Una possibile pietra tombale sull’azione climatica
La caduta del Green Deal non sarebbe una semplice correzione di politica economica. Potrebbe diventare la pietra tombale sulla capacità dell’Europa di guidare l’azione climatica e indebolire il già fragile coordinamento mondiale. Il paradosso è che l’Europa rischia di pagare oggi il costo di essere tra i primi mentre chi continua a bruciare fossili può conservare per alcuni anni un vantaggio di prezzo. Una ritirata europea non cancellerebbe però quei costi: li sposterebbe nel tempo, renderebbe più brusca la trasformazione futura e lascerebbe il mondo più dipendente da combustibili volatili e da un clima progressivamente più instabile.
di Giovanni Ghirga (Comitato scientifico ISDE Italia)
L’articolo di Benoît Morenne e Matthew Dalton pubblicato su The Wall Street Journal e ripreso da Milano Finanza, descrive un mutamento politico ormai visibile. Europa, Regno Unito e Canada stanno rallentando o rivedendo alcune misure climatiche sotto la pressione del caro-energia, della debolezza industriale e del malcontento sociale. Bruxelles valuta aggiustamenti al mercato del carbonio e concede maggiore flessibilità all’industria automobilistica. Il Regno Unito riapre il confronto sulle produzioni petrolifere nel Mare del Nord mentre il Canada ridimensiona la tassazione del carbonio e sostiene nuove infrastrutture per petrolio e gas. Anche grandi compagnie europee come Shell, BP ed Equinor hanno ridotto alcuni obiettivi o investimenti nelle rinnovabili per tornare a concentrarsi sulle attività fossili più redditizie. Il messaggio dell’articolo è netto: quando la transizione incide su bollette, occupazione e competitività il consenso politico si restringe e gli obiettivi climatici vengono messi alla prova.1,2
Questa è una riflessione importante perché porta in primo piano un problema che una parte del dibattito verde ha spesso sottovalutato. La decarbonizzazione non avviene in un laboratorio privo di concorrenza internazionale. Si svolge in un mondo nel quale le imprese europee competono con produttori che possono disporre di carbone, petrolio o gas domestici a prezzi inferiori. Una politica climatica può essere corretta nelle finalità e tuttavia diventare economicamente e politicamente fragile se gli impegni assunti non vengono attuati in modo coordinato e sostanzialmente simultaneo dai diversi governi: chi agisce per primo sostiene subito i costi della transizione e rischia di pagarne il prezzo alle elezioni mentre chi rinvia può conservare temporaneamente un vantaggio economico e un maggiore consenso elettorale. Quest’ultimo rappresenta spesso un potente incentivo per ogni governo.
L’articolo di Morenne è Dalton tende però ad attribuire alle politiche verdi una parte eccessiva della crisi energetica europea. Il rapporto Draghi ha documentato che le imprese dell’Unione pagavano l’elettricità da due a tre volte e il gas da quattro a cinque volte più dei concorrenti statunitensi. Le cause principali indicate non sono dunque semplicemente l’eolico, il solare o il prezzo del carbonio. Pesano la scarsità di risorse fossili domestiche, la perdita del gas russo via tubo, il maggiore ricorso al GNL, la frammentazione del mercato, la fiscalità, l’insufficienza delle interconnessioni e il ritardo delle reti. La produzione dei comparti europei ad alta intensità energetica è diminuita di circa il 10-15% tra aprile 2021 e aprile 2024 ma sarebbe scorretto attribuire tutto il calo all’ETS o alle rinnovabili. Le guerre, una domanda debole, I tassi d’interesse, I prezzi del gas e la concorrenza internazionale hanno agito insieme.3
Nello stesso tempo sarebbe altrettanto scorretto sostenere che la transizione non abbia un costo. Secondo IRENA il 91% della nuova capacità rinnovabile utility-scale, entrata in servizio nel 2024, aveva un costo livellato inferiore a quello della più economica nuova alternativa fossile. Questo dato riguarda però la generazione e non l’intero sistema. Non include tutti gli investimenti necessari in rete, accumulo, riserva, bilanciamento, adeguatezza e gestione della domanda. ACER rileva che la crescita del solare riduce i prezzi nelle ore centrali ma aumenta il valore della flessibilità e che nel 2025 le oscillazioni giornaliere dei prezzi all’ingrosso erano circa cinque volte quelle del 2020. Una fonte può quindi essere economica mentre la trasformazione del sistema che deve renderla disponibile in ogni ora resta costosa. Il problema non è scegliere tra rinnovabili economiche e fossili affidabili ma é costruire abbastanza rapidamente l’infrastruttura che trasformi energia pulita a basso costo variabile in un servizio stabile e accessibile.4,5
