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Api selvatiche, farfalle, sirfidi e altri insetti non sono soltanto protagonisti della biodiversità: sostengono la produzione alimentare e il funzionamento degli ecosistemi. Nel nuovo report “La città degli impollinatori”, WWF Italia propone di trasformare parchi, giardini, strade, tetti, balconi e spazi residuali in una vera infrastruttura ecologica urbana. Nella prefazione, firmata anche dal presidente di ISDE Italia Roberto Romizi, il messaggio è netto: tutelare la biodiversità è anche una questione di salute pubblica.

Le città possono essere una delle cause della perdita di biodiversità, ma possono diventare anche una parte importante della soluzione. È questo il cambio di prospettiva proposto da “La città degli impollinatori”, il nuovo report di WWF Italia pubblicato nell’ambito di Urban Nature nel settembre 2026. 

Il documento non propone semplicemente di piantare più fiori o aumentare genericamente il verde urbano. L’obiettivo è più ambizioso: ripensare la città come un sistema ecologico, nel quale parchi, giardini privati, alberature, orti, prati, tetti verdi, corsi d’acqua e persino balconi e aree residuali diventino parti connesse di una rete capace di offrire agli impollinatori cibo, rifugio, luoghi di riproduzione e possibilità di spostamento.

Una trasformazione che, sottolinea il rapporto, produrrebbe benefici anche per le persone: città più fresche, permeabili, resilienti alle piogge intense, meno esposte ad alcune forme di inquinamento e più ricche di spazi naturali.

Gli impollinatori sono molto più delle api da miele

Quando si parla di impollinazione il pensiero va quasi automaticamente all’ape da miele, Apis mellifera. Il rapporto WWF ricorda invece quanto sia più complesso il mondo degli animali che trasportano il polline.

In Europa sono censite 1.965 specie di api selvatiche, circa 890 specie di sirfidi e 501 specie di farfalle diurne. A queste si aggiungono coleotteri, emitteri, vespe e altri imenotteri, falene e numerosi altri ditteri.

L’Italia assume in questo quadro un’importanza particolare. La sua posizione tra Europa centrale, Mediterraneo, Balcani e Nord Africa e la varietà degli ambienti – dalle coste alle montagne, dalle zone umide ai paesaggi agricoli – ne fanno uno dei principali hotspot europei di biodiversità.

Non si tratta soltanto di una ricchezza naturalistica. Gli impollinatori partecipano a processi dai quali dipende direttamente anche la società umana.

Da loro dipende gran parte delle piante a fiore

Il rapporto ricorda un dato fondamentale: tra il 78% e il 94% delle specie di piante da fiore dipende dall’impollinazione animale, nella quale gli insetti svolgono il ruolo principale.

La relazione con la nostra alimentazione è altrettanto stretta. Oltre tre quarti delle principali colture alimentari mondiali dipendono almeno in parte dagli impollinatori e 87 tra le maggiori colture globali necessitano dell’impollinazione animale per produrre frutti, semi e ortaggi.

Mele, ciliegie, pomodori, melanzane, mandorle, cacao, caffè e vaniglia sono soltanto alcuni degli esempi.

Il valore economico di questo servizio ecosistemico è stimato dal WWF, sulla base della letteratura scientifica richiamata nel rapporto, tra 235 e 577 miliardi di dollari l’anno a livello mondiale e tra 5 e 15 miliardi di euro l’anno in Europa.

Ma la monetizzazione, osserva il documento, restituisce solo una parte del loro valore: l’impollinazione sostiene contemporaneamente biodiversità, stabilità degli ecosistemi e numerosi servizi naturali indispensabili alla società.

Una crisi silenziosa

A questa importanza corrisponde però una situazione sempre più preoccupante.

Secondo i dati riportati dal WWF, in Europa risultano in declino quasi il 40% dei sirfidi, il 15% delle farfalle e il 10% delle api selvatiche.

Non esiste una singola causa. Gli impollinatori sono sottoposti contemporaneamente a molte pressioni: perdita e frammentazione degli habitat, agricoltura intensiva, urbanizzazione, pesticidi, erbicidi, fertilizzanti, cambiamento climatico, specie invasive e diverse forme di inquinamento.

