Uno studio internazionale attribuisce al cambiamento climatico circa due terzi delle morti legate al caldo nelle città europee. L’Italia è il Paese più colpito in termini assoluti, ma non dispone di un sistema di sorveglianza tempestivo esteso a tutta la popolazione. ISDE Italia, ECCO, On Data e WWF Italia chiedono al Governo un monitoraggio nazionale, dati trasparenti e maggiori interventi di prevenzione.
L’estate 2026 potrebbe essere stata la più drammatica degli ultimi decenni in Europa per gli effetti del caldo sulla salute. Secondo uno studio condotto da ricercatori dell’Imperial College London e della London School of Hygiene & Tropical Medicine, nelle 854 aree urbane europee analizzate si stimano 50.391 decessi in eccesso attribuibili alle elevate temperature, dei quali 32.619, pari al 65%, riconducibili al cambiamento climatico provocato dalle attività umane.
L’Italia presenta il bilancio più pesante in termini assoluti: 13.303 morti stimate nelle aree urbane considerate, di cui 8.772 attribuibili al riscaldamento globale di origine antropica. Si tratta di risultati particolarmente preoccupanti, che confermano la vulnerabilità del nostro Paese agli effetti sanitari della crisi climatica.
I risultati della ricerca accompagnano un appello congiunto di ISDE Italia – Associazione Italiana Medici per l’Ambiente, ECCO – Il think tank italiano per il clima, Associazione On Data e WWF Italia, che chiedono al Governo e alle istituzioni una riforma del sistema nazionale di sorveglianza della mortalità da caldo e il rafforzamento delle misure di prevenzione, soprattutto a tutela delle persone più vulnerabili.
L’estate 2026, la più grave per la mortalità da caldo nelle città europee
Lo studio Heat-related urban mortality attributable to human-induced climate change in Europe in summer 2026, firmato da Clair Barnes e altri ricercatori, analizza gli effetti delle temperature estive sulla mortalità in 854 città distribuite in 30 Paesi europei, per una popolazione complessiva di circa 173 milioni di abitanti.
I ricercatori hanno confrontato le temperature effettivamente registrate tra giugno e agosto con quelle che si sarebbero verificate in assenza del riscaldamento globale provocato dall’uomo, applicando modelli epidemiologici che descrivono la relazione tra temperatura e rischio di mortalità.
I risultati indicano che il numero di morti attribuibili al caldo nell’estate 2026 è stato nettamente superiore a quello stimato per altre estati particolarmente critiche, come il 2003 e il 2022. Nelle stesse aree urbane, utilizzando un quadro metodologico comparabile, erano stati stimati circa 29.500 decessi nel 2022 e 28.500 nel 2003, contro gli oltre 50mila del 2026.
L’ondata di calore più grave si è verificata tra il 17 giugno e il 1° luglio, quando le temperature medie giornaliere nelle città considerate hanno superato di circa 5,3 °C i valori di riferimento del periodo 1991-2020. In queste due settimane si sarebbe concentrato quasi un terzo dei decessi estivi attribuibili al caldo.
Particolarmente colpita l’Europa meridionale, dove le temperature elevate si sono protratte per lunghi periodi, determinando i tassi di mortalità più alti.
Italia prima per numero di decessi stimati
Tra i Paesi analizzati, l’Italia registra il numero assoluto più elevato di morti attribuibili al caldo nelle aree urbane considerate.
La ricerca stima 13.303 decessi, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 11.829 e 14.965. Di questi, circa il 66% è attribuito al cambiamento climatico antropogenico.
Il confronto con gli altri principali Paesi europei evidenzia la gravità della situazione italiana:
| Paese | Morti da caldo stimate | Di cui attribuibili al cambiamento climatico |
|---|---|---|
| Italia | 13.303 | 8.772 |
| Francia | 7.268 | 4.661 |
| Spagna | 6.824 | 5.227 |
| Germania | 6.340 | 3.685 |
| Regno Unito | 4.354 | 2.535 |
I dati si riferiscono esclusivamente alle aree urbane incluse nello studio e non rappresentano quindi il totale nazionale dei decessi attribuibili al caldo.
