamare l’attenzione su questo tema. Il presente contributo si concentra sulle evidenze relative al rischio microbiologico per gli atleti; tale prospettiva specifica si inserisce però nel più ampio obiettivo di prevenire la contaminazione chimica e microbiologica, risanare le acque degradate e restituirle in condizioni di sicurezza allo sport e alla collettività.[3] 

Le prove natatorie di triathlon e le gare di nuoto in acque libere si svolgono tipicamente in laghi, fiumi, canali o tratti costieri, ambienti nei quali la qualità dell’acqua può variare rapidamente in funzione delle precipitazioni, degli scarichi fognari e del deflusso urbano o agricolo[4] . Gli organismi regolatori dello sport, come la World Aquatics e la World Triathlon, richiedono che la qualità dell’acqua sia testata e classificata come “buona” o “eccellente” in termini di pH, concentrazione di Escherichia coli ed enterococchi e presenza di fioriture algali prima dello svolgimento della gara[1];[5]  tuttavia, poiché l’analisi di laboratorio richiede tempo, il campionamento viene solitamente effettuato circa una settimana prima[6]  dell’evento, e poi ripetuto durante il periodo di gare; comunque un intervallo durante il quale la qualità dell’acqua può mutare sensibilmente, in particolare in aree urbane o agricole soggette a scarichi intermittenti[7] [2].

Lo scarto temporale tra monitoraggio e svolgimento della gara costituisce uno dei nodi critici evidenziati in letteratura, poiché rende gli atleti esposti a condizioni ambientali che possono essere diverse [8] [9] da quelle certificate nei giorni precedenti l’evento.

Le evidenze epidemiologiche [10] 

Uno degli studi più citati in materia è quello condotto a Copenaghen in occasione di una gara di triathlon Ironman[11]  disputata il giorno successivo a un evento meteorico estremo che aveva causato lo sversamento delle reti fognarie nelle acque costiere. Il confronto tra la coorte di atleti che avevano gareggiato nell’acqua contaminata (2010) e quella che aveva gareggiato in condizioni non inquinate (2011) evidenziò un tasso di attacco di malattia gastrointestinale del 42% nel primo caso contro l’8% nel secondo, con un rischio relativo pari a 5,0[3]. Un ulteriore studio, condotto su sei triathlon nei Paesi Bassi con 1.294 atleti partecipanti, ha riscontrato un tasso medio di malattia gastrointestinale post-gara del 5,1% e ha osservato un’associazione dose-dipendente con l’ingestione accidentale di acqua durante il nuoto: gli atleti che avevano ingerito quattro o più sorsi d’acqua presentavano un rischio di malattia gastrointestinale 5,1 volte superiore rispetto a chi non ne aveva ingerita[4].

Analoghe evidenze provengono da indagini su focolai epidemici documentati in eventi di nuoto in acque libere: un’epidemia di gastroenterite coinvolse i partecipanti a una manifestazione di nuoto nel Tamigi, a Londra[5], mentre un focolaio di diarrea colpì i partecipanti a un triathlon e a un duathlon a Utrecht[6] e un’indagine giornalistica riportò 57 casi di malattia tra i nuotatori del Campionato mondiale di triathlon disputato a Sunderland nel 2023[7].[12]  [13] Uno dei primi studi sistematici sul tema, risalente al 1998, aveva già stabilito una relazione tra il rischio di gastroenterite nei triatleti e il livello di contaminazione fecale delle acque dolci in cui si svolgevano le gare[8].

