
Conobbi di persona Luigi Mara nel 1979 quando alla mia prima esperienza lavorativa, da pochissimo medico del Sevizio di Medicina Ambiente di Lavoro, gli chiesi aiuto per la ricostruzione del ciclo produttivo di un’azienda chimica della bassa bresciana nella quale alcuni mesi prima era scoppiato un reattore, per affrontare gli aspetti di salute e sicurezza. Mi sorprese la sua disponibilità ad incontrare me ed il consiglio di fabbrica presso la sede del gruppo Prevenzione Igiene Ambientale della Montedison a Castellanza.
L’incontro di fatto avvenne all’insaputa del sindacato bresciano dei chimici che evidentemente non vedeva di buon occhio che si costruissero relazioni con l’esperienza “eretica” animata da Luigi. Ancora parecchi anni dopo, quando ebbi occasione di rivedere alcuni rappresentanti sindacali di quella fabbrica essi preferivano svicolare riguardo a quell’incontro.
Quello rappresentava per me l’incontro con l’esperienza più avanzata di trasformazione e rielaborazione delle conoscenze scientifiche dal punto di vista operaio per la difesa della salute e si collocava su un versante diverso rispetto a quello del sindacato metalmeccanico torinese che aveva dato alla luce la dispensa sindacale sull’ambiente di lavoro e al cosiddetto “modello operaio” che pure fu per me fondamentale.
Nel lavoro condotto da Luigi e dal gruppo di Castellanza venivano tradotti nella più avanzata esperienza i concetti di soggettività operaia, non delega, validazione consensuale, che avevano nel gruppo operaio omogeneo il soggetto motore.
In quell’esperienza vennero elaborati ed utilizzati strumenti informativi per il controllo dell’ambiente di lavoro e per la salute come il registro dei dati ambientali e biostatistici e il libretto sanitario e di rischio che facevano scuola.
Questa esperienza era stata anche il nerbo della nascita di Medicina Democratica movimento di lotta per la salute, sorta attorno alla figura di Giulio Maccaccaro ed alla rivista “Sapere” orientata alla critica della non neutralità della scienza ed alla visione della malattia come espropriazione e difetto di partecipazione.
Luigi assommava un bagaglio di conoscenze scientifiche rigorose da cui derivava la critica ferma e senza appello al concetto di dose accettabile per gli inquinanti chimici cancerogeni. L’evoluzione delle conoscenze scientifiche hanno quindi rafforzato la critica al concetto di dose accettabile, concetto che non è applicabile anche agli effetti degli agenti chimici per diverse malattie conico degenerative oltre che per il cancro. Questo aspetto rimane ancora oggi un punto critico, tenacemente contrastato da Medicina Democratica, perché sistematicamente oggetto di critiche interessate. Su questo assunto si basano sia le difese degli imputati nei processi per malattie e morti sul lavoro sia i modelli scientifici di valutazione del rischio che informano le procedure delle agenzie regolatorie: l’assunto che a certe dosi ritenute basse o irrilevanti non vi sono effetti avversi sulla salute e di conseguenza sono accettabili.
Viceversa, all’opposto, Luigi sosteneva puntigliosamente la necessità inderogabile di valutare a monte la capacità intrinseca dei composti di essere pericolosi per la salute, prima della messa sul mercato e di utilizzarli nei cicli produttivi.
Il lavoro che allora Luigi Mara faceva era quello di elaborare idee e concrete proposte per rendere i cicli produttivi (come produrre) e composti chimici (che cosa produrre) intrinsecamente sicuri e su questo paradigma misurare la scienza e gli scienziati nella loro capacità di dare risposte e costruire alternative.
Un’esperienza tanto importante, ma che avvertivo difficilmente replicabile: già allora la realtà con cui mi confrontavo era caratterizzata dalla presenza di piccole fabbriche. Ma non solo per questo aspetto come dirò poi.
La storia del Consiglio di fabbrica di Castellanza ha segnato il punto più avanzato di quella pratica dell’obiettivo. Non a caso a quella esperienza pose attenzione Pietro Ingrao partecipando in qualità di Presidente della Camera dei Deputati partecipando ad un’assemblea aperta, in fabbrica con Luigi.
