Uno studio pubblicato su The Lancet Planetary Health mostra che i rischi sanitari legati al caldo potrebbero essere stati fortemente sottovalutati, soprattutto per le persone anziane. Con un riscaldamento globale di 1,5 °C, oltre una persona con più di 65 anni su cinque potrebbe essere esposta ogni anno ad almeno un mese di condizioni nelle quali l’organismo non riesce più a disperdere adeguatamente il calore.
Ogni ulteriore grado di aumento della temperatura media globale potrebbe aggiungere circa un miliardo di persone alla popolazione esposta per almeno un mese all’anno a condizioni di caldo e umidità superiori alla propria capacità fisiologica di adattamento.
È quanto emerge dallo studio di modellizzazione globale Exceeding human heat tolerance in a warming, ageing world, coordinato da Qinqin Kong e pubblicato su The Lancet Planetary Health.
Quando il corpo non riesce più a raffreddarsi
Gli autori hanno analizzato il cosiddetto “caldo non compensabile”: una combinazione di temperatura e umidità nella quale l’organismo, anche a riposo e con una buona idratazione, non riesce a disperdere tutto il calore prodotto. La temperatura corporea interna tende quindi a crescere, aumentando il rischio di stress termico, colpo di calore e danni agli organi.
Non si tratta di una soglia oltre la quale la morte è immediata. Il rischio dipende dalla durata dell’esposizione, dalle condizioni di salute, dall’attività svolta, dall’abbigliamento, dalla ventilazione e dalla possibilità di accedere ad ambienti freschi. Il suo superamento indica tuttavia che i normali meccanismi di termoregolazione non sono più sufficienti a mantenere stabile la temperatura corporea.
Finora molte proiezioni si erano basate su soglie teoriche o su esperimenti condotti prevalentemente su adulti giovani e sani. Il nuovo studio integra invece dati sperimentali specifici per tre fasce di età:
- giovani adulti tra 15 e 34 anni;
- persone di mezza età tra 35 e 64 anni;
- persone con almeno 65 anni.
La distinzione è fondamentale: con l’età diminuiscono la capacità di sudorazione, l’efficienza cardiovascolare e la possibilità di dissipare il calore. A ciò si aggiungono la maggiore frequenza di patologie croniche e l’assunzione di farmaci che possono interferire con la termoregolazione o con l’equilibrio idrico.
Un rischio molto più elevato per gli anziani
Incrociando le soglie fisiologiche legate all’età con le proiezioni di 15 modelli climatici e con i futuri scenari demografici, i ricercatori hanno stimato l’esposizione globale in condizioni di riscaldamento comprese tra 1,5 e 4 °C rispetto all’epoca preindustriale.
Già con un aumento di 1,5 °C, il 22% delle persone anziane potrebbe essere esposto ad almeno 180 ore di caldo non compensabile ogni anno, equivalenti a circa un mese considerando sei ore di esposizione al giorno.
Per ogni ulteriore grado di riscaldamento, circa un miliardo di persone in più potrebbe sperimentare almeno un altro mese di condizioni superiori ai propri limiti fisiologici. L’aumento della temperatura e l’invecchiamento della popolazione mondiale agiscono quindi insieme, moltiplicando il numero delle persone vulnerabili.
Con un riscaldamento globale di 3 °C, gli anziani residenti nelle regioni maggiormente colpite, in particolare nell’Asia meridionale e nell’area del Golfo Persico, potrebbero affrontare condizioni non compensabili per periodi equivalenti a tre mesi all’anno, con episodi capaci di protrarsi anche durante la notte.
L’assenza di refrigerio notturno è particolarmente pericolosa perché impedisce all’organismo di recuperare dallo stress accumulato durante il giorno.
Le disuguaglianze amplificano il pericolo
Tra i Paesi maggiormente esposti lo studio individua India, Pakistan, Bangladesh, Myanmar e Niger. Sono territori nei quali al rapido aumento delle temperature si associano povertà diffusa, precarietà abitativa, reti elettriche insufficienti e accesso limitato ai sistemi di raffrescamento.
Il rischio sanitario non dipende infatti soltanto dal clima. Qualità delle abitazioni, disponibilità di acqua, accesso all’assistenza sanitaria, presenza di alberi e spazi verdi, condizioni lavorative e possibilità economiche determinano forti differenze nella capacità di proteggersi.
Anche nelle città dei Paesi più ricchi molte persone anziane vivono sole, in edifici poco isolati e surriscaldati, senza climatizzazione o con difficoltà a sostenerne i costi. Una parte rilevante dei decessi legati al caldo avviene negli ambienti chiusi: per questo le politiche di prevenzione non possono concentrarsi esclusivamente sulle attività all’aperto.
Il caldo non compensabile potrebbe inoltre contribuire agli spostamenti interni e alle migrazioni climatiche, soprattutto nelle aree dove lavorare, riposare e svolgere le normali attività quotidiane diventerebbe pericoloso per periodi sempre più lunghi.
Mitigazione e adattamento devono procedere insieme
Lo studio rafforza l’urgenza di limitare l’aumento della temperatura globale attraverso una rapida riduzione delle emissioni di gas serra. Ogni frazione di grado evitata può ridurre sensibilmente il numero delle persone esposte e la durata delle condizioni pericolose.
Allo stesso tempo, i piani di adattamento al caldo devono considerare esplicitamente l’età e le condizioni di salute della popolazione. Tra gli interventi prioritari rientrano:
- sistemi di allerta collegati a interventi sanitari e sociali;
- individuazione e contatto attivo delle persone anziane e sole;
- centri pubblici di raffrescamento facilmente accessibili;
- adeguamento climatico di abitazioni, ospedali e strutture assistenziali;
- incremento del verde urbano e delle zone d’ombra;
- protezione dei lavoratori esposti;
- accesso equo a sistemi di raffrescamento efficienti, senza aggravare la povertà energetica;
- continuità della fornitura elettrica durante le ondate di calore.
Il ricorso alla climatizzazione può salvare vite, ma non può essere l’unica risposta: se alimentato da fonti fossili e accompagnato dalla dispersione di calore all’esterno, rischia di contribuire alle emissioni e di accentuare il surriscaldamento urbano. Servono quindi edifici più efficienti, raffrescamento passivo, ventilazione, ombreggiamento e sistemi energetici fondati sulle fonti rinnovabili.
Uno scenario prudenziale, non una previsione dei decessi
Gli autori sottolineano che si tratta di proiezioni modellistiche, non di una stima diretta della mortalità futura. I risultati dipendono dagli scenari climatici e demografici e non includono tutte le caratteristiche individuali, come malattie croniche, farmaci, disabilità, attività fisica o esposizione alla radiazione solare.
L’acclimatazione può modificare in parte la risposta fisiologica, ma non elimina i limiti biologici dell’organismo. Inoltre, non tutte le persone esposte svilupperanno necessariamente una patologia; allo stesso modo, conseguenze sanitarie gravi possono verificarsi anche prima del raggiungimento delle soglie di non compensabilità.
Il messaggio dello studio resta netto: in un mondo contemporaneamente più caldo e più anziano, valutare il rischio utilizzando soltanto i parametri riferiti ai giovani adulti porta a sottostimare l’emergenza. La protezione delle persone anziane deve diventare un elemento centrale delle politiche climatiche, sanitarie, sociali e urbanistiche.
Fonte: Qinqin Kong e colleghi, Exceeding human heat tolerance in a warming, ageing world: a global projection modelling study, The Lancet Planetary Health, 2026. DOI: 10.1016/j.lanplh.2026.101494.