Il rapporto utilizza un’espressione particolarmente efficace, ripresa dalla letteratura scientifica: “death by a thousand cuts”, morte per mille tagli. La figura riportata nel documento mostra infatti come riscaldamento globale, siccità, incendi, agricoltura intensiva, pesticidi, deforestazione, urbanizzazione, inquinamento e introduzione di specie possano interagire e amplificarsi reciprocamente.

Un insetto indebolito dalla scarsità di risorse alimentari, per esempio, può risultare maggiormente vulnerabile a un pesticida o a un evento climatico estremo.

Il cambiamento climatico rompe la sincronizzazione tra insetti e fiori

Un elemento particolarmente delicato riguarda il clima.

Temperature crescenti, eventi meteorologici estremi e modificazioni della stagionalità stanno cambiando sia la distribuzione delle specie sia i periodi di fioritura.

Può così verificarsi un disallineamento temporale tra il momento in cui una pianta offre nettare e polline e quello in cui l’impollinatore è attivo.

Una relazione ecologica costruita attraverso l’evoluzione rischia quindi di perdere progressivamente la propria sincronizzazione, con conseguenze sia per gli insetti sia per le piante che dipendono da loro.

Perché la scomparsa degli impollinatori riguarda la nostra salute

Uno degli aspetti più interessanti del report WWF è proprio il collegamento esplicito tra biodiversità e salute umana.

La riduzione dell’impollinazione può diminuire disponibilità, varietà e qualità di frutta, verdura, legumi e frutta a guscio. Può inoltre aumentare i costi di produzione e rendere meno stabili le filiere alimentari.

Ma la relazione va oltre il cibo.

Gli ambienti nei quali prosperano gli impollinatori sono generalmente quelli caratterizzati da habitat connessi, vegetazione diversificata e minori pressioni ambientali. E sono proprio questi ecosistemi urbani a produrre numerosi benefici anche per gli esseri umani.

Parchi, alberature, prati fioriti, giardini e corridoi ecologici possono mitigare le isole di calore, favorire la gestione dell’acqua piovana, contribuire alla qualità dell’aria e alla riduzione del rumore e offrire spazi per l’attività fisica, la socialità e il benessere psicologico.

Gli impollinatori diventano così anche indicatori della qualità ecologica degli ambienti in cui viviamo.

Impollinatori e persone esposti alle stesse pressioni

Il rapporto richiama anche un collegamento meno evidente con l’inquinamento atmosferico.

Alcuni contaminanti, tra cui PM2,5 e ozono troposferico, possono interferire con i segnali chimici utilizzati dagli insetti per individuare i fiori e comprometterne l’orientamento. Gli stessi inquinanti sono naturalmente importanti fattori di rischio per la salute umana, in particolare per le patologie cardiovascolari e respiratorie.

Il documento cita inoltre la presenza di microplastiche rilevata sia negli impollinatori sia nei tessuti umani, precisando che i relativi effetti sono ancora oggetto di ricerca.

Da qui il richiamo all’approccio One Health: salute umana, animale e degli ecosistemi non possono essere affrontate come compartimenti separati.

ISDE: «La tutela della biodiversità è una questione di salute pubblica»

Questa relazione è al centro anche della prefazione del report, firmata da Vincenzo Cordiano, apicoltore e presidente di ISDE Veneto, e Roberto Romizi, presidente dell’Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia.

Il punto di partenza è esplicito: «La tutela della biodiversità è una questione di salute pubblica».

Perdita delle specie, frammentazione degli habitat, inquinamento e crisi climatica non modificano infatti soltanto gli ecosistemi, ma incidono sulla qualità dell’aria, dell’acqua, degli alimenti e degli ambienti nei quali viviamo.

La proposta della “Città degli impollinatori”, sottolineano Cordiano e Romizi, si inserisce quindi nella prospettiva della Planetary Health: ripensare gli spazi urbani con reti ecologiche, prati fioriti, alberature, suoli permeabili e meno pesticidi significa contemporaneamente favorire la biodiversità e costruire città più fresche, salubri, inclusive e resilienti al cambiamento climatico.

