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A favore di un laboratorio di epidemiologia di intervento, capace di valutare gli effetti sulla salute della riduzione degli inquinanti e delle emissioni di CO.

di Fabrizio Bianchi (Comitato scientifico ISDE) e Gianbattista Mele (ISDE Potenza)

I risultati del progetto LucAS “Epidemiologia geografica LucAS. Prima fase Quesiti di ricerca” sono utili a svolgere considerazioni e farsi domande.

Lo studio analizza diverse aree regionali a rischio, tra le quali la Val d’Agri.

Riassumendo, nel periodo 2015-2023 nell’area della Val d’Agri, considerando 15 comuni, la mortalità ha presentato numerose anomalie, tanto che gli stessi autori scrivono: “sono in eccesso la mortalità per tutte le cause (entrambi i sessi SMR=108, 105;110 per 34 casi attribuibili annui, un decesso in più ogni 11 giorni), tumori maligni (SMR=113, 107;119 per 12 casi attribuibili anno, un decesso in più al mese) e malattie circolatorie (SMR= 111, 107;116 per 18 casi annui, un decesso in più ogni 20 giorni). Nei maschi troviamo anche in eccesso la mortalità per malattie respiratorie (SMR=112, 99;126).”.

La prima considerazione non può essere che rivolta al fatto che questi risultati, arrivati dopo 7 anni di assenza di valutazioni, confermano le serie precedenti.

La seconda considerazione, immancabilmente, riguarda la preoccupazione per un profilo di salute con gravi alterazioni in un’area con popolazione circoscritta e limitata (poco più di 34.000 abitanti).

La terza riflessione riguarda l’arretratezza che, nonostante i forti investimenti per gli studi, caratterizza il disaccoppiamento tra dati sanitari e dati ambientali, per effetto palese di linee di studio che per ora continuano ad andare avanti in silos separati. Le conseguenze di questo ritardo ultra decennale non sono trascurabili: da una parte gli studi epidemiologici su aree geografiche non possono che concludersi con ipotesi sull’influenza dell’ambiente e di altri fattori sulla salute, dall’altra parte gli studi ambientali si traguardano a valutazioni difficilmente travasabili negli studi epidemiologici.

Questi tre elementi mostrano chiaramente come le politiche di prevenzione siano troppo distanti da un modello di produzione che considera ambiente e salute come variabili marginali.

Dalle riflessioni scaturiscono le domande, una in particolare:

E’ indispensabile la conoscenza quantitativa dell’impatto sulla salute dell’inquinamento in Val d’Agri per adottare politiche preventive? oppure la conferma dei problemi già segnalati da tanti anni sono da ritenersi sufficienti per intervenire con misure protettive per l’ambiente e la salute? 

Rispondere si o no apre scenari completamente diversi: 

  • Rispondere si comporta lo svolgimento di ulteriori studi e in questo caso occorre chiedersi quanti altri anni dovranno passare e nel frattempo quanti morti in più la comunità dovrà accettare? Va da sé che l’accettabilità dei rischi presenti e futuri dovrebbe essere di dominio dei cittadini e non calata dall’alto. 
  • Rispondere no significa imboccare la strada del principio di precauzione, approccio che consente ai decisori di adottare misure di protezione quando è riconosciuta l’esistenza di un rischio potenziale per la salute o per l’ambiente ma le evidenze scientifiche in proposito sono ancora incerte o incomplete. 

Una seconda domanda riguarda i dati dell’inquinamento, tema sempre forzato da più parti, da chi lo definisce trascurabile o modesto a che ritiene che sia rilevante e non trascurabile.

Qui sono i dati che dovrebbero parlare, ma non dati generici bensì dati informativi di possibili esposizioni di individui e comunità.

Come si sa la scelta dei dati e la loro interpretazione non sono neutre e basta prenderne taluni e non altri per mutare la visione d’insieme.

Prendiamo ad esempio le emissioni degli impianti COVA e Tempa Rossa (TR), come reperibili dal Registro europeo delle emissioni industriali. Si tratta di emissioni di entità non rilevanti ma neanche trascurabili: nel 2025 COVA e TR hanno emesso rispettivamente 119 e 146 tonnellate di metano, 164 e 225 tonnellate di ossidi di zolfo, quantità inferiori di PM10 e NOx; mentre sono molto superiori le emissioni di biossido di carbonio (CO2): 670.000 tonnellate e 163.000 tonnellate, rispettivamente. In tempi di riscaldamento climatico si tratta di emissioni significative di gas climalteranti, superiori ad esempio a quelle generate in un anno dall’intero parco auto della Basilicata. 

Un secondo esempio riguarda le emissioni complessive in atmosfera di inquinanti, che configurano concentrazioni al suolo di moderata entità, con medie annuali di PM2,5 che, in termini di esposizione ponderata per la popolazione residente, variano da 7,3 μg/m3 nel comune di Abriola a 10,2 μg/m3 nel comune di Grumento Nova, con media nell’area dei 15 comuni pari a 8,8 μg/m3 (stime da dati satellitari (Copernicus) fusi con modelli matematici con risoluzione spaziale 1 km x 1 km, a cura del Dipartimento di Epidemiologia (DEP) del SSR del Lazio). 

