Un poeta è morto. Francesco Guccini è morto ieri, 6 agosto, nella sua Pavana. Aveva 86 anni.
E quasi inevitabilmente, per assonanza, torna alla memoria quel suo Dio è morto, la canzone che la Rai censurò e che, paradossalmente, Radio Vaticana trasmise. Ma la morte attraversa molte delle canzoni di Guccini: Venezia, Canzone per un’amica, La locomotiva, con il suo protagonista «giovane e bello», e poi le storie di giovani realmente esistiti, morti mentre lottavano per la libertà e la giustizia, come Jan Palach in Primavera di Praga e Carlo Giuliani in Piazza Alimonda.
Eppure, la presenza della “grande consolatrice” nei suoi versi non ha mai fatto di Guccini un poeta della rassegnazione. Malinconia, certamente. Nostalgia, moltissima. Ma insieme una straordinaria capacità di guardare avanti, di indignarsi e di continuare a credere nella libertà, nell’uguaglianza, nella dignità degli esseri umani.
Anche i suoi personaggi — dal Cirano del 1996 al Don Chisciotte del 2000 — ci parlano proprio di questo: del coraggio, a volte persino ostinato, di non accettare il mondo così com’è quando sappiamo che potrebbe essere migliore.
Guccini è stato uomo di multiforme ingegno: poeta, musicista, scrittore, intellettuale. Ma soprattutto è stato un uomo della parola.
In un tempo che affida sempre più spesso la comunicazione alla velocità delle immagini, agli slogan, alle emoticon e ai messaggi consumati in pochi secondi, Guccini ha continuato, ostinatamente, a credere nella parola: quella che racconta, interroga, conserva la memoria, denuncia le ingiustizie e ci costringe a pensare. Una scelta, potremmo dire prendendo in prestito le parole di Fabrizio De André, “in direzione ostinata e contraria”.
È anche per questo che oggi, come medici e cittadini impegnati nella difesa dell’ambiente e della salute, lo sentiamo particolarmente vicino.
C’è infatti un Guccini che parla direttamente alla sensibilità e all’impegno di ISDE. È il Guccini che già più di mezzo secolo fa raccontava la devastazione dell’ambiente e intuiva ciò che oggi chiamiamo crisi ecologica.
Ne Il vecchio e il bambino, del 1972, il paesaggio è stato trasformato dall’uomo: gli alberi sono scomparsi, i colori si sono spenti, ciò che era natura sembra ormai appartenere soltanto alla memoria di chi l’ha conosciuta. Il vecchio racconta al bambino un mondo che non c’è più.
Ma il bambino non si rassegna.
Ed è forse proprio qui che quella canzone, dopo più di cinquant’anni, continua a parlarci con una forza sorprendente. Perché nella domanda del bambino c’è qualcosa che riguarda profondamente anche noi: quale mondo stiamo lasciando a chi viene dopo di noi?
È una domanda ambientale, ma è anche una domanda di salute, di giustizia e di responsabilità tra le generazioni. È, in fondo, una delle domande che stanno alla base dell’impegno di ISDE.
Due anni fa avevamo invitato Francesco Guccini al Congresso nazionale di ISDE. Non riuscì a essere con noi. Ci sarebbe piaciuto poter ascoltare ancora una volta la sua voce e le sue parole in mezzo a noi.
Oggi quelle parole restano.
Restano a ricordarci che difendere l’ambiente significa difendere la salute e la vita; che ricordare ciò che abbiamo perduto non basta, se alla memoria non segue l’impegno; e che persino davanti a un paesaggio devastato dobbiamo conservare la capacità di immaginare qualcosa di diverso.
Perché senza memoria non c’è consapevolezza.
Senza indignazione non c’è cambiamento.
E senza la capacità di sognare un mondo diverso, anche il nostro impegno rischia di perdere la sua forza.
Il nostro impegno continuerà. E le parole di Francesco Guccini continueranno ad accompagnarci e a ricordarci perché vale la pena non rassegnarsi.
Roberto Romizi e Gianfranco Porcile