La natura, in questa prospettiva, smette di essere un semplice elemento ornamentale e diventa una vera infrastruttura per la prevenzione e il benessere collettivo.

Come si costruisce una “città degli impollinatori”

È soprattutto nella seconda parte che il rapporto passa dalla diagnosi alle possibili soluzioni.

La proposta si fonda su quattro componenti dell’infrastruttura ecologica urbana: habitat verdi pubblici, habitat verdi privati, infrastrutture verdi e habitat di supporto e connessione.

Il punto fondamentale è che non basta aumentare il numero dei metri quadrati di verde. Occorre collegare gli habitat.

Come una città ha bisogno di reti per acqua, energia e trasporti, sostiene il WWF, la biodiversità necessita di una rete attraverso cui gli organismi possano nutrirsi, riprodursi, trovare rifugio e spostarsi.

Parchi sì, ma gestiti diversamente

I grandi parchi costituiscono i principali nodi di questa rete.

Per diventare realmente utili agli impollinatori dovrebbero comprendere alberi e arbusti, preferibilmente autoctoni, e garantire fioriture distribuite durante le diverse stagioni.

Ma può essere altrettanto importante modificare la gestione dei prati.

Lo sfalcio meno frequente permette alle piante erbacee spontanee di completare il ciclo vegetativo, fiorire e produrre semi. Steli secchi e vegetazione lasciata in alcune aree possono inoltre diventare rifugi invernali.

Il risultato può essere una maggiore disponibilità di nettare e polline accompagnata da altri vantaggi: minori costi di manutenzione, protezione del suolo, maggiore infiltrazione dell’acqua e mitigazione delle temperature.

Anche gli orti urbani, se gestiti senza pesticidi e attraverso pratiche agroecologiche, possono diventare importanti habitat e contemporaneamente luoghi di educazione ambientale, partecipazione e Citizen Science.

Anche un balcone entra nella rete ecologica

La responsabilità non riguarda soltanto le amministrazioni.

Una delle idee centrali del rapporto è che migliaia di piccoli spazi privati possono produrre un effetto ecologico significativo quando vengono messi idealmente in rete.

Giardini e siepi con specie autoctone e fioriture distribuite durante l’anno possono funzionare come stepping stone, punti intermedi attraverso i quali gli insetti attraversano il tessuto edificato.

Persino balconi, terrazzi e cassette fiorite, se dotati di piante capaci di offrire nettare e polline, possono fornire piccole stazioni di alimentazione nei quartieri densamente costruiti.

Dalle rotaie alle rotatorie: il verde stradale può diventare infrastruttura ecologica

Il WWF invita inoltre a guardare diversamente spazi urbani spesso considerati marginali.

Aiuole, rotatorie, spartitraffico, fasce erbose stradali e persino le aree verdi lungo le rotaie possono diventare elementi lineari della rete ecologica.

Gestiti con specie nettarifere autoctone e sfalci meno intensivi, possono collegare habitat più grandi e facilitare gli spostamenti degli insetti.

Un’impostazione che produce contemporaneamente vantaggi per la città: migliore qualità paesaggistica, maggiore comfort per pedoni e ciclisti, mitigazione delle temperature e maggiore infiltrazione delle precipitazioni.

Tetti e pareti verdi: ecosistemi sopra gli edifici

Anche gli edifici possono partecipare alla rete.

Tetti verdi, pareti vegetate e giardini pensili possono creare quelli che il rapporto definisce veri “ecosistemi sospesi”, soprattutto quando vengono utilizzate specie autoctone con fioriture diversificate.

A questo si sommano benefici più direttamente collegati all’adattamento climatico e all’efficienza energetica: gestione delle acque meteoriche, riduzione dell’isola di calore, miglioramento del microclima e maggiore isolamento termico degli edifici.

Recuperare gli spazi “inutili”

Particolarmente interessante è l’attenzione dedicata agli spazi residuali.

Aree ferroviarie, scarpate, terreni incolti e siti industriali dismessi possono diventare serbatoi inattesi di biodiversità, proprio perché la vegetazione vi cresce spesso in maniera più spontanea.

