A Verona l’inquinamento da particolato fine potrebbe essere associato ogni anno a centinaia di decessi e a un rilevante carico di malattie. A richiamare l’attenzione sul problema sono due articoli pubblicati il 21 agosto da L’Arena, che raccoglie le valutazioni di Giovanni Beghini, presidente di ISDE Medici per l’Ambiente Verona.
«Non si pensi che l’inquinamento atmosferico sia una questione solo ambientale, è sempre di più un problema di natura sanitaria», sottolinea Beghini. Particolare attenzione viene rivolta al PM2,5, costituito da particelle con diametro inferiore a 2,5 micrometri, capaci di penetrare nelle zone più profonde dei polmoni e di entrare nel circolo sanguigno, raggiungendo anche la barriera emato-encefalica.
Secondo i dati richiamati nell’articolo, elaborati a partire dai livelli di inquinamento registrati nel 2025 e considerando una popolazione complessiva di oltre 8 milioni di residenti con almeno 30 anni nelle 27 città italiane monitorate, sarebbero 6.731 i decessi attribuibili all’esposizione al PM2,5. Si tratta di circa l’8% della mortalità per tutte le cause non traumatiche nella popolazione adulta delle città considerate.
La quota di mortalità attribuibile alle polveri più sottili risulta particolarmente elevata in alcune città del Nord: circa il 14% a Milano, il 12% a Torino e Padova e l’11% a Vicenza e Brescia. Verona, insieme a Venezia, Parma e Modena, si colloca intorno al 10%, una proporzione che, secondo Beghini, significa che «una morte su dieci può essere legata all’esposizione al PM2,5». Sono i dati rilevati ogni mese nell’ambito del progetto “Cambiamo Aria”.
Per Verona, considerando i livelli di inquinamento registrati e la popolazione residente, il medico di ISDE stima quindi centinaia di casi ogni anno, ai quali devono essere aggiunti aggravamenti di patologie già esistenti, ricoveri, disabilità e perdita della qualità della vita.
I più vulnerabili pagano il prezzo maggiore
Gli effetti dell’inquinamento non sono distribuiti in maniera uniforme nella popolazione. I rischi maggiori riguardano bambini, anziani, donne in gravidanza e persone affette da patologie croniche, ma anche chi vive in condizioni sociali ed economiche svantaggiate o in prossimità delle principali sorgenti emissive.
Il messaggio dei medici è che inquinamento atmosferico, crisi climatica e ondate di calore non possono essere affrontati come emergenze separate, perché rappresentano manifestazioni diverse della stessa crisi ambientale e sanitaria.
Beghini richiama inoltre l’insufficienza degli attuali limiti normativi come garanzia di protezione della salute: rispettare i valori di legge non significa necessariamente essere al riparo dagli effetti sanitari dell’inquinamento, soprattutto per gli inquinanti per i quali la ricerca scientifica evidenzia conseguenze anche a concentrazioni relativamente basse.
Da qui la necessità, secondo ISDE, di politiche strutturali che riducano alla fonte le emissioni, intervenendo in particolare sull’uso dei combustibili fossili, sulla mobilità e sulle principali sorgenti urbane. Per i Comuni, osserva Beghini, questo significa anche adottare misure concrete come piste ciclabili realmente utilizzabili e politiche capaci di ridurre progressivamente la dipendenza dai veicoli più inquinanti.
Fonte: L’Arena, 21 agosto 2026.
