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In occasione del cinquantesimo anniversario del disastro dell’Icmesa, il medico del lavoro Tullio Maria Quaianni ha rivolto una lettera aperta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, richiamando l’attenzione sui numerosi interrogativi che, a suo giudizio, restano ancora senza una risposta completa riguardo alla contaminazione ambientale, alla sorveglianza sanitaria e alla tutela dei lavoratori e delle popolazioni coinvolte.

Il Presidente Mattarella si è recato a Seveso il 10 luglio 2026 per partecipare alla commemorazione ufficiale al Bosco delle Querce. Nel suo intervento ha ricordato come il disastro abbia rappresentato un punto di svolta per la coscienza europea in materia di sicurezza ambientale e industriale, contribuendo alla successiva elaborazione delle direttive comunitarie note come “direttive Seveso”.

La lettera di Quaianni, scritta in vista della visita presidenziale, invita tuttavia a non trasformare l’anniversario in una celebrazione rassicurante, ma a utilizzarlo come occasione per approfondire gli aspetti ancora controversi di una delle più gravi emergenze ambientali e sanitarie della storia italiana.

L’esperienza diretta di un medico del territorio

Quaianni ricorda di aver lavorato dal marzo 1977 all’agosto 2011 come specialista in Medicina del lavoro nei servizi sanitari pubblici dell’area di Desio e della Brianza. Entrato in servizio pochi mesi dopo l’incidente, il medico racconta di aver conosciuto direttamente le popolazioni colpite, accompagnandole durante le difficili fasi dell’evacuazione, della bonifica e della ricostruzione della fiducia nelle istituzioni.

Il disastro avvenne il 10 luglio 1976, quando da un reattore dello stabilimento Icmesa fuoriuscì una nube contenente TCDD, una delle forme più tossiche di diossina. La contaminazione interessò diversi comuni della Brianza e determinò l’evacuazione della popolazione dalla zona maggiormente colpita, l’abbattimento di migliaia di animali e una lunga attività di bonifica e sorveglianza sanitaria. L’Istituto superiore di sanità ricorda Seveso come uno dei più gravi incidenti ambientali della storia italiana.

Le quantità di diossina disperse

Uno dei primi interrogativi sollevati nella lettera riguarda la quantità effettiva di materiale tossico fuoriuscito dall’Icmesa. Secondo Quaianni, la proprietà dello stabilimento indicò una dispersione di circa due chilogrammi, dato che sarebbe stato successivamente assunto come riferimento anche dalle autorità regionali.

Il medico ricorda però che altri tecnici formularono stime assai superiori: circa dieci chilogrammi secondo un’ipotesi attribuita al professor Zurlo, inizialmente impegnato nelle attività di bonifica, e fino a 140 chilogrammi secondo il professor Alberto Frigerio, già direttore di un laboratorio dell’Istituto Mario Negri.

Si tratta di valutazioni riportate dall’autore della lettera che richiederebbero, secondo Quaianni, una nuova verifica documentale e scientifica. A cinquant’anni dall’incidente, sostiene il medico, sarebbe opportuno ricostruire con maggiore precisione la dinamica industriale e la quantità di sostanze effettivamente disperse nell’ambiente.

I segnali precedenti all’incidente

La lettera richiama anche le testimonianze di alcuni agricoltori della zona, secondo i quali, già prima del 10 luglio 1976, si sarebbero verificati episodi di morte di animali alimentati con foraggio potenzialmente contaminato.

Quaianni si domanda se tali episodi fossero conosciuti dall’azienda e se avrebbero potuto rappresentare un segnale di allarme sulla presenza di emissioni o contaminazioni provenienti dallo stabilimento.

Anche in questo caso la lettera non presenta conclusioni definitive, ma chiede che le testimonianze storiche, i documenti aziendali e le informazioni raccolte dalle autorità dell’epoca siano riesaminati con criteri trasparenti.

I confini delle zone contaminate

Un altro nodo riguarda la delimitazione delle aree interessate dalla contaminazione: la zona A, maggiormente inquinata, la zona B, caratterizzata da livelli intermedi, e la zona R, considerata area di rispetto.

Secondo Quaianni, la definizione dei confini sarebbe stata condizionata non soltanto dai risultati dei campionamenti, ma anche da scelte politiche e amministrative contestate già all’epoca.

La lettera cita, in particolare, il caso dell’ospedale di Desio, che sarebbe rimasto esterno al perimetro della zona B nonostante la vicinanza alle aree contaminate. Viene inoltre ricordata la mancata inclusione di una parte del territorio di Nova Milanese nei programmi specifici di monitoraggio sanitario, nonostante la segnalazione di animali morti e di valori elevati di TCDD riscontrati, secondo quanto riferito dall’autore, su alcuni prodotti agricoli.

Quaianni sostiene che le richieste di estendere l’area sottoposta a controllo, avanzate da amministratori e medici locali, non furono accolte e invita oggi a riesaminare le motivazioni tecniche e politiche di quelle decisioni.

Le altre possibili fonti di contaminazione industriale

La lettera pone anche una questione più ampia: la diossina rinvenuta nei terreni e nelle popolazioni della Brianza proveniva interamente dall’incidente Icmesa oppure una parte poteva essere riconducibile ad altre attività industriali?

Le diossine possono infatti formarsi come sottoprodotti di diversi processi, fra cui alcune produzioni chimiche, le combustioni incontrollate, il trattamento di materiali contaminati e determinate lavorazioni metallurgiche.

