L’Associazione Teriologica Italiana ETS interviene con un documento di osservazioni critiche sul Disegno di legge A.S. 1552, che modifica la legge 11 febbraio 1992, n. 157, il principale quadro normativo italiano sulla protezione della fauna selvatica omeoterma e sulla disciplina dell’attività venatoria.
Il documento, curato dal Consiglio Direttivo dell’associazione, invita il Parlamento a sospendere l’iter di approvazione del provvedimento, evidenziando “evidenti incongruenze” rispetto alle attuali conoscenze scientifiche e chiedendo la riapertura di un confronto con la comunità scientifica, con il Comitato Tecnico Faunistico-Venatorio Nazionale e con ISPRA.
Fauna selvatica, biodiversità e interesse pubblico
Il punto di partenza dell’analisi è il principio cardine della legge 157/1992: la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato, tutelato nell’interesse della comunità nazionale e internazionale. In questo quadro, l’attività venatoria non è un diritto assoluto, ma un’attività concessa e regolata dallo Stato, subordinata alla tutela della fauna e alla conservazione della biodiversità.
Secondo l’Associazione Teriologica Italiana, alcune modifiche proposte dal DDL rischiano di alterare questo equilibrio, attribuendo alla caccia un ruolo generale di tutela della biodiversità che non avrebbe un adeguato fondamento scientifico.
Il documento contesta in particolare l’introduzione, tra i principi generali, dell’idea che l’attività venatoria “concorra alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”. Per gli esperti dell’associazione, la caccia sportiva non può essere assimilata ai processi naturali di selezione e non può essere considerata, in quanto tale, uno strumento biologico di conservazione.
La letteratura scientifica richiamata nel documento evidenzia infatti che il prelievo venatorio può produrre effetti non solo attraverso la mortalità diretta degli animali abbattuti, ma anche tramite il disturbo arrecato dalla presenza di cacciatori e cani: aumento della vigilanza, riduzione del tempo dedicato all’alimentazione, spostamenti forzati, modifiche nell’uso dell’habitat, stress fisiologico e maggiore dispendio energetico.
Caccia e controllo faunistico: due strumenti da non confondere
Una delle criticità più rilevanti riguarda la progressiva sovrapposizione tra attività venatoria ordinaria e controllo faunistico. Il documento sottolinea che si tratta di due strumenti profondamente diversi per finalità, natura giuridica, tempi, territori, metodi e soggetti autorizzati.
La caccia è un’attività ricreativa e sportiva autorizzata dallo Stato entro limiti definiti. Il controllo faunistico, invece, è una funzione pubblica attivata in condizioni specifiche, per rispondere a squilibri ecologici, problemi di sicurezza, tutela della salute pubblica o danni alle attività antropiche. Deve essere fondato su protocolli tecnico-scientifici, dare priorità ai metodi preventivi e considerare l’abbattimento come extrema ratio.
Per l’Associazione Teriologica Italiana, assimilare il prelievo venatorio ordinario al controllo faunistico rischia di indebolire la qualità della gestione e di trasformare interventi che dovrebbero essere mirati, circoscritti e verificabili in strumenti meno controllabili e più esposti a pressioni contingenti.
Il ruolo di ISPRA e il rischio di indebolire la valutazione scientifica
Il documento esprime forte preoccupazione anche per la riduzione del ruolo di ISPRA nella definizione delle specie cacciabili, dei calendari venatori e delle modalità di controllo faunistico.
Secondo l’associazione, ISPRA garantisce omogeneità metodologica, standardizzazione dei protocolli, comparabilità dei dati biologici e indipendenza tecnico-scientifica. Attenuare il valore del suo parere, consentendo alle Regioni di discostarsene sulla base di motivazioni proprie, potrebbe compromettere l’uniformità della gestione faunistica sul territorio nazionale.
Il rischio segnalato è quello di sostituire valutazioni fondate su dati verificabili con decisioni più esposte a criteri politico-amministrativi, riducendo la trasparenza e la riproducibilità delle scelte gestionali.
