Le evidenze scientifiche più recenti indicano possibili rischi di tumore del colon-retto e problemi riproduttivi anche a concentrazioni inferiori agli attuali limiti di legge. Una coalizione internazionale di organizzazioni ambientaliste e sanitarie, tra cui ISDE Italia, chiede all’Organizzazione Mondiale della Sanità di aggiornare le proprie linee guida. La Danimarca propone di ridurre il valore di riferimento da 50 a 6 mg/l.
Una revisione urgente dei limiti di concentrazione dei nitrati nell’acqua potabile, alla luce delle nuove conoscenze scientifiche sui rischi per la salute umana. È quanto chiedono 85 organizzazioni ambientaliste, sanitarie e della società civile, che il 3 novembre 2026 hanno indirizzato una lettera aperta all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sollecitando l’inserimento dei nitrati tra le sostanze prioritarie da riesaminare nella quinta edizione delle Guidelines for Drinking-water Quality.
Tra i firmatari figura ISDE Italia – Associazione Medici per l’Ambiente, insieme a Greenpeace, WONCA (Organizzazione mondiale dei medici di famiglia), European Environmental Bureau, Friends of the Earth Europe, PAN Europe, IPES-Food e numerose altre organizzazioni internazionali. Aderisce all’appello anche l’Associazione Culturale Pediatri.
Al centro della richiesta vi è il crescente divario tra i limiti attualmente adottati e le evidenze epidemiologiche che associano l’esposizione prolungata ai nitrati nell’acqua potabile a possibili effetti sulla salute, in particolare all’aumento del rischio di tumore del colon-retto e ad alcuni esiti avversi della gravidanza.
Un limite stabilito per proteggere i neonati, oggi messo in discussione
L’attuale valore di riferimento dell’OMS per i nitrati nell’acqua potabile è pari a 50 milligrammi per litro (mg/l), corrispondenti a 11,3 mg/l se espressi come azoto nitrico. È lo stesso valore previsto dalla normativa europea e italiana.
Le basi scientifiche di questo limite risalgono al 1958, quando la principale preoccupazione sanitaria riguardava la prevenzione della metaemoglobinemia infantile, conosciuta come sindrome del bambino blu, una condizione che compromette la capacità del sangue di trasportare ossigeno.
Secondo le organizzazioni firmatarie, questo criterio, pur mantenendo la propria importanza nella protezione dei neonati, non tiene adeguatamente conto delle conoscenze maturate negli ultimi decenni sugli effetti dell’esposizione cronica a concentrazioni inferiori.
Numerosi studi epidemiologici hanno infatti evidenziato associazioni tra l’assunzione prolungata di acqua contenente nitrati e il rischio di tumore del colon-retto. Altre ricerche hanno esaminato possibili relazioni con parti prematuri, basso peso alla nascita, malformazioni congenite e alterazioni della funzionalità tiroidea. Si tratta di evidenze che richiedono ulteriori approfondimenti per chiarire i rapporti causali e quantificare i rischi, ma che, secondo i promotori dell’appello, giustificano una revisione precauzionale degli attuali standard.
La Danimarca propone di abbassare il limite a 6 mg/l
Un importante precedente arriva dalla Danimarca, dove un gruppo internazionale di esperti incaricato dal Ministero dell’Ambiente ha concluso nel 2025 che l’attuale valore di 50 mg/l potrebbe non garantire una protezione adeguata rispetto al rischio di tumore del colon-retto.
Gli esperti hanno raccomandato di ridurre il limite a 6 mg/l, un valore oltre otto volte inferiore a quello attualmente in vigore. Secondo i documenti diffusi dalle organizzazioni, il governo danese ha assunto nel 2026 l’impegno di modificare la normativa nazionale in linea con questa raccomandazione.
La rilevanza sanitaria del problema emerge anche dalle stime epidemiologiche. Uno studio danese ha attribuito all’esposizione ai nitrati nell’acqua potabile circa 127 casi annui di tumore intestinale, mentre una ricerca condotta in Nuova Zelanda ha stimato circa 100 casi di tumore del colon-retto e 40 decessi ogni anno associabili alla contaminazione da nitrati.
Si tratta di stime di impatto sanitario ottenute attraverso modelli epidemiologici, non di casi individuali per i quali sia stata accertata direttamente una relazione causale.
Le conseguenze sono anche economiche. Secondo gli studi richiamati da Greenpeace, il costo sociale attribuibile ai tumori del colon-retto associati ai nitrati raggiungerebbe circa 317 milioni di dollari annui in Danimarca e 43 milioni in Nuova Zelanda.
