In un articolo pubblicato su Domani, il ricercatore richiama nuovi studi scientifici sulle conseguenze sanitarie dell’esposizione alle radiazioni ionizzanti e sottolinea la necessità di valutare i rischi per la salute nel dibattito sul futuro dell’energia nucleare.
Mentre in Italia torna al centro del dibattito politico la possibilità di ricorrere all’energia nucleare, anche attraverso lo sviluppo dei piccoli reattori modulari (Small Modular Reactors, SMR), la valutazione dei rischi per la salute continua a ricevere un’attenzione insufficiente. È quanto sottolinea Fabrizio Bianchi, epidemiologo e componente del comitato scientifico di ISDE Italia, in un articolo pubblicato il 26 ottobre 2026 sul quotidiano Domani, dal titolo «Nucleare e salute: crescono le evidenze sui rischi oncologici».
Bianchi richiama i risultati di recenti ricerche scientifiche che approfondiscono le possibili conseguenze oncologiche dell’esposizione alle radiazioni ionizzanti, sia in relazione alla vicinanza agli impianti nucleari durante il loro normale funzionamento, sia a seguito di incidenti che determinano contaminazioni radioattive su vaste aree geografiche.
L’articolo ricorda innanzitutto uno studio statunitense pubblicato nel 2026 su Nature Communications, che ha analizzato la mortalità per tumore nelle popolazioni residenti in prossimità delle centrali nucleari, stimando circa 115.000 decessi oncologici attribuibili statisticamente alla vicinanza agli impianti nel periodo 2000-2018. Si tratta di risultati che richiedono un’attenta interpretazione epidemiologica e che, secondo Bianchi, non possono essere ignorati nel confronto sulle scelte energetiche.
I nuovi studi sui tumori nelle popolazioni esposte
Una delle ricerche approfondite nell’articolo, pubblicata su Environmental Research da Kim e collaboratori, ha esaminato l’associazione tra prossimità residenziale alle centrali nucleari e incidenza dei tumori in 123 distretti della Corea del Sud, considerando il periodo 1999-2018.
Lo studio ha utilizzato un indice di prossimità ponderato in funzione della distanza dai reattori, tenendo conto di differenti periodi di latenza delle malattie oncologiche e di possibili fattori ambientali, socioeconomici e demografici.
I risultati evidenziano associazioni positive tra vicinanza agli impianti e incidenza complessiva dei tumori in entrambi i sessi. In particolare, negli uomini emergono eccessi di rischio per i tumori del fegato e del polmone, mentre nelle donne le associazioni riguardano soprattutto i tumori del colon-retto e della tiroide.
Bianchi precisa che la ricerca non dispone di misurazioni individuali delle dosi di radiazioni assorbite e che, pertanto, le associazioni osservate non dimostrano automaticamente un rapporto causale. Tuttavia, ritiene necessario interpretare questi risultati alla luce delle conoscenze scientifiche già disponibili, senza sottovalutarne la rilevanza.
Chernobyl, conseguenze sanitarie anche a grande distanza
Il secondo studio, pubblicato sulla rivista Health Physics da Tondel e collaboratori, riguarda le conseguenze a lungo termine del fallout radioattivo prodotto dall’incidente di Chernobyl del 1986 sulla popolazione svedese.
Attraverso dati demografici relativi a 290 comuni e 21 contee, modelli dosimetrici e coefficienti di rischio, i ricercatori hanno stimato 825 casi aggiuntivi di tumore nell’arco di cinquant’anni, dal 1986 al 2035, di cui 377 negli uomini e 448 nelle donne.
Particolarmente significativa è la ricostruzione delle diverse modalità di esposizione. Circa un terzo della dose collettiva di radiazioni sarebbe derivato dalla contaminazione interna, principalmente attraverso l’assunzione di alimenti e acqua contaminati, mentre la quota restante sarebbe riconducibile soprattutto all’irradiazione esterna.
Secondo le stime, la contaminazione interna contribuirebbe al 38% dei tumori aggiuntivi negli uomini e al 32% nelle donne. Lo studio mette inoltre in evidenza importanti disuguaglianze territoriali: la contea di Västernorrland, che nel 1986 rappresentava appena il 3% della popolazione svedese, concentrerebbe il 18% dei casi oncologici aggiuntivi stimati.
Pur trattandosi di proiezioni modellistiche e non di casi direttamente identificati come causati dall’incidente, i risultati evidenziano la necessità di considerare le conseguenze sanitarie della contaminazione radioattiva anche a notevole distanza dagli impianti coinvolti.
Piccoli reattori modulari, ancora molte incognite sanitarie
Nella parte conclusiva dell’articolo, Bianchi richiama l’attenzione sui nuovi reattori modulari, spesso presentati come una soluzione tecnologica più sicura e flessibile rispetto alle centrali nucleari tradizionali.
I risultati delle ricerche esaminate non possono essere automaticamente trasferiti agli SMR, per i quali mancano ancora studi specifici sulle conseguenze sanitarie delle emissioni, sugli scenari incidentali e sulla gestione dei rifiuti radioattivi. Allo stesso tempo, le dimensioni ridotte degli impianti non costituiscono, da sole, una dimostrazione dell’assenza di rischi.
Secondo Bianchi, la valutazione del nucleare richiede quindi un approccio sistemico che consideri, insieme ai costi, alla fattibilità tecnologica e ai tempi di realizzazione, anche le possibili conseguenze ambientali e sanitarie nel lungo periodo.
La necessità è quella di promuovere ricerche indipendenti, ricostruzioni accurate delle esposizioni e sistemi di osservazione epidemiologica capaci di seguire nel tempo le popolazioni potenzialmente interessate.
Il messaggio centrale dell’intervento è che la tutela della salute deve essere parte integrante delle decisioni sulle politiche energetiche, evitando che il confronto sul nucleare rimanga circoscritto agli aspetti economici e tecnologici e sottovaluti le incertezze scientifiche ancora presenti.
Fonte: Fabrizio Bianchi, «Nucleare e salute: crescono le evidenze sui rischi oncologici», Domani, 26 ottobre 2026.