Anche la parola costo richiede precisione. Un investimento in una rete o in un impianto crea capitale produttivo destinato a fornire servizi per decenni e non coincide interamente con una perdita economica. Il pagamento delle quote ETS acquistate all’asta genera invece entrate pubbliche che possono essere impiegate per innovazione o compensazioni. La chiusura prematura di un impianto rappresenta una perdita reale di capitale mentre l’inquinamento, la malattia e il danno climatico sono costi sociali spesso assenti dal prezzo dei fossili. Il Fondo monetario internazionale ha stimato per il 2024 circa 0,73 mila miliardi di dollari di sussidi fossili espliciti e 6,7 mila miliardi di sussidi impliciti. La seconda cifra non descrive denaro versato interamente dai governi alle compagnie. Comprende soprattutto danni ambientali e sanitari non incorporati nei prezzi oltre a carenze nella tassazione dei consumi. La domanda corretta non è dunque se la transizione abbia un costo: lo ha. La domanda è quale parte sia investimento, quale sia perdita reale, chi la sostenga e quale costo alternativo produrrebbe il rinvio.6,7
Qui emerge l’asimmetria decisiva. Un clima stabile è un bene pubblico globale. Quando un’acciaieria europea evita una tonnellata di anidride carbonica il costo dell’investimento ricade sull’impresa, sui finanziatori, sui consumatori o sul bilancio pubblico europeo mentre il beneficio climatico si distribuisce sull’intero pianeta e su molti decenni. Un concorrente che continua a utilizzare carbone o gas a basso costo può offrire oggi un prodotto meno caro trasferendo sugli altri una parte del danno futuro. Nel 2024 l’UE27 rappresentava il 5,95% delle emissioni mondiali di gas serra escluse quelle nette da uso del suolo. Cina, Stati Uniti, India e Russia insieme ne rappresentavano il 53,37%. L’Europa non può quindi stabilizzare da sola il clima e chi rinvia la trasformazione può ottenere un vantaggio privato e immediato mentre il danno resta collettivo e differito.8
Questo vantaggio relativo può tradursi in carbon leakage. Se la produzione europea ad alta intensità energetica si sposta verso paesi nei quali il carbonio costa meno oppure viene sostituita da importazioni più emissive, l’Unione riduce le proprie emissioni territoriali ma perde industria, investimenti e occupazione senza ottenere una riduzione equivalente delle emissioni mondiali. Gli studi sulle prime fasi dell’ETS non hanno rilevato riduzioni significative dell’attività economica né una rilocalizzazione apprezzabile delle emissioni. Un’analisi più recente della Banca centrale europea segnala tuttavia che aumenti del prezzo del carbonio possono deprimere temporaneamente gli investimenti interni e spostare flussi di investimento verso l’estero, pur con elevata incertezza. Ciò non invalida l’ETS ma mostra la necessità di accompagnarlo con una politica industriale e con strumenti contro la rilocalizzazione. Il CBAM cerca di allineare il costo del carbonio di alcune importazioni a quello dei produttori europei. Le analisi dell’OCSE indicano che può attenuare la rilocalizzazione nei settori coperti ma segnalano difficoltà per le imprese a valle. Questa è una misura necessaria ma non sufficiente.7,9,10
Occorre però evitare la semplificazione opposta. Stati Uniti, Cina e India non costituiscono un blocco esclusivamente fossile. Gli Stati Uniti erano nel 2024 il primo produttore mondiale di petrolio e gas ma nello stesso tempo hanno mantenuto una notevole capacità di investimento nelle tecnologie pulite. La Cina ha superato 625 miliardi di dollari di investimenti energetici puliti nel 2024 e ha raggiunto in anticipo il proprio obiettivo 2030 per la capacità eolica e solare pur continuando a utilizzare grandi quantità di carbone. In India l’83% degli investimenti nel settore elettrico del 2024 è stato destinato a energia pulita mentre la domanda e l’uso del carbone continuavano a crescere. La Russia resta soprattutto un grande produttore ed esportatore di combustibili fossili. Il punto non è che questi paesi siano immuni dalla transizione ma é che possono combinare fossili e tecnologie pulite con tempi, risorse e vincoli diversi da quelli europei.11,12
Questa doppia corsa spiega il paradosso mondiale. Nel 2026 gli investimenti energetici globali sono stimati in circa 3,4 mila miliardi di dollari. Circa 2,2 mila miliardi vanno alle tecnologie pulite e 1,2 mila miliardi ai fossili. Eppure le stime preliminari indicano che nel 2025 le emissioni fossili di anidride carbonica hanno raggiunto il valore record di circa 38,1 miliardi di tonnellate. Le rinnovabili crescono rapidamente ma troppo spesso si aggiungono ai fossili anziché sostituirli. Per il clima conta la riduzione netta delle emissioni e non soltanto il numero di pannelli o turbine installati. Finché carbone, petrolio e gas continuano a crescere in valore assoluto l’aumento delle fonti pulite non basta a fermare l’accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera.13,14
In questo senso la caduta del Green Deal potrebbe assumere il significato di una pietra tombale su un’azione efficace contro i cambiamenti climatici. L’espressione non va intesa letteralmente come fine di ogni investimento pulito nel mondo. La trasformazione tecnologica continuerebbe perché molte rinnovabili sono competitive e perché sicurezza energetica, qualità dell’aria e politica industriale spingono nella stessa direzione. Verrebbe però meno il più importante tentativo compiuto finora da un grande mercato avanzato di rendere coerenti obiettivi climatici, regole economiche, prezzo del carbonio e standard di prodotto. Una ritirata europea offrirebbe ad ogni governo esitante un argomento potente: se anche il continente più ricco, più regolato e storicamente più ambizioso rinuncia perché teme i costi allora nessuno può essere obbligato ad anticipare la trasformazione. Il rischio maggiore sarebbe l’effetto domino sulla fiducia, sugli investimenti di lungo periodo e sulla cooperazione internazionale.15,16