L’Italia presenta inoltre uno dei tassi di mortalità standardizzati per età più elevati, con 561 decessi stimati per milione di abitanti nelle aree considerate, preceduta soltanto da Malta tra i Paesi analizzati.
Il caldo non colpisce soltanto gli anziani
L’impatto delle temperature estreme è particolarmente grave per le persone anziane, soprattutto in presenza di patologie croniche, ma il rischio riguarda anche altre fasce della popolazione.
Nelle città europee analizzate, lo studio stima oltre 22.500 decessi tra le persone con almeno 85 anni. Tuttavia, anche nelle fasce di età più giovani si registrano effetti significativi: circa 833 decessi sono stimati tra i 20 e i 44 anni.
Le conseguenze del caldo dipendono non soltanto dall’intensità delle temperature, ma anche dalle condizioni di salute, dalla qualità delle abitazioni, dalla disponibilità di spazi verdi, dall’esposizione all’inquinamento atmosferico e dalle condizioni socioeconomiche.
Le persone che vivono in quartieri densamente edificati, con poco verde e abitazioni difficili da raffrescare, possono essere maggiormente esposte agli effetti delle ondate di calore.
Si tratta di disuguaglianze ambientali e sanitarie che rendono necessarie politiche di adattamento capaci di raggiungere prioritariamente le popolazioni più vulnerabili.

L’appello congiunto di ISDE Italia, ECCO, On Data e WWF Italia
Di fronte alla crescente emergenza sanitaria determinata dal caldo estremo, ISDE Italia, ECCO, Associazione On Data e WWF Italia chiedono al Governo una riforma strutturale della sorveglianza sanitaria e della prevenzione.
L’iniziativa è accompagnata da un nuovo briefing del think tank ECCO, intitolato Quanto si muore di caldo in Italia?, che analizza le caratteristiche del sistema italiano di sorveglianza della mortalità e lo confronta con quelli di Francia, Spagna, Germania e Portogallo.
Secondo le organizzazioni, il nostro Paese dispone già di strumenti di allerta e monitoraggio, ma questi non garantiscono una copertura omogenea dell’intero territorio nazionale, lasciando fuori una parte consistente della popolazione.
Il problema è particolarmente rilevante per le aree rurali, i piccoli e medi comuni e le persone maggiormente esposte, comprese quelle che lavorano all’aperto.
Le associazioni chiedono quindi di rafforzare l’intero sistema, dalle allerte meteorologiche alla prevenzione locale, fino alla raccolta e alla diffusione tempestiva dei dati sugli effetti sanitari.
Roberto Romizi (ISDE Italia): «Urgente estendere il monitoraggio sanitario all’intero territorio nazionale»
Il presidente dell’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente, Roberto Romizi, richiama l’attenzione sulla necessità di affrontare il caldo estremo come una vera emergenza di sanità pubblica, che richiede strumenti di sorveglianza e capacità di intervento adeguati.
«Il caldo estremo è universalmente riconosciuto come un’emergenza sanitaria soprattutto per le fasce sociali più a rischio (anziani, bambini, ammalati cronici, lavoratori esposti). Tale emergenza non appare al momento tempestivamente monitorata nel nostro Paese, in quanto la sorveglianza sanitaria a breve termine è limitata a città campione e a dati aggregati».
Romizi evidenzia inoltre come i dati più completi disponibili in Italia derivino prevalentemente da stime epidemiologiche basate sui dati ISTAT di mortalità, con ritardi significativi rispetto al verificarsi delle ondate di calore.
Il problema riguarda non soltanto la mortalità generale, ma anche la disponibilità di informazioni sulle malattie, sulle cause specifiche di decesso e sui ricoveri ospedalieri associati alle temperature estreme.
