Skip to main content

Il Coordinamento No Armi a Porto Marghera chiede alle istituzioni di sostenere l’accesso civico sui carichi di armi, beni a duplice uso e rottami metallici in transito dal porto veneziano. Tra le organizzazioni che hanno sottoscritto l’appello anche le sezioni di Venezia e Padova dell’Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia.

Fare chiarezza sui traffici di armi, componenti militari, beni a duplice uso (dual-use) e rottami metallici che attraversano il porto di Venezia, con particolare attenzione alle merci dirette verso Israele o provenienti da quel Paese. È l’obiettivo dell’appello promosso dal Coordinamento No Armi a Porto Marghera, sottoscritto da numerose associazioni, organizzazioni sindacali e realtà della società civile, tra cui ISDE – Medici per l’Ambiente, attraverso le sezioni di Venezia e Padova.

La richiesta è stata indirizzata al sindaco, all’Autorità di Sistema Portuale, ai consiglieri comunali e alle istituzioni e organizzazioni sindacali competenti, affinché sostengano un’iniziativa di accesso civico generalizzato finalizzata a ottenere informazioni sui materiali militari e sui beni potenzialmente utilizzabili anche a fini bellici che transitano attraverso lo scalo veneziano.

L’accesso civico e la sentenza del Consiglio di Stato

Al centro dell’iniziativa c’è l’istanza di accesso civico generalizzato presentata il 25 ottobre 2026 dalla giornalista Linda Maggiori, ai sensi dell’articolo 5, comma 2, del decreto legislativo 33/2013. La richiesta riguarda i dati aggregati relativi alle armi, ai componenti di armi e ai beni dual-use transitati dal porto di Venezia.

Il Coordinamento richiama la recente sentenza n. 6256/2026 del Consiglio di Stato, Sezione sesta, relativa a una controversia sull’accesso alle informazioni riguardanti i traffici di armamenti attraverso il porto di Ravenna. Secondo i promotori dell’appello, la pronuncia costituisce un importante precedente per affermare il diritto dei cittadini a conoscere, attraverso dati aggregati, la natura e l’entità dei traffici di materiali militari nei porti italiani.

La questione assume particolare rilevanza alla luce del conflitto in Medio Oriente e delle preoccupazioni relative al possibile impiego di materiali esportati dall’Italia in operazioni militari che comportano gravi violazioni del diritto internazionale umanitario.

Nell’appello viene richiamata anche un’elaborazione basata sui dati della piattaforma Econdb, secondo la quale Israele risulterebbe la quarta destinazione dell’export in partenza dal porto di Venezia. Un dato che, secondo i firmatari, rende ancora più urgente conoscere quali controlli vengano effettuati sulle merci in transito e quali garanzie siano previste per impedire esportazioni in violazione delle normative italiane ed europee.

I dubbi sulla provenienza dei rottami metallici

Un secondo aspetto riguarda le importazioni di rottami metallici provenienti da Israele, sulle quali si sono concentrate recenti inchieste giornalistiche di Altreconomia.

Secondo quanto riportato dal Coordinamento, negli ultimi anni sarebbero arrivati in Italia ingenti quantitativi di questi materiali, senza che siano pubblicamente disponibili informazioni sufficienti per verificarne l’effettiva provenienza.

Le associazioni chiedono in particolare di conoscere i criteri utilizzati dalle autorità competenti per certificare l’origine dei rottami, anche per escludere che possano provenire da territori occupati illegalmente o da aree interessate da demolizioni forzate.

La richiesta non riguarda soltanto la trasparenza commerciale, ma anche la possibilità di verificare il rispetto delle norme internazionali e delle disposizioni che regolano l’importazione di materiali potenzialmente collegati a situazioni di conflitto.

Il ruolo dei lavoratori portuali e la tutela della salute

Nell’appello viene dedicata particolare attenzione al ruolo delle lavoratrici e dei lavoratori portuali. Il Coordinamento invita le rappresentanze sindacali a interrogare formalmente l’Autorità di Sistema Portuale e le compagnie operanti nello scalo sui carichi in transito da e verso Israele, segnalando eventuali anomalie o violazioni delle disposizioni italiane e comunitarie.

Viene inoltre chiesto di sostenere il diritto dei lavoratori a non essere coinvolti nella movimentazione di armi e componenti militari destinati a zone di conflitto, richiamando la necessità di tutelare la salute e la sicurezza sia del personale portuale sia della popolazione residente nei quartieri vicini alle infrastrutture.

La partecipazione delle sezioni ISDE di Venezia e Padova inserisce l’iniziativa anche nell’ambito delle questioni che riguardano la salute pubblica, la prevenzione dei rischi ambientali e professionali e le conseguenze sanitarie dei conflitti armati. La movimentazione e la gestione di materiali potenzialmente pericolosi richiedono infatti controlli adeguati, informazioni accessibili e misure di prevenzione a tutela dei lavoratori e delle comunità.

Le richieste alle istituzioni

Il Coordinamento chiede alle istituzioni di intervenire affinché l’istanza di accesso civico riceva una risposta nei termini previsti dalla legge e affinché siano resi pubblici i criteri adottati per verificare la provenienza dei rottami metallici importati.

Ai consiglieri comunali viene chiesto di mantenere alta l’attenzione sulla questione e di promuovere iniziative istituzionali per garantire la trasparenza dei traffici portuali. Alle organizzazioni sindacali viene rivolto l’invito a esercitare un ruolo attivo di controllo e tutela dei lavoratori.

«La trasparenza amministrativa non è un favore che si concede: è un obbligo di legge», sottolineano i promotori, evidenziando come la conoscenza dei traffici di armi, beni dual-use e rottami metallici attraverso un porto italiano costituisca una questione di interesse pubblico che riguarda cittadini, lavoratori e contribuenti.

L’appello è sottoscritto da numerose realtà associative e sindacali, tra cui Emergency Venezia, Amnesty Mestre, ANPI, Pax Christi, Mediterranea Saving Humans, USB Veneto, Sanitari per Gaza Venezia, Assopace Palestina Venezia, diverse organizzazioni impegnate per la pace e i diritti umani e ISDE Venezia e Padova.

L’iniziativa punta così a trasformare la richiesta di accesso ai dati in un impegno collettivo per la trasparenza amministrativa, il rispetto del diritto internazionale e la tutela della salute e della sicurezza delle persone.