Aree protette, territorio agro-silvo-pastorale e obiettivi europei
Un altro punto critico riguarda il computo delle aree destinate alla protezione della fauna. Il DDL propone di includere nel calcolo della quota di territorio protetto anche i Parchi nazionali e regionali, con il rischio, secondo l’Associazione Teriologica Italiana, di saturare formalmente gli obblighi di tutela senza creare nuove aree realmente sottratte alla pressione venatoria.
Il documento evidenzia inoltre che alcune modifiche potrebbero porsi in contrasto con il Regolamento europeo sul ripristino della natura e con la Strategia UE per la biodiversità 2030, che prevedono obiettivi ambiziosi di protezione e ripristino degli ecosistemi.
La preoccupazione è che l’ampliamento delle superfici potenzialmente destinate alla programmazione venatoria riduca la disponibilità effettiva di aree rifugio per la fauna selvatica e indebolisca la connettività ecologica, elemento essenziale per la resilienza degli ecosistemi, soprattutto in un contesto di crisi climatica.
Periodo venatorio, neve e vulnerabilità della fauna
Particolarmente delicata è anche la proposta di eliminare il limite temporale che oggi impedisce di prolungare la stagione venatoria oltre la prima decade di febbraio. Per l’associazione, questa modifica potrebbe consentire un’estensione del periodo di caccia in fasi ecologicamente sensibili, con impatti negativi non solo sugli uccelli, ma anche sui mammiferi.
Il periodo tardo-invernale e pre-primaverile è infatti cruciale per il recupero energetico post-invernale e per l’avvio dei cicli riproduttivi. Un’attività venatoria prolungata può modificare l’uso dello spazio da parte degli animali, costringerli a spostarsi in aree meno idonee e aumentare il dispendio energetico.
Il documento critica inoltre la possibilità di consentire la caccia collettiva in braccata su terreni innevati. La neve rende più difficile il movimento degli ungulati, aumenta il costo energetico della fuga e riduce l’accesso alle risorse alimentari. In queste condizioni, il disturbo provocato da mute di cani e gruppi di cacciatori può incidere sulla sopravvivenza degli individui e sul successo riproduttivo delle popolazioni più vulnerabili.
Valichi montani e corridoi ecologici
Il DDL interviene anche sulla tutela dei valichi montani, con una ridefinizione che secondo l’Associazione Teriologica Italiana ridurrebbe le aree sottratte all’attività venatoria.
Per gli esperti, i valichi non sono importanti soltanto per l’avifauna migratrice, ma rappresentano nodi strategici della rete ecologica: favoriscono la dispersione, la ricolonizzazione degli habitat, il mantenimento dei flussi genetici e la connettività tra popolazioni di grandi carnivori, ungulati, piccoli mammiferi e chirotteri.
Ridurne la tutela significherebbe aumentare la pressione antropica proprio nei punti in cui si concentrano i movimenti della fauna, con possibili effetti negativi sulla funzionalità degli ecosistemi e sulla capacità delle specie di adattarsi ai cambiamenti ambientali.
La richiesta al Parlamento
Nelle conclusioni, l’Associazione Teriologica Italiana invita il Parlamento a sospendere l’iter di approvazione del DDL 1552 e a riaprire un confronto con la comunità scientifica. L’obiettivo indicato è una revisione del provvedimento coerente con le migliori evidenze disponibili e capace di garantire un adeguato livello di tutela delle popolazioni di fauna selvatica.
Il tema non riguarda soltanto la caccia, ma il rapporto tra decisioni pubbliche, tutela della biodiversità, salute degli ecosistemi e rispetto del principio di precauzione. In un tempo segnato dalla crisi climatica, dalla perdita di biodiversità e dalla crescente pressione sugli habitat naturali, le politiche faunistiche non possono prescindere da dati scientifici solidi, indipendenti e trasparenti.
La gestione della fauna selvatica, conclude implicitamente il documento, deve restare uno strumento tecnico al servizio della conservazione, non una scorciatoia per ampliare la pressione venatoria sul territorio.
