di Fabrizio Bianchi (comitato scientifico ISDE Italia)
Il recente documento pubblicato su ISDE News nell’ambito del progetto Cambiamo Aria, richiama l’attenzione sulla persistenza dell’inquinamento atmosferico nelle città italiane e, in particolare, sul ruolo assunto dall’ozono durante la stagione estiva e dal biossido di azoto nelle città portuali. Cambiamo Aria: l’ozono domina l’estate, nelle città portuali resta critico il biossido di azoto
Il mio recente intervento su Scienza in rete, propone di rileggere il tema dell’adattamento ai cambiamenti climatici attraverso le categorie della sanità pubblica, distinguendo gli interventi che controllano gli effetti del cambiamento climatico dalla prevenzione primaria, che agisce invece sulle sue cause. Cambiamenti climatici: l’adattamento non ostacoli la prevenzione
I due contributi hanno un legame molto più forte di quanto possa sembrare ad una prima lettura e alimentano la domanda chiave di cosa accade quando cambiamento climatico e inquinamento atmosferico non sono considerati come problemi separati, ma come rischi ambientali e sanitari che condividono parte delle cause e possono quindi condividere anche le strategie di prevenzione.
I dati più recenti sulla qualità dell’aria nelle città italiane mostrano un quadro che merita di essere letto anche alla luce del cambiamento climatico. Durante l’estate l’attenzione si concentra comprensibilmente sulle temperature elevate e sulle ondate di calore, ma proprio nei mesi più caldi emerge con particolare evidenza un altro problema: l’ozono troposferico. Nelle città portuali rimane inoltre critica l’esposizione al biossido di azoto, mentre il particolato fine continua a rappresentare uno dei principali fattori di rischio ambientale per la salute.
Questi fenomeni non sono indipendenti. L’ozono, a differenza di altri inquinanti, non viene emesso direttamente, ma si forma nell’atmosfera attraverso reazioni fotochimiche che coinvolgono soprattutto ossidi di azoto e composti organici volatili. Temperature elevate e forte irraggiamento solare ne favoriscono la formazione. Il riscaldamento climatico può quindi contribuire ad aggravare un rischio sanitario già presente, producendo una sorta di moltiplicazione degli effetti.
È qui che il problema della qualità dell’aria incontra quello dell’“adattamento” ai cambiamenti climatici. Di fronte alle ondate di calore possiamo predisporre sistemi di allerta, piani caldo, centri di raffrescamento, climatizzazione degli ambienti e protezione delle persone fragili. Analogamente, quando aumenta l’ozono possiamo informare la popolazione, raccomandare di limitare l’attività fisica nelle ore più critiche e proteggere i soggetti vulnerabili. Sono misure necessarie e possono salvare vite, ma intervengono sugli effetti di un rischio che si è già prodotto.
La sanità pubblica insegna però che, accanto al controllo degli effetti, occorre intervenire sulle cause. Ed è proprio qui che clima e inquinamento atmosferico mostrano una parte importante della loro origine comune: la combustione delle fonti fossili, il problema dei problemi sul quale è giusto continuare a battere il ferro fin che caldo, e mi pare che sul caldo non ci siano dubbi!
Trasporti stradali e marittimi, produzione di energia, riscaldamento e attività industriali contribuiscono, in misura diversa, alle emissioni di gas serra e di inquinanti atmosferici o loro precursori. Ridurre queste emissioni significa quindi ottenere un doppio beneficio sanitario. Nel breve periodo diminuisce l’esposizione della popolazione a particolato, biossido di azoto e precursori dell’ozono; nel medio e lungo periodo si contribuisce a rallentare il riscaldamento globale.
È proprio su questo punto che le due riflessioni si incontrano. I dati di Cambiamo Aria mostrano la persistenza di esposizioni atmosferiche rilevanti per la salute; il ragionamento sulla prevenzione primaria suggerisce invece come collocare questi rischi dentro una strategia di sanità pubblica, più attenta ai co-benefici di quanto sia oggi. Proteggere la popolazione dagli episodi di caldo e di inquinamento è indispensabile, ma non può sostituire l’intervento sulle cause che contribuiscono ad alimentarli.
È questa la differenza fondamentale tra controllare gli effetti e fare prevenzione primaria. Nel primo caso cerchiamo di proteggere le persone da un ambiente che diventa più pericoloso; nel secondo interveniamo sui processi che contribuiscono a renderlo tale.
Non si tratta naturalmente di scegliere tra le due strategie. Il cambiamento climatico è già in corso e una parte dei suoi effetti è ormai inevitabile: dobbiamo quindi adattare città, servizi sanitari, abitazioni e organizzazione del lavoro e proteggere soprattutto le popolazioni più vulnerabili. Ma sarebbe un errore affidarsi prevalentemente a questa capacità di risposta, continuando contemporaneamente ad alimentare le cause del problema.
L’intreccio tra caldo e qualità dell’aria rende particolarmente evidente questa contraddizione. Possiamo moltiplicare allerte per il caldo e per l’ozono, ma se non riduciamo le emissioni saremo costretti a proteggere popolazioni sempre più numerose da rischi progressivamente maggiori.
La prevenzione primaria offre invece una prospettiva diversa: agire sulle cause per ottenere più benefici sulla salute. Una politica che riduce traffico motorizzato, combustibili fossili e relative emissioni non è soltanto una politica climatica o ambientale. È una politica di sanità pubblica che può produrre benefici immediati sulla qualità dell’aria e, contemporaneamente, contribuire a ridurre il rischio climatico futuro.
In questa prospettiva anche il concetto di co-beneficio acquista un significato più forte: non è semplicemente un vantaggio collaterale delle politiche climatiche, ma può diventare un criterio per scegliere le priorità della prevenzione primaria. Gli interventi capaci di ridurre contemporaneamente emissioni climalteranti, inquinamento atmosferico ed effetti sanitari dovrebbero avere, proprio per questo, una particolare priorità nelle politiche pubbliche.
Riassumendo e confidando nel repetita iuvant, proteggersi dagli effetti è indispensabile, intervenire sulle cause è prevenzione primaria. E quando la stessa azione permette di ridurre contemporaneamente inquinamento, danni alla salute e cambiamento climatico, il beneficio oltre che ambientale è anche sanitario.