«Appare dunque urgente un adeguamento del sistema attuale di monitoraggio sanitario esteso all’intero territorio nazionale, al fine di agevolare la pianificazione di rapidi interventi di prevenzione primaria e secondaria e l’ottimizzazione delle risorse sanitarie nelle aree geografiche, nei periodi e nelle fasce sociali più a rischio».
Per ISDE Italia, quindi, una sorveglianza epidemiologica più completa e tempestiva è una condizione fondamentale per orientare gli interventi sanitari e proteggere efficacemente la popolazione.
ECCO, On Data e WWF: servono dati tempestivi, trasparenza e risorse
Anche le altre organizzazioni promotrici sottolineano la necessità di superare i limiti dell’attuale sistema italiano.
Eleonora Cogo, Climate Finance Lead di ECCO, evidenzia che l’Italia non deve costruire da zero nuovi strumenti, ma estendere e rafforzare quelli già disponibili. Il sistema attuale si ferma infatti ai comuni sentinella e non produce una stima tempestiva dei decessi legati al caldo per l’intera popolazione nazionale.
Secondo Cogo, occorre un mandato istituzionale chiaro per ampliare la copertura territoriale, rendere più omogenea la prevenzione locale e valutare sistematicamente l’efficacia degli interventi, così da comprendere e affrontare gli effetti sanitari del caldo in tutto il Paese.
Andrea Borruso, presidente dell’Associazione On Data, pone invece l’accento sulla disponibilità e sulla tempestività delle informazioni. I dati necessari per stimare i decessi da caldo esistono già: ISTAT pubblica infatti i decessi giornalieri di ogni comune, ma con aggiornamenti trimestrali che non permettono di seguire in tempo reale le conseguenze delle ondate di calore.
In altri Paesi europei le stime nazionali vengono invece diffuse anche settimanalmente durante l’estate.
Borruso sottolinea la necessità che sia lo Stato a pubblicare una stima nazionale dei decessi attribuibili al caldo, continuamente aggiornata almeno nei mesi estivi, anche attraverso dati inizialmente provvisori.
Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia, richiama l’attenzione sulle carenze nella rilevazione della mortalità e della morbilità legate alle alte temperature.
I dati disponibili sono spesso parziali, discontinui e difficilmente accessibili, rendendo complesso ricostruire il reale impatto sanitario delle ondate di calore. Per il WWF occorre quindi migliorare la qualità e la tempestività del monitoraggio, rafforzare gli interventi di prevenzione e destinare risorse adeguate alla protezione della popolazione.
Le posizioni delle quattro organizzazioni convergono su un punto: senza informazioni complete e tempestive diventa molto più difficile programmare interventi efficaci e verificare se le politiche di prevenzione riescano realmente a ridurre le conseguenze sanitarie del caldo.
In Italia il monitoraggio riguarda soltanto una parte della popolazione
Uno dei principali problemi evidenziati dall’appello riguarda la copertura territoriale del sistema italiano di sorveglianza.
Attualmente il Sistema di sorveglianza della mortalità giornaliera (SiSMG) raccoglie dati relativi a 54 città, che rappresentano circa un terzo della popolazione nazionale. Il sistema di allerta per le ondate di calore, invece, è operativo in 27 città.
Restano quindi escluse dalla sorveglianza tempestiva ampie porzioni del territorio nazionale, comprese numerose aree rurali e piccoli e medi comuni.
Il confronto europeo mostra una situazione diversa in altri Paesi: secondo i dati della rete EuroMOMO richiamati nell’appello, Germania, Grecia e Portogallo dichiarano una copertura nazionale del 100%, la Spagna del 93% e la Francia dell’84%.
Un’altra criticità riguarda la tempestività delle informazioni. In Italia i dati ISTAT sui decessi giornalieri comunali vengono aggiornati con cadenza trimestrale, mentre in altri Paesi le stime nazionali della mortalità durante l’estate possono essere diffuse anche settimanalmente.
È importante distinguere, sul piano metodologico, tra l’eccesso di mortalità osservato nei sistemi di sorveglianza e i decessi attribuibili al caldo stimati attraverso modelli epidemiologici: sono indicatori diversi, che non possono essere confrontati direttamente senza tenere conto della popolazione considerata e dei metodi utilizzati.