Agricoltura intensiva e allevamenti tra le principali fonti di contaminazione
La presenza di nitrati nelle acque sotterranee è strettamente legata alle attività agricole, in particolare all’utilizzo eccessivo di fertilizzanti azotati e alla gestione degli effluenti provenienti dagli allevamenti intensivi. L’azoto non assorbito dalle colture può essere dilavato dalle precipitazioni e raggiungere le falde, contaminando le risorse destinate all’approvvigionamento idropotabile.
Il fenomeno presenta anche una significativa dimensione temporale: a seconda delle caratteristiche dei terreni, i nitrati possono impiegare anni o decenni per raggiungere le acque sotterranee. Di conseguenza, gli effetti delle pratiche agricole attuali possono continuare a manifestarsi per molto tempo.
Le comunità rurali, spesso situate nelle aree maggiormente interessate dall’agricoltura intensiva, risultano particolarmente vulnerabili, soprattutto quando dipendono da piccoli acquedotti o pozzi con minori capacità di monitoraggio e trattamento.
La contaminazione da nitrati rappresenta inoltre un possibile indicatore della presenza di altri inquinanti di origine agricola, come pesticidi e microrganismi patogeni, pur non dimostrandone automaticamente la presenza.
Anche la crisi climatica può aggravare il problema: siccità, scarsità idrica e maggiore sfruttamento delle falde possono favorire l’aumento delle concentrazioni degli inquinanti già presenti.
Le richieste all’Organizzazione Mondiale della Sanità
Nella lettera aperta le organizzazioni chiedono all’OMS di inserire formalmente i nitrati tra i contaminanti chimici prioritari da sottoporre a una valutazione approfondita nella prossima revisione delle linee guida sull’acqua potabile.
La richiesta comprende una revisione sistematica della letteratura epidemiologica sugli effetti dell’esposizione cronica a basse concentrazioni, con particolare attenzione alle patologie oncologiche e agli effetti sulla salute riproduttiva.
Le associazioni chiedono inoltre che la valutazione non si limiti alla definizione di un valore massimo nell’acqua potabile, ma consideri anche i benefici derivanti dalla prevenzione dell’inquinamento alla fonte. Ridurre l’impiego eccessivo di fertilizzanti e la pressione degli allevamenti intensivi potrebbe contribuire contemporaneamente a migliorare la qualità delle acque, limitare le emissioni climalteranti, proteggere la biodiversità e ridurre i fenomeni di eutrofizzazione.
Un ulteriore punto riguarda l’equità nell’accesso all’acqua sicura, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito, dove la prevenzione della contaminazione chimica deve accompagnarsi agli investimenti indispensabili per garantire la sicurezza microbiologica e i servizi igienico-sanitari.
Prevenire l’inquinamento per proteggere la salute
L’adesione di ISDE Italia all’appello internazionale si inserisce nell’impegno dell’associazione per la prevenzione dei rischi sanitari connessi all’inquinamento ambientale e per l’adozione di politiche pubbliche fondate sulle evidenze scientifiche.
Il caso dei nitrati evidenzia come la tutela della qualità dell’acqua non possa essere affidata esclusivamente ai trattamenti di potabilizzazione, spesso costosi ed energivori, ma richieda interventi sulle attività che generano la contaminazione.
La protezione della salute pubblica passa quindi anche dalla trasformazione dei sistemi agricoli, dalla riduzione delle pressioni ambientali e dall’aggiornamento degli standard sanitari in funzione delle conoscenze scientifiche disponibili.
La revisione delle linee guida dell’OMS rappresenta, secondo le organizzazioni firmatarie, un’occasione importante per rafforzare la prevenzione e garantire una maggiore protezione della popolazione dagli effetti dell’esposizione prolungata ai nitrati nell’acqua potabile.
Riferimenti scientifici
- Schullehner J. et al. (2018), Nitrate in drinking water and colorectal cancer risk: A nationwide population-based cohort study, International Journal of Cancer. https://doi.org/10.1002/ijc.31306
- Jacobsen B.H. et al. (2024), Health-economic valuation of lowering nitrate standards in drinking water related to colorectal cancer in Denmark, Science of The Total Environment. https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2023.167368
- Lin L. et al. (2023), Nitrate contamination in drinking water and adverse reproductive and birth outcomes: a systematic review and meta-analysis, Scientific Reports. https://doi.org/10.1038/s41598-022-27345-x
- Richards J. et al. (2022), Nitrate contamination in drinking water and colorectal cancer: Exposure assessment and estimated health burden in New Zealand, Environmental Research. https://doi.org/10.1016/j.envres.2021.112322