Quaianni ricorda che l’area compresa tra il Nord Milano e la Brianza ospitava numerosi impianti chimici, farmaceutici, fonderie e attività che utilizzavano o bruciavano materiali trattati. A suo giudizio, la presenza di altre sorgenti avrebbe dovuto essere considerata sia nella mappatura della contaminazione sia nella scelta delle popolazioni utilizzate come gruppo di confronto negli studi epidemiologici.

La questione è particolarmente delicata: se anche le popolazioni di controllo fossero state esposte a contaminanti industriali, il confronto statistico avrebbe potuto ridurre la visibilità delle differenze rispetto agli abitanti delle zone ufficialmente interessate dal disastro.

Il monitoraggio dei lavoratori delle bonifiche

Tra i passaggi più rilevanti della lettera vi è quello dedicato agli addetti alle demolizioni, alla rimozione dei materiali contaminati e alla bonifica della zona A.

Quaianni richiama alcuni studi epidemiologici nei quali sarebbe risultata difficile la ricostruzione dello stato di salute dei lavoratori trasferitisi successivamente fuori dalla Lombardia. Una parte consistente degli addetti proveniva infatti da regioni come Abruzzo, Calabria e Veneto, mentre potrebbero essere stati impiegati anche lavoratori stranieri.

Il medico domanda quanti di questi lavoratori siano stati effettivamente rintracciati e sottoposti a sorveglianza sanitaria nel lungo periodo. L’esclusione dagli studi di una parte delle persone maggiormente esposte potrebbe, secondo la lettera, aver determinato una sottostima degli effetti sanitari.

La ricostruzione delle coorti professionali, delle mansioni svolte, dei tempi di esposizione, delle protezioni utilizzate e delle successive condizioni di salute rappresenterebbe ancora oggi un importante campo di ricerca epidemiologica e di giustizia ambientale.

Anamnesi professionale e casi sanitari non riconosciuti

Quaianni osserva inoltre che la semplice residenza anagrafica potrebbe non essere sufficiente per ricostruire l’esposizione alla diossina.

Una persona avrebbe potuto lavorare per anni nelle aree contaminate senza risiedervi, oppure soggiornarvi temporaneamente. Per questo, secondo il medico, sarebbe stato necessario raccogliere sistematicamente anamnesi ambientali e professionali dettagliate: luoghi di lavoro, mansioni, durata della permanenza, attività svolte durante le bonifiche e possibile contatto con suoli, polveri o materiali contaminati.

Nella lettera Quaianni racconta anche la propria esperienza personale di paziente oncologico seguito dall’ospedale di Desio, affermando di non sapere se il proprio caso sia mai entrato nelle analisi epidemiologiche relative a Seveso.

La testimonianza personale non consente naturalmente di stabilire un rapporto causale tra esposizione e malattia, ma rafforza la richiesta di sistemi di sorveglianza capaci di ricostruire in modo più accurato le storie individuali.

Carcasse animali, incenerimento e falde acquifere

La lettera ricorda infine alcune delle prime decisioni adottate durante l’emergenza, fra cui il trasporto di carcasse animali verso l’inceneritore del macello comunale di Milano, in via Lombroso.

Quaianni domanda se siano mai stati controllati in modo sistematico il forno, i camini e i terreni circostanti, per verificare un’eventuale dispersione secondaria di contaminanti.

Un ulteriore interrogativo riguarda la possibilità che la TCDD abbia raggiunto strati profondi del terreno o le falde acquifere. La scarsa solubilità in acqua della diossina ne limita la mobilità, ma non esclude completamente il trasporto attraverso particelle, materiali organici, fratture o perforazioni degli strati geologici.

Secondo il medico, la presenza storica di pozzi, scavi e attività industriali renderebbe necessario mantenere alta l’attenzione sul monitoraggio ambientale di lungo periodo.

La memoria non può sostituire la ricerca della verità

La lettera aperta non nega il valore delle bonifiche, delle norme europee e delle conoscenze sviluppate dopo il disastro. L’incidente di Seveso contribuì effettivamente a cambiare la legislazione sulla sicurezza degli stabilimenti industriali e sulla prevenzione degli incidenti rilevanti. Come evidenziato anche dal Consiglio nazionale delle ricerche, mise in luce il divario esistente tra conoscenze chimiche, sicurezza dei processi produttivi, capacità istituzionale di risposta e informazione alla popolazione.

Il messaggio centrale di Quaianni è però che la memoria pubblica non debba trasformarsi in una narrazione pacificata o autoassolutoria. Restano da approfondire la reale estensione della contaminazione, la completezza degli studi epidemiologici, la sorte dei lavoratori delle bonifiche, l’adeguatezza delle popolazioni di controllo e la possibile presenza di altre fonti industriali di diossina.

La richiesta rivolta al Presidente della Repubblica e alle istituzioni è quindi quella di promuovere una nuova operazione di trasparenza, rendendo accessibili documenti, dati ambientali e sanitari e sostenendo studi epidemiologici indipendenti e aggiornati.

A cinquant’anni dall’incidente, Seveso non rappresenta soltanto una pagina della storia industriale italiana. È un richiamo permanente al diritto delle comunità di conoscere i rischi ai quali sono state esposte, al dovere delle istituzioni di sorvegliare la salute nel lungo periodo e alla necessità di applicare concretamente il principio di precauzione.