Skip to main content

La ricercatrice Fiorella Belpoggi, direttrice scientifica emerita dell’Istituto «Ramazzini» di Bologna, componente del Comitato Scientifico di ISDE Italia, ha illustrato, attraverso una video conferenza i risultati di uno studio decennale del Ramazzini sugli effetti cancerogeni del glifosato, dopo che il Comune di Vercelli ha deciso di riprendere – dopo dieci anni di interruzione – l’utilizzo di questo pesticida per la manutenzione delle aree verdi comunali.

I contenuti presentati sono stati ripresi da vari media, fra cui La Stampa.

I risultati dello studio relativi a 128 campioni di polvere raccolta in ambienti domestici in Italia e in Argentina hanno evidenziato la presenza di un cocktail di 198 pesticidi. Il numero di pesticidi presenti in ogni casa è risultato variare da 25 a 121 con un valore mediano di 75 e quello che preoccupa è che prodotti già vietati da tempo risultano essere presenti nel 29% dei casi“. 

In Italia, i dati del 2017 rilevano l’utilizzo di 14,3 chili a testa di fertilizzati e pesticidi: «Il glifosato non è il diavolo dei pesticidi – spiega la ricercatrice –. Però nella nostra ricerca abbiamo trovato incidenze statisticamente significative rispetto ai gruppi di controllo. Una situazione che si è verificata, nella storia del nostro istituto, già molte volte». 

Lo studio, partito nel 2015, quando iniziò il dibattito tra enti europei sulla possibile cancerogeneità del glifosato, ha riguardato 1.000 topi divisi in diversi gruppi, ed esposti a concentrazioni e formulazioni diverse di glifosato, somministrate ogni giorno già durante la gestazione e poi nei successivi mesi di vita. Il glifosato è stato studiato in diversi formulati, sui quali vige un parziale segreto aziendale, perché non tutte le aziende rendono disponibili i dati relativi alla formulazione completa dei prodotti chimici. 

«Nella prima fase della vita è stato evidenziato come il glifosato interferisse su parametri considerati biomarker del normale sviluppo sessuale – ha spiegato Belpoggi – con effetto androgenico sulle femmine e alterazione della flora batterica». E uno studio Usa su donne in gravidanza esposte al glifosato ha evidenziato come l’effetto notato sui topi si ripetesse anche sulle neonate. 

Il secondo livello dello studio ha poi riguardato tutte le fasi della vita, alla ricerca delle finestre di rischio, cioè delle fasce di età maggiormente esposte. «In tutti i gruppi, tranne quello di controllo, è stato rilevato un aumento statisticamente significativo di una serie di tumori benigni e maligni», ha detto la studiosa. Un aumento che si è verificato in ambo i sessi. Da notare che nei ratti presi a cavia i tumori hanno un’incidenza naturale inferiore all’1%. Il 40% dei decessi per leucemia si sono verificati nei gruppi trattati nel primo periodo di vita. 

«E questo ci fa pensare che queste patologie possano emergere nel corso del tempo, con una maggiore incidenza per chi è stato esposto alla sostanza già durante la vita prenatale», ha aggiunto. Un fattore che dà sensibilità allo studio: «Ma che spesso non viene accettato dagli enti regolatori», ha commentato amaramente la studiosa.