Al Congresso nazionale ISDE, Agostino Di Ciaula ha presentato una ricognizione delle reti idriche italiane e delle evidenze sui possibili rischi sanitari. Le richieste: censimento completo, controlli uniformi, trasparenza e un piano finanziato di sostituzione delle tubazioni.
In Italia sono ancora operative almeno 25.804 chilometri di condotte in cemento-amianto. Un dato che resta incompleto, perché le informazioni disponibili non coprono l’intera rete nazionale. È uno degli elementi centrali dell’intervento di Agostino Di Ciaula, dedicato all’inquinamento da amianto nelle acque potabili, presentato il 24 ottobre a Sansepolcro, nell’ambito del Congresso nazionale ISDE Italia.
La relazione ha affrontato due questioni strettamente collegate: la presenza delle vecchie infrastrutture e le conoscenze scientifiche sui possibili effetti dell’ingestione di fibre. Il messaggio è stato chiaro: l’assenza di prove conclusive sul rischio non equivale alla dimostrazione della sua assenza e richiede ricerca, monitoraggio e prevenzione.
Una ricognizione ancora incompleta
L’indagine illustrata da Di Ciaula è stata condotta attraverso richieste di accesso civico generalizzato rivolte a 120 gestori delle reti idriche. Sono arrivati riscontri utili da 92 gestori, pari al 76,7% degli interpellati.
Le informazioni raccolte hanno riguardato 350.723 chilometri di rete, l’84,4% dell’estensione nazionale stimata di adduzione e distribuzione. Su questa parte documentata, le condotte in cemento-amianto rappresentano il 7,4%.
Le maggiori estensioni riportate nella ricognizione si trovano in Veneto, con circa 9.520 chilometri, ed Emilia-Romagna, con 8.943 chilometri. Seguono Friuli-Venezia Giulia, Toscana e Piemonte.
La lettura dei dati richiede però cautela: in undici regioni la copertura informativa è risultata incompleta. Particolarmente limitata quella relativa a Trentino-Alto Adige, Calabria e Liguria. A questo si aggiungono serbatoi e cisterne private, esterni al perimetro delle reti gestite. Il censimento, quindi, non restituisce ancora la dimensione complessiva del problema.
Le condotte non misurano da sole l’esposizione
Di Ciaula ha distinto tre livelli che non devono essere confusi: i chilometri di tubazioni presenti, la concentrazione di fibre effettivamente misurata nell’acqua e la valutazione del rischio sanitario.
La presenza di una condotta in cemento-amianto non consente, da sola, di quantificare l’esposizione dei cittadini. Occorrono analisi dell’acqua, informazioni sullo stato di conservazione delle infrastrutture e dati sulle caratteristiche delle fibre.
Il deterioramento delle tubazioni, le rotture e gli interventi di manutenzione possono favorire il rilascio di fibre. Altre possibili fonti comprendono la contaminazione naturale delle falde, pregresse attività minerarie o industriali e manufatti contenenti amianto.
Che cosa sappiamo sui rischi dell’ingestione
La relazione ha ricordato che l’amianto è un cancerogeno certo per inalazione, mentre le evidenze sugli effetti dell’ingestione attraverso l’acqua potabile restano insufficienti per stabilire un nesso causale certo.
Le revisioni scientifiche presentate hanno evidenziato limiti importanti: pochi studi recenti, prevalenza di indagini ecologiche, difficoltà nel ricostruire l’esposizione individuale nel lungo periodo e possibili fattori confondenti.
Allo stesso tempo, Di Ciaula ha richiamato associazioni osservate negli studi sui lavoratori esposti, riscontri di fibre in tessuti dell’apparato digerente e risultati sperimentali che sostengono la necessità di approfondire il problema. Questi elementi richiedono attenzione, senza consentire di trasferire automaticamente i risultati dell’esposizione professionale al consumo di acqua potabile.
Controlli uniformi e sostituzione programmata
Anche il monitoraggio è apparso disomogeneo, con differenze nelle metodiche utilizzate e nella pubblicazione dei risultati. La presentazione ha segnalato l’assenza di un obbligo specifico di monitoraggio delle fibre nell’acqua potabile.
Le proposte illustrate hanno riguardato un censimento sistematico delle condotte residue, verifiche periodiche della loro conservazione, analisi con metodiche affidabili e standardizzate e comunicazione pubblica dei risultati.
A queste misure Di Ciaula ha affiancato una campagna informativa sulla gestione sicura di serbatoi e cisterne private e un piano organico, progressivo e finanziato di rimozione delle tubazioni in cemento-amianto. Un percorso di prevenzione da avviare insieme al rafforzamento della ricerca scientifica.
Fonte: presentazione di Agostino Di Ciaula, «Inquinamento da asbesto nelle acque potabili», Congresso nazionale ISDE Italia, Sansepolcro, 24 ottobre 2026.