Poi, l’espulsione dalla fabbrica di quei protagonisti ne segna la sconfitta.
La riflessione che seguì è emblematica per le problematiche che sollevava con asprezza.
Su questo punto ricordo il passo delle riflessioni che il “Coordinamento delle lavoratrici, dei lavoratori e dei delegati sospesi del c.d.f. della Montedison di Castellana” fecero sulla loro esperienza.
“L’analisi della società occidentale della sua stratificazione sociale e culturale della sua tradizione politica ci ha fatto capire come sia praticamente impossibile la vittoria del movimento operaio senza una lunga e complessa battaglia di costruzione del consenso e come poi sia impossibile gestire questo consenso senza una rete articolata di centri di potere e decisioni che siano espressione di forme di democrazia diretta.
I consigli di fabbrica intesi non come semplice emanazione sindacale hanno un ruolo insostituibile come avanguardie coscienti del movimento che li esprime e che essi rapprendano e come sede di elaborazione politica e culturale e momento di organizzazione di classe.”
E continuavano. “La nostra esperienza ci suggerisce che non è possibile difendere la democrazia senza trasformarla ed estenderla non solo come tutela contro l’intervento dello stato e cioè come garanzia di diritto formale, ma soprattutto come pratica continua di socializzazione del potere politico ponendo al servizio di tale socializzazione anche l’esercizio del potere contrattuale rimodellando su essa le istituzioni”.
Quella vicenda suggeriva, e ripropone ora, alcune questioni rilevanti e irrisolte anche per il l’ambientalismo.
Il nodo del rapporto tra il come produrre e il cosa produrre: un rapporto strettissimo e non eludibile. Un nodo che, come è ovvio, non può essere sciolto solo dai produttori che dovrebbe vedere coinvolto il tessuto sociale nelle sue diverse articolazioni.
L’altro aspetto riguarda la necessità della mediazione del sapere scientifico organizzato con i detentori di questo sapere per andare oltre il sapere del gruppo operaio. Come ci ha ricordato Marcello Cini, richiede non solo la mediazione sul terreno politico ma anche sul terreno della scienza.
Da allora molto è cambiato ed in modo radicale, il mondo del lavoro in particolare, ma il nodo rimane.
Sentiamo spesso una critica di anti scientificità rivolta ai movimenti ambientalisti che quando non è spudoratamente interessata (o aprioristica, da parte dei “sacerdoti” della scienza) è ingenerosa: come allora non si poteva chiedere a quella esperienza di farsi carico da sola della soluzione del problema anche la comunità scientifica deve fare la sua parte anche oggi gli enormi problemi ambientali sul tappeto richiedono il contributo di una molteplicità di soggetti.
Negli ultimi anni ho avuto occasione di affiancare Luigi Mara in qualche processo, fra i tantissimi, che lui ha seguito sugli omicidi bianchi per malattie contratte per esposizioni lavorative. Devo ammettere che la sua tenacia mi rassicurava e anche mi travolgeva come credo altri che con lui hanno lavorato.
In ogni caso mi rassicurava il bagaglio di conoscenze su cui fondava la sua azione per contrastare consulenti e difese degli imputati che usano ed abusano della propria posizione per avvallare tesi infondate sul piano delle conoscenze disponibili orientate a generare il dubbio.
Nella conduzione del processo il suo atteggiamento era sempre quello di considerare i lavoratori non come dato statistico ma come uomini in carne ed ossa e l’ambiente di lavoro non solo come rappresentato nella formalità oleografica delle procedure del padrone, ma come condizione di lavoro concretamente vissuta quotidianamente dagli uomini.
Per questo non trascurava di evidenziare la condizione generale in cui i lavoratori vivevano e l’impatto del lavoro su tutti gli aspetti del deterioramento della salute che a quella condizione potevano essere ricondotti.
Un rapporto molto ricco che mi ha costretto ad un rigore particolarmente attento ad approfondire gli aspetti scientifici della causalità delle malattie per evitare trappole che nei processi vengono preparate e per affrontare efficacemente la vastità della materia e la complessità stessa degli aspetti giuridici.
Luigi ci ha lascito nel pieno dell’attività e nel corso di processi sulle morti dal lavoro che fanno storia anche per suo merito.
Celestino Panizza
