Piantare alberi nelle città è una delle strategie più importanti per contrastare gli effetti del cambiamento climatico, ridurre le temperature, offrire ombra e migliorare la qualità degli spazi urbani. Ma quando si parla specificamente di inquinamento atmosferico, il rapporto tra vegetazione e aria è più complesso di quanto possa sembrare: non tutte le specie arboree producono gli stessi benefici e, in determinate condizioni, alcune possono perfino contribuire alla formazione di ozono e particolato secondario.
A richiamare l’attenzione sul tema è un articolo pubblicato da MondoSanità, secondo cui la scelta delle specie da utilizzare nel verde urbano dovrebbe tenere conto non soltanto della capacità degli alberi di intercettare gli inquinanti, ma anche delle sostanze che essi stessi rilasciano nell’atmosfera.
Gli alberi catturano gli inquinanti, ma emettono anche composti organici
Gli alberi possono contribuire alla depurazione dell’aria attraverso diversi meccanismi. Le superfici delle foglie intercettano parte del particolato atmosferico, mentre attraverso gli stomi le piante possono assorbire alcuni inquinanti gassosi, tra cui l’ozono.
Allo stesso tempo, però, la vegetazione emette naturalmente composti organici volatili biogenici (BVOC), come isoprene e terpeni. In presenza di ossidi di azoto e forte radiazione solare, questi composti possono partecipare alle reazioni fotochimiche che portano alla formazione dell’ozono troposferico, uno degli inquinanti più problematici soprattutto durante l’estate.
Le emissioni di BVOC possono inoltre contribuire alla formazione di aerosol organico secondario e quindi di particolato fine.
La quantità e la composizione delle emissioni variano molto fra una specie e l’altra e dipendono anche da temperatura, luce e disponibilità di acqua.
Il caso di Ginevra
La questione è stata approfondita, tra gli altri, da uno studio pubblicato sulla rivista Urban Forestry & Urban Greening, che ha analizzato oltre 237 mila alberi presenti nel Cantone di Ginevra.
I ricercatori hanno stimato che gli alberi urbani svolgono un’importante funzione di rimozione degli inquinanti, ma nello stesso tempo emettono BVOC capaci di contribuire alla chimica dell’ozono. Le stime dello studio indicano una rimozione annuale di circa 66 tonnellate di PM10 e 150 tonnellate di ozono, utilizzando il modello più dettagliato a livello di specie. Tuttavia, le emissioni di BVOC potrebbero raggiungere circa 130 tonnellate l’anno, con un potenziale teorico di formazione di ozono molto elevato in condizioni atmosferiche favorevoli.
Gli autori sottolineano comunque che si tratta di un potenziale massimo teorico: la quantità di ozono realmente prodotta dipende dalla disponibilità di ossidi di azoto, dalle condizioni meteorologiche e dalla chimica atmosferica locale.
Lo studio evidenzia soprattutto quanto sia determinante la composizione del patrimonio arboreo. Alcune specie emettono quantità molto più elevate di BVOC rispetto ad altre: a Ginevra, ad esempio, la Quercus robur, molto diffusa, risulta una forte emettitrice e può avere un bilancio sfavorevole rispetto all’ozono.
La scelta delle specie diventa parte della politica per l’aria
Anche uno studio del 2026 su 22 specie comunemente utilizzate nel verde urbano di Guangzhou, in Cina, conferma le forti differenze fra specie. I ricercatori hanno individuato cinque specie con un contributo particolarmente elevato al potenziale di formazione dell’ozono e sottolineano l’importanza di considerare le emissioni di BVOC nella progettazione delle foreste urbane.
Il messaggio, quindi, non è che gli alberi siano dannosi per la qualità dell’aria. Al contrario, il verde urbano offre numerosi benefici: raffrescamento, ombreggiamento, assorbimento di carbonio, gestione delle acque meteoriche, biodiversità, riduzione del rumore e benessere psicofisico.
La ricerca suggerisce però che la semplice quantità di alberi non può essere l’unico criterio di una politica di forestazione urbana. Occorre considerare quali specie piantare, dove collocarle e quali caratteristiche presenta il contesto urbano.
Anche la struttura delle strade conta: chiome molto dense in strade strette e trafficate possono, in alcune configurazioni, ridurre la ventilazione e ostacolare la dispersione degli inquinanti prodotti dal traffico.
Più verde, ma progettato meglio
Per le città che stanno investendo nella forestazione urbana, la sfida è dunque passare dal principio generico del “piantare più alberi” a una progettazione scientificamente più avanzata del verde.
La selezione delle specie dovrebbe valutare contemporaneamente capacità di ombreggiamento, adattamento al caldo e alla siccità, biodiversità, capacità di intercettare particolato, emissioni di BVOC e caratteristiche della strada o del quartiere in cui gli alberi vengono inseriti.
Una considerazione particolarmente importante in un clima che si riscalda: le emissioni di molti composti biogenici aumentano infatti con la temperatura, proprio mentre le condizioni estive favoriscono anche la formazione di ozono.
Fonte: MondoSanità, “Non tutti gli alberi migliorano la qualità dell’aria: alcune specie possono peggiorare lo smog”. Leggi l’articolo di MondoSanità