Disporre di entrambi, con dati trasparenti e tempestivi, permetterebbe tuttavia di comprendere meglio l’impatto sanitario delle ondate di calore e di valutare l’efficacia delle misure di prevenzione.
Le richieste al Governo: sorveglianza nazionale e prevenzione in tutti i territori
L’appello delle quattro organizzazioni individua alcune priorità per una riforma strutturale del sistema di sorveglianza e prevenzione.
La prima riguarda l’estensione della copertura territoriale. Si chiede di ampliare i sistemi di allerta per le ondate di calore, la sorveglianza della mortalità giornaliera e il monitoraggio degli accessi ai Pronto Soccorso, coinvolgendo progressivamente tutti i capoluoghi di provincia e garantendo una stima della mortalità per l’intero territorio nazionale, comprese le aree rurali e i piccoli e medi comuni.
La seconda priorità è la trasparenza dei dati e dei metodi utilizzati. Le organizzazioni chiedono la pubblicazione dei protocolli di calcolo, dei dati in formato aperto e delle informazioni disaggregate per età, sesso e territorio, accompagnate da una documentazione metodologica che consenta di verificare i risultati.
La terza riguarda la prevenzione locale, che dovrebbe essere garantita ovunque attraverso livelli minimi di intervento, protocolli di emergenza, individuazione delle persone a rischio, sorveglianza attiva delle persone vulnerabili e formazione degli operatori sanitari e sociosanitari.
Particolare attenzione dovrebbe essere dedicata alle persone anziane sole, ai malati cronici, ai lavoratori esposti alle alte temperature e alle famiglie in condizioni di povertà energetica, che possono incontrare maggiori difficoltà nel proteggersi dal caldo.
Le misure di prevenzione dovrebbero inoltre essere accompagnate da finanziamenti dedicati e da sistemi di valutazione pubblici e trasparenti, per verificare l’effettiva capacità degli interventi di ridurre le conseguenze sanitarie delle temperature estreme.
Prevenzione sanitaria e politiche climatiche devono procedere insieme
I risultati della ricerca confermano che il cambiamento climatico rappresenta già oggi una minaccia concreta per la salute pubblica.
Il fatto che circa due terzi dei decessi stimati nelle città europee siano attribuibili al riscaldamento globale di origine antropica indica quanto le emissioni di gas serra incidano sulle condizioni di rischio sanitario.
Le politiche di adattamento, dalla diffusione del verde urbano al miglioramento delle condizioni abitative, dalla protezione dei lavoratori ai sistemi di allerta e assistenza sanitaria, sono indispensabili per ridurre le conseguenze delle temperature estreme.
Ma l’adattamento, da solo, non può eliminare un rischio destinato ad aumentare con l’ulteriore riscaldamento del pianeta.
Per questo la riduzione delle emissioni climalteranti, il progressivo abbandono dei combustibili fossili e il rafforzamento della prevenzione sanitaria devono essere considerati parti di una stessa strategia di tutela della salute.
L’appello congiunto di ISDE Italia, ECCO, On Data e WWF Italia richiama dunque una priorità fondamentale: non basta conoscere il rischio climatico, occorre misurarne tempestivamente le conseguenze sulla salute e intervenire per prevenire morti evitabili, senza lasciare indietro le popolazioni e i territori più vulnerabili.
Fonti e per approfondire
- Clair Barnes e altri, Heat-related urban mortality attributable to human-induced climate change in Europe in summer 2026, studio scientifico, 2026.
- Imperial College London e London School of Hygiene & Tropical Medicine, comunicato stampa del 23 ottobre 2026.
- ECCO, Quanto si muore di caldo in Italia?.
- Appello congiunto di ISDE Italia, ECCO, Associazione On Data e WWF Italia sulla riforma del sistema di sorveglianza e prevenzione degli effetti sanitari del caldo, 23 ottobre 2026.
- Imperial College London – Climate change attribution.
