La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha espresso la propria posizione sul disegno di legge che modifica la legge 157 del 1992 sulla protezione della fauna selvatica e sull’attività venatoria. Pur condividendo la necessità di aggiornare la normativa alla luce dei cambiamenti ambientali e gestionali intervenuti negli ultimi trent’anni, il documento evidenzia numerose criticità applicative, ecologiche e giuridiche.
Il testo del Ddl introduce una revisione strutturale della disciplina, sostituendo nel titolo della legge il riferimento alla sola “protezione” della fauna con quello alla sua “gestione e protezione”. L’attività venatoria viene inoltre indicata come strumento che può concorrere alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi, mentre tra i criteri di gestione vengono inserite anche le “tradizioni”.
Tra le modifiche più rilevanti figurano la rimozione del lupo dall’elenco delle specie particolarmente protette, l’inserimento dell’oca selvatica e del piccione di città tra le specie cacciabili, la legalizzazione dei visori ottici e optoelettronici e l’equiparazione automatica delle abilitazioni venatorie rilasciate negli altri Paesi dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo.
Il Ddl prevede inoltre l’eliminazione del limite fisso della prima decade di febbraio per la chiusura della stagione venatoria e attenua il vincolo di conformarsi ai pareri dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ISPRA. Viene anche rimossa la condizione “senza fini di lucro” per le Aziende faunistico-venatorie e si apre alla possibilità di estendere il periodo di caccia nelle Aziende agro-turistico-venatorie, previa Valutazione di incidenza ambientale.
Rischio di nuove procedure europee
Uno dei punti più critici riguarda la possibile riapertura degli impianti di cattura degli uccelli da richiamo, i cosiddetti roccoli, chiusi da circa vent’anni dopo una procedura di infrazione europea.
Secondo le Regioni, la loro riattivazione potrebbe esporre nuovamente l’Italia a contestazioni da parte delle istituzioni comunitarie. Vengono inoltre sollevati dubbi sull’obbligo di consegnare agli uffici pubblici i richiami vivi deceduti, una procedura giudicata difficilmente applicabile e fonte di problemi logistici e igienico-sanitari. Il documento propone di sostituirla con strumenti di tracciamento digitale o con forme di autocertificazione.
Preoccupazioni vengono espresse anche sull’apertura generalizzata alla caccia delle aree appartenenti al demanio forestale statale, regionale e degli enti pubblici. La fruizione venatoria di questi territori, si sottolinea, dovrebbe essere subordinata a specifiche valutazioni ecologiche e a rigorosi vincoli di sicurezza, anche per tutelare escursionisti e altri frequentatori delle aree naturali.
Stagione venatoria e tutela degli uccelli migratori
Particolarmente netta è la posizione sull’abolizione del limite del 10 febbraio per la chiusura della caccia. Secondo il documento, il prolungamento della stagione potrebbe entrare direttamente in contrasto con l’articolo 7 della Direttiva europea Uccelli.
La caccia nel periodo della migrazione pre-riproduttiva rischierebbe infatti di colpire specie già impegnate negli spostamenti verso i luoghi di nidificazione, compromettendone la conservazione. Le Regioni ritengono inoltre priva di un adeguato fondamento scientifico la distanza fissa di 500 metri prevista per alcune deroghe relative allo storno, con il rischio di ulteriori censure europee.
Criticità della caccia sui terreni innevati
Il documento manifesta forti perplessità anche sulla possibilità di autorizzare la braccata al cinghiale su terreni coperti di neve.
In queste condizioni, viene osservato, le possibilità di fuga degli animali si riducono drasticamente e aumenta il rischio di abbattimenti indiscriminati e non selettivi. A essere esposti sarebbero soprattutto la piccola fauna stanziale, i cuccioli e le femmine gravide, in contrasto con i principi di una corretta gestione faunistica.
Le Regioni chiedono inoltre di mantenere l’obbligo per i cacciatori di scegliere in via esclusiva una determinata forma di caccia. La sua eliminazione potrebbe aumentare la pressione venatoria e rendere più difficili le attività di controllo e vigilanza.
Il nodo dello sciacallo dorato
La posizione della Conferenza contiene anche la richiesta di rimuovere lo sciacallo dorato dall’elenco delle specie particolarmente protette, analogamente a quanto previsto dal Ddl per il lupo.
La motivazione riguarda l’espansione della specie nel Nord Italia e le crescenti interazioni con le attività agricole, zootecniche e con la fauna selvatica. Le Regioni chiedono che, in prospettiva, possano essere adottati strumenti di gestione fondati sul monitoraggio e sulle evidenze scientifiche.
Più gestione, ma con quali garanzie?
La Conferenza delle Regioni dichiara di non aver formulato veri e propri emendamenti al testo, ma il documento approvato mette in evidenza una serie consistente di problemi ambientali, gestionali e normativi.
L’estensione dei periodi di caccia, la possibile riapertura degli impianti di cattura, l’accesso alle aree demaniali e l’indebolimento del ruolo dei pareri scientifici possono avere conseguenze rilevanti sulla conservazione della biodiversità, sulla sicurezza e sul rispetto delle direttive europee.
Per questo, l’aggiornamento della legge sulla fauna selvatica non può prescindere dal principio di precauzione, da valutazioni scientifiche indipendenti e dalla piena tutela degli ecosistemi e della salute pubblica.
Fonte: Posizione della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome sul Ddl Caccia, approvata il 23 luglio 2026.