Diverse revisioni sistematiche hanno confermato la coerenza di queste evidenze su scala più ampia. Una revisione sistematica che ha analizzato 35 studi, su 5.858 titoli e abstract inizialmente individuati, ha rilevato che, tra i soggetti esposti per contatto primario con acque dolci ricreazionali, la malattia gastrointestinale era l’esito di gran lunga più frequentemente segnalato (77,1% degli studi), seguita da infezioni cutanee (37,1%), auricolari (34,3%), respiratorie (31,4%) e oculari (25,7%)[9]. Una revisione sistematica con meta-analisi del 2020, incentrata sulle acque superficiali ambientali, ha confermato un rischio di malattia — in particolare gastrointestinale — sistematicamente più elevato tra i bagnanti rispetto ai non bagnanti, pur segnalando che nessun singolo indicatore fecale o patogeno risultava associato in modo coerente a tutti gli esiti sanitari osservati[10]. Una revisione della letteratura del 2015 era giunta a conclusioni analoghe, osservando un rischio generalmente più elevato di malattia gastrointestinale nei bagnanti rispetto ai non bagnanti, ma un’associazione meno netta con la sola misurazione dei batteri indicatori di contaminazione fecale, specialmente nei siti di  inquinamento diffuso e non puntiforme[11]. Un ulteriore filone di ricerca ha indagato specificamente il rischio di patologie respiratorie associate al nuoto in acque ricreazionali, riscontrando anch’esso un’associazione significativa, seppure vi fosse eterogeneità nella classificazione delle esposizioni e degli effetti nei vari studi considerati[12].

Meccanismi di esposizione e patogeni coinvolti

La via di esposizione più consistentemente associata alla malattia è l’ingestione accidentale di acqua durante il nuoto, come dimostrato dalla relazione dose-risposta osservata tra numero di sorsi ingeriti e probabilità di malattia gastrointestinale[13]. Ulteriori vie di esposizione documentate includono il contatto cutaneo, l’inalazione di aerosol e il contatto con mucose oculari e auricolari[14]. Una revisione europea sui patogeni di rilevanza per la salute pubblica presenti nelle acque di balneazione naturali[14]  ha evidenziato la ricorrenza di batteri enterici (Escherichia coli, Campylobacter, Salmonella), protozoi (Cryptosporidium, Giardia) e virus enterici (norovirus), oltre a segnalare il crescente interesse sulla possibile presenza in questi ambienti di ceppi batterici resistenti agli antibiotici[15]. Uno studio caso-controllo condotto in occasione di eventi di nuoto in canali urbani nei Paesi Bassi ha individuato specifici fattori di rischio individuali, tra cui il numero di immersioni della testa e la durata del contatto con l’acqua[16], mentre uno studio statunitense ha impiegato i colifagi come indicatore alternativo di rischio di malattia gastrointestinale nelle acque ricreazionali[17] e un altro ancora ha collegato l’esposizione a specifici indicatori di qualità dell’acqua marina alla comparsa di sintomi nei bagnanti in spiaggia[18].[15] [16] 

Il quadro regolatorio e gli standard di monitoraggio

A livello internazionale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità fornisce linee guida di riferimento per la gestione della sicurezza sanitaria delle acque ricreazionali costiere e dolci, comprensive di soglie di riferimento per gli indicatori microbiologici e di raccomandazioni operative per gli enti gestori[19]. [17] Le federazioni sportive internazionali, come World Triathlon, hanno recepito tali indicazioni in propri regolamenti di gara, che stabiliscono i parametri di accettabilità della qualità dell’acqua (pH, concentrazione di E. coli ed enterococchi, presenza di fioriture algali) e le condizioni per l’eventuale rinvio, spostamento o cancellazione della prova natatoria[20]. Resta tuttavia un nodo critico, più volte segnalato in letteratura: il disallineamento temporale tra il momento del campionamento — necessariamente anticipato rispetto alla gara per consentire l’analisi di laboratorio — e le condizioni ambientali effettive al momento dello svolgimento della prova, specie in presenza di eventi metereologici intensi nelle ore o nei giorni immediatamente precedenti[21]., con conseguenti incertezze sulla qualità delle acque di balneazione con potenziale rischio per la salute degli atleti.

Le Olimpiadi di Parigi 2024 costituiscono un caso paradigmatico della questione succitata, che si potrebbe riproporre dopo 2 anni durante i campionati Europei di nuoto che si disputano nuovamente lungo la Senna. Le prove di nuoto del triathlon, in programma nella Senna, furono rinviate nei giorni precedenti a causa di livelli di contaminazione batterica superiori alle soglie di sicurezza, conseguenti a precipitazioni intense; successivamente, nonostante il ripristino di condizioni ritenute idonee, alcuni atleti lamentarono sintomi compatibili con infezione gastrointestinale dopo le gare, circostanza che indusse una delegazione nazionale a ritirare la propria squadra dalle prove successive[22].