Si tratta di valori più bassi di aree fortemente inquinate da molte fonti emissive, come la pianura Padana e molte aree metropolitane, tuttavia questi valori sono superiori al limite di tutela della salute raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, pari a 5 μg/m3 per il PM2,5. Questo eccesso di 3,8 μg/m3 (8,8 – 5,0) di particolato fine comporta un aggravio tra 9 e 14 decessi/anno nella popolazione adulta (>30 aa), pari a circa il 3% della mortalità corrente (Fonte dei dati: ISTAT, LucAS; calcolo con software AirQ– OMS).

Abbiamo riportato solo due esempi per mostrare una possibile evoluzione degli studi ambiente-salute in Val d’Agri.

Da una parte, le emissioni industriali consentono di quantificare il contributo locale a un problema globale come il cambiamento climatico. Dall’altra, le stime di impatto del PM2,5 permettono già oggi di valutare quanti eventi sanitari potrebbero essere attribuibili all’esposizione della popolazione residente.

La domanda successiva non dovrebbe quindi essere soltanto quale sia il peso dell’inquinamento attuale sulla salute, ma quali benefici e co-benefici si potrebbero ottenere modificando gli scenari emissivi futuri.

È il passaggio dagli studi di danno agli studi di intervento: mentre gli studi tradizionali descrivono gli effetti associati alle esposizioni ambientali, gli studi di intervento valutano in anticipo gli effetti attesi di politiche e misure preventive. Ad esempio: quanti decessi, ricoveri o casi di malattia cardiovascolare e respiratoria potrebbero essere evitati riducendo del 10%, 25% o 50% le emissioni industriali? Quali benefici sanitari deriverebbero dal raggiungimento del valore guida OMS di 5 μg/m³ per il PM2,5? Quale riduzione della mortalità e della morbosità sarebbe ottenibile nei diversi comuni dell’area?

Lo stesso approccio può essere applicato alle emissioni climalteranti. Se oggi gli impianti COVA e Tempa Rossa emettono complessivamente oltre 830.000 tonnellate di CO₂ all’anno, è possibile costruire scenari alternativi di riduzione delle emissioni e valutarne gli effetti. Una diminuzione del 50% delle emissioni consentirebbe di evitare oltre 400.000 tonnellate di CO₂ all’anno; una progressiva transizione energetica potrebbe portare a riduzioni ancora maggiori. In questo caso i benefici non riguarderebbero soltanto il contributo locale alla mitigazione del cambiamento climatico, ma anche gli effetti indiretti sulla salute derivanti dalla riduzione dell’inquinamento atmosferico, delle ondate di calore, degli eventi estremi e di altri impatti sanitari associati alla crisi climatica.

Si tratta di domande alle quali oggi è possibile rispondere utilizzando modelli integrati ambiente-salute già ampiamente impiegati a livello internazionale. La loro applicazione alla Val d’Agri consentirebbe di spostare il baricentro della ricerca dalla sola documentazione dei danni già avvenuti alla valutazione preventiva dei benefici ottenibili.

A questa prospettiva dovrebbe affiancarsi anche un rafforzamento degli studi tossicologici. La valutazione degli effetti biologici associati alle miscele di contaminanti presenti nell’ambiente, l’individuazione di biomarcatori precoci di esposizione e di effetto e la comprensione dei meccanismi attraverso i quali gli inquinanti possono influenzare la salute rappresentano un complemento essenziale degli studi epidemiologici. L’integrazione tra monitoraggio ambientale, epidemiologia e tossicologia consentirebbe infatti di costruire un quadro più completo dei rischi e dei benefici associati ai diversi scenari di intervento.

Dopo oltre vent’anni di studi intervallati da lunghi silenzi, la questione centrale non è più quanto ancora resta da conoscere sugli effetti dell’inquinamento, ma come utilizzare le conoscenze disponibili per orientare decisioni capaci di ridurre le esposizioni e migliorare la salute delle comunità. 

La Val d’Agri potrebbe così diventare un laboratorio avanzato di epidemiologia di intervento. La domanda non sarebbe più soltanto quanti danni produca oggi un determinato modello produttivo, ma quanti casi di malattia, ricoveri e decessi potrebbero essere evitati attraverso una progressiva riduzione dell’inquinamento e delle emissioni climalteranti ottenibili con una transizione industriale. 

Gli studi di intervento, tuttavia, non dovrebbero limitarsi alla modellistica predittiva. Gli scenari di riduzione delle emissioni e degli impatti sanitari potrebbero essere accompagnati da indagini campionarie sul campo, ripetute nel tempo, per verificare se alle riduzioni attese dell’inquinamento corrispondano effettivi miglioramenti degli indicatori ambientali, biologici e sanitari della popolazione. In questa prospettiva la Val d’Agri potrebbe diventare anche un laboratorio di citizen science, nel quale cittadini, comitati, associazioni possano partecipare alla progettazione degli studi, alla raccolta e interpretazione dei dati e alla valutazione dei risultati. Si tratterebbe di un passaggio importante: dall’ascolto delle comunità alla loro effettiva co-produzione della conoscenza. Naturalmente un coinvolgimento attivo di questo tipo ha bisogno di risorse significative e di una visione di lungo periodo sulla transizione, condizioni ancora oggi da verificare o da creare.  

In questo modo la ricerca epidemiologica dispiegherebbe pienamente il proprio sguardo in avanti, contribuendo non solo a comprendere il passato, ma a costruire un futuro più sostenibile e più giusto per le generazioni presenti e future.