Non tutto lo spazio urbano, quindi, deve necessariamente essere trasformato in un giardino ordinato e intensamente manutenuto.

Persino legno morto, tronchi in decomposizione, steli secchi e piccole porzioni di terreno nudo hanno una funzione: alcune api selvatiche nidificano infatti nel terreno, mentre altre specie dipendono da cavità naturali e materiale vegetale.

Gli insect hotel possono integrare questi habitat, avverte però il WWF, soltanto se correttamente progettati, inseriti in aree ricche di fiori e sottoposti a manutenzione, per evitare che diventino luoghi di diffusione di parassiti, funghi e malattie.

De-impermeabilizzare significa aiutare insetti e città

Un’altra indicazione riguarda il suolo.

Asfalto e pavimentazioni sottraggono spazio alla vegetazione e impediscono la nidificazione delle specie che scavano nel terreno. Contemporaneamente riducono l’assorbimento delle precipitazioni e accentuano l’isola di calore.

De-impermeabilizzare il suolo diventa quindi un intervento con benefici multipli: crea habitat, permette una migliore infiltrazione dell’acqua, contribuisce alla riduzione del rischio di allagamento e aiuta a contenere le temperature estive.

È un esempio particolarmente chiaro della filosofia del rapporto: una misura progettata per la biodiversità può diventare contemporaneamente una misura di adattamento climatico.

Pesticidi, luce e rumore: non basta creare nuovo verde

La “città degli impollinatori” richiede però anche di diminuire le pressioni esistenti.

Il WWF indica innanzitutto la necessità di eliminare o ridurre drasticamente l’impiego di pesticidi e sostanze chimiche di sintesi nella gestione del verde, ricorrendo a interventi mirati, monitoraggio e metodi selettivi ed ecologici.

Un capitolo specifico riguarda inoltre due forme di inquinamento urbano talvolta trascurate: luce artificiale e rumore.

L’illuminazione notturna modifica i naturali cicli luce-buio e può interferire in particolare con falene e altri impollinatori notturni, alterandone foraggiamento e attività di impollinazione.

Anche il rumore può modificare le interazioni ecologiche.

Ridurre la dispersione luminosa, progettare meglio l’illuminazione e utilizzare siepi e fasce alberate contro il rumore significa quindi migliorare l’habitat degli animali ma anche creare ambienti più tranquilli e salubri per le persone.

La vera infrastruttura è la rete

La conclusione del report contiene forse l’indicazione più importante per la pianificazione urbana.

Non è il singolo intervento a fare la differenza, ma la rete.

Un balcone fiorito isolato ha un impatto limitato. Lo stesso vale per un’aiuola, un piccolo giardino o una fascia erbosa. Ma migliaia di questi elementi, distribuiti nello spazio e collegati a parchi, alberature, orti, tetti verdi, aree umide e corridoi ecologici, possono costruire una matrice urbana attraverso la quale gli impollinatori riescono a spostarsi e sopravvivere.

È quello che il WWF definisce “effetto moltiplicatore delle nostre scelte”.

Il report richiama in questo quadro anche la Strategia europea sulla biodiversità per il 2030 e la Nature Restoration Law: gli obiettivi europei di ripristino degli ecosistemi devono infatti tradursi in trasformazioni concrete e diffuse nei territori.

La città degli impollinatori diventa così qualcosa di molto più ampio di un progetto per api e farfalle. È una proposta di città della biodiversità e della salute, nella quale gestione del verde, adattamento climatico, qualità degli spazi pubblici, acqua, suolo e prevenzione sanitaria entrano a far parte della stessa strategia.

E il messaggio finale del rapporto è proprio questo: non sono necessariamente necessarie opere eccezionali. È la continuità di migliaia di scelte quotidiane, pubbliche e private, a poter ricostruire quella rete ecologica che l’urbanizzazione ha progressivamente frammentato.

Proteggere gli impollinatori, in definitiva, significa ripensare il modo in cui costruiamo e gestiamo le nostre città. E una città capace di ospitare nuovamente api selvatiche, farfalle, sirfidi e altri “inquilini invisibili” può essere anche una città più sana e più resiliente per chi la abita.