Implicazioni per la sorveglianza e la prevenzione

Le evidenze esaminate convergono su alcune indicazioni operative ricorrenti in letteratura: l’opportunità di intensificare la frequenza del monitoraggio della qualità dell’acqua fino a ridosso della gara, anche mediante indicatori a risposta rapida; lo sviluppo di strategie rivolte agli atleti per ridurre l’ingestione accidentale di acqua durante il nuoto; il rafforzamento della sorveglianza epidemiologica post-evento, anche attraverso questionari strutturati somministrati ai partecipanti nei giorni successivi alla gara; e una maggiore consapevolezza, da parte di organizzatori e personale medico, dei rischi ambientali specifici delle acque libere, incluse condizioni non infettive come l’edema polmonare da immersione[23]. Tali indicazioni risultano di interesse anche per la programmazione della sorveglianza ambientale delle acque destinate a uso ricreazionale e sportivo in ambito locale, in coerenza con gli indirizzi nazionali e regionali in materia di monitoraggio della qualità delle acque e di prevenzione del rischio infettivo.

Conclusioni

La letteratura scientifica disponibile documenta in modo coerente un’associazione tra la contaminazione microbiologica delle acque in cui si disputano competizioni sportive e l’insorgenza di patologie a carico degli atleti, prevalentemente di natura gastrointestinale ma anche cutanea, respiratoria e oculare. Il quadro regolatorio internazionale fornisce standard di riferimento consolidati, la cui efficacia resta tuttavia condizionata dalla tempestività del monitoraggio rispetto alla variabilità ambientale, come dimostrato dai casi di cronaca più recenti. Ulteriori ricerche appaiono necessarie per consolidare le evidenze sul ruolo dei  fattori di rischio individuali, per validare metodiche di monitoraggio a risposta rapida e per approfondire il tema emergente della resistenza antimicrobica negli ambienti acquatici ricreazionali. In questo contesto andrebbe posta anche maggiore attenzione alla formazione degli atleti e del personale addetto rispetto ai rischi da immersione in acque contaminate sia da microrganismi patogeni sia da sostanze chimiche tossiche.
[18] [19] 

Proteggere la salute degli atleti non significa dunque soltanto intensificare i controlli in prossimità delle gare. Richiede politiche continuative di prevenzione dell’inquinamento, riduzione alla fonte di tutte le fonti di inquinamento (scarichi, rifiuti, plastiche, nutrienti provenienti dall’agricoltura intensiva, pesticidi etc.), adeguamento dei sistemi di raccolta e depurazione, risanamento dei corpi idrici compromessi e comunicazione trasparente dei dati sulla qualità delle acque. Rendere nuovamente accessibili e balneabili fiumi, laghi e tratti costieri rappresenta un obiettivo di salute pubblica e di tutela ambientale: in questa prospettiva, lo sport può agire come sentinella dei rischi e come occasione per promuovere interventi destinati a produrre benefici duraturi per l’intera popolazione.[20] 

Bibliografia

[1]World Triathlon. World Triathlon Competition Rules; World Triathlon: Lausanne, Svizzera, 2025.

[2]Ibidem; cfr. anche Suslovaite, V.; Pickett, H.; Speight, V.; Shucksmith, J.D. Forecasting acute rainfall driven E. coli impacts in inland rivers based on sewer monitoring and field runoff. Water Res. 2024, 248, 120838.

[3]Harder-Lauridsen, N.M.; Kuhn, K.G.; Erichsen, A.C.; Mølbak, K.; Ethelberg, S. Gastrointestinal Illness among Triathletes Swimming in Non-Polluted versus Polluted Seawater Affected by Heavy Rainfall, Denmark, 2010–2011. PLoS ONE 2013, 8, e78371, https://doi.org/10.1371/journal.pone.0078371.

[4]Bliekendaal, S.; Dionisio Pires, M., op. cit.

[5]Hall, V.; Taye, A.; Walsh, B.; Maguire, H.; Dave, J.; Wright, A.; Anderson, C.; Crook, P. A large outbreak of gastrointestinal illness at an open-water swimming event in the River Thames, London. Epidemiol. Infect. 2017, 145, 1246–1255.

[6]Parkkali, S.; Joosten, R.; Fanoy, E.; Pijnacker, R.; Van Beek, J.; Brandwagt, D.; Van Pelt, W. Outbreak of diarrhoea among participants of a triathlon and a duathlon on 12 July 2015 in Utrecht, The Netherlands. Epidemiol. Infect. 2017, 145, 2176–2184.

[7]Ungoed-Thomas, J.; Jenz, M. Fifty-Seven Swimmers Fall Sick and Get Diarrhoea at World Triathlon Championship in Sunderland. The Guardian, 5 agosto 2023.

[8]Van Asperen, I.A.; Medema, G.; Borgdorff, M.W.; Sprenger, M.J.; Havelaar, A.H. Risk of gastroenteritis among triathletes in relation to faecal pollution of fresh waters. Int. J. Epidemiol. 1998, 27, 309–315.

[9]Adhikary, R.K.; Mahfuj, M.S.-E.; Starrs, D.; Croke, B.; Glass, K.; Lal, A. Risk of Human Illness from Recreational Exposure to Microbial Pathogens in Freshwater Bodies: A Systematic Review. Exposure and Health 2022, 14, 325–343, https://doi.org/10.1007/s12403-021-00447-z.

[10]Russo, G.S.; Eftim, S.E.; Goldstone, A.E.; Dufour, A.P.; Nappier, S.P.; Wade, T.J. Evaluating health risks associated with exposure to ambient surface waters during recreational activities: A systematic review and meta-analysis. Water Res. 2020, 176, 115729.

[11]Fewtrell, L.; Kay, D. Recreational Water and Infection: A Review of Recent Findings. Curr. Environ. Health Rep. 2015, 2, 85–94.

[12]Mannocci, A.; La Torre, G.; Spagnoli, A.; Solimini, A.G.; Palazzo, C.; De Giusti, M. Is swimming in recreational water associated with the occurrence of respiratory illness? A systematic review and meta-analysis. J. Water Health 2016, 14, 590–599.

[13]Bliekendaal, S.; Dionisio Pires, M., op. cit.; Harder-Lauridsen, N.M. et al., op. cit.

[14]Chamberlain, M.; Marshall, A.N.; Keeler, S. Open Water Swimming: Medical and Water Quality Considerations. Curr. Sports Med. Rep. 2019, 18, 121–128.

[15]Farrell, M.L.; Joyce, A.; Duane, S.; Fitzhenry, K.; Hooban, B.; Burke, L.P.; Morris, D. Evaluating the potential for exposure to organisms of public health concern in naturally occurring bathing waters in Europe: A scoping review. Water Res. 2021, 206, 117711.

[16]Joosten, R.; Sonder, G.; Parkkali, S.; Brandwagt, D.; Fanoy, E.; Mughini-Gras, L.; Lodder, W.; Ruland, E.; Siedenburg, E.; Kliffen, S.; et al. Risk factors for gastroenteritis associated with canal swimming in two cities in the Netherlands during the summer of 2015: A prospective study. PLoS ONE 2017, 12, e0174732.

[17]Benjamin-Chung, J.; Arnold, B.F.; Wade, T.J.; Schiff, K.; Griffith, J.F.; Dufour, A.P.; Weisberg, S.B.; Colford, J.M. Coliphages and Gastrointestinal Illness in Recreational Waters. Epidemiology 2017, 28, 644–652.

[18]Arnold, B.F.; Schiff, K.C.; Griffith, J.F.; Gruber, J.S.; Yau, V.; Wright, C.C.; Wade, T.J.; Burns, S.; Hayes, J.M.; McGee, C.; et al. Swimmer Illness Associated with Marine Water Exposure and Water Quality Indicators. Epidemiology 2013, 24, 845–853.

[19]World Health Organization. Guidelines for Safe Recreational Water Environments, Volume 1: Coastal and Fresh Waters; World Health Organization: Ginevra, Svizzera, 2021.

[20]World Triathlon, op. cit.

[21]Bliekendaal, S.; Dionisio Pires, M., op. cit.

[22]Bliekendaal, S.; Dionisio Pires, M., op. cit., che richiama a sua volta: Reynolds, G.; Amenabar, T. Did Swimming in the Seine Make Athletes Sick? Here’s What We Know. The Washington Post, 5 agosto 2024.

[23] Bliekendaal, S.; Dionisio Pires, M., op. cit.; Spencer, S. et al., op. cit.; Chamberlain, M. et al., op. cit.