Il peso diretto delle emissioni europee è oggi limitato ma il peso regolatorio e commerciale dell’Unione è molto maggiore della sua quota emissiva. Standard tecnici, tassonomia, ETS, CBAM, domanda pubblica e dimensione del mercato europeo influenzano scelte produttive anche fuori dai suoi confini. Se questi strumenti venissero svuotati senza essere sostituiti da un accordo internazionale più efficace il segnale non sarebbe soltanto economico. Sarebbe la dimostrazione che il costo politico del breve periodo prevale sul rischio collettivo del lungo periodo. La riduzione netta del 90% entro il 2040 resta oggi un obiettivo giuridicamente vincolante dell’Unione con almeno l’85% da realizzare internamente. La sua credibilità dipende però dall’esistenza di strumenti industriali capaci di trasformare un obiettivo legale in capacità produttiva reale.15,16
Il vantaggio di chi rinvia non è comunque gratuito. Può beneficiare di energia domestica relativamente economica e rimandare alcuni costi normativi ma sostiene danni da inquinamento, inefficienze, esposizione alla volatilità delle materie prime, rischi geopolitici e futuri costi di sostituzione. In Europa gli eventi meteorologici e climatici estremi hanno prodotto perdite economiche stimate in 822 miliardi di euro tra il 1980 e il 2024 ai prezzi del 2024. Oltre 208 miliardi si sono concentrati nel quadriennio 2021-2024. Questi dati non misurano tutto il danno climatico e non attribuiscono ogni singolo evento al riscaldamento antropico ma mostrano che il costo dell’inazione non appartiene a un futuro remoto.17
Anche il rinvio può rendere più onerosa la transizione successiva. In un esercizio di scenario il Network for Greening the Financial System ha stimato che un ritardo di tre anni potrebbe far salire il costo della transizione nel 2030 dallo 0,5% all’1,3% del PIL mondiale. Non è una previsione puntuale e non va presentata come tale. Illustra un principio economico robusto: quando gli investimenti vengono rinviati aumenta il rischio di dover comprimere le emissioni e sostituire capitale in un tempo molto più breve. Il risparmio immediato può quindi essere acquistato al prezzo di una correzione futura più violenta.18
Nello scenario Net Zero 2050 dell’Agenzia internazionale dell’energia gli investimenti energetici salgono a circa 4,8 mila miliardi di dollari l’anno nel prossimo decennio. L’esborso iniziale è elevato ma l’efficienza e i minori acquisti di combustibili mantengono il costo dei servizi energetici per le famiglie su livelli comparabili fino al 2035 e inferiori successivamente. Per i paesi importatori la spesa per l’acquisto di combustibili dall’estero si riduce di circa due terzi. Anche questo è uno scenario normativo e non una previsione. Mostra però perché investimento iniziale e costo totale di lungo periodo non siano sinonimi. Una centrale, una rete o un edificio efficiente richiedono capitale oggi ma possono ridurre per decenni la dipendenza da combustibili il cui prezzo resta esposto a guerre, cartelli e crisi di offerta.19
La risposta non può essere difendere ogni dettaglio del Green Deal originario come se nulla fosse accaduto. Un programma incapace di conservare industria, occupazione e consenso sociale finirebbe per distruggere le condizioni politiche della propria sopravvivenza. Occorre trasformarlo da insieme di obiettivi climatici in una politica unica dell’energia, dell’industria, del commercio e della protezione sociale. Le reti, le interconnessioni, gli accumuli e la gestione della domanda devono precedere o accompagnare la chiusura della capacità fossile. Contratti di lungo periodo e strumenti di copertura devono trasferire alle famiglie e alle imprese il basso costo della generazione rinnovabile senza lasciarle esposte alla volatilità del gas. Le entrate ETS e gli aiuti pubblici devono finanziare elettrificazione, efficienza e processi puliti nei settori più esposti in cambio di investimenti verificabili.5,20
Il CBAM deve essere corretto dove penalizza le industrie a valle o non protegge le esportazioni. La misurazione non può fermarsi alle emissioni territoriali ma deve comprendere quelle incorporate nei consumi e nelle importazioni. Una politica che chiude un impianto europeo e aumenta l’acquisto di un bene più emissivo prodotto altrove non ha raggiunto in realtà il proprio scopo. Nello stesso tempo la protezione non può diventare un sussidio indefinito a tecnologie obsolete. Deve essere condizionata alla trasformazione. Accordi settoriali su acciaio, cemento, fertilizzanti e metano e standard comuni di misurazione possono ridurre il vantaggio di chi non contabilizza il carbonio. Senza regole più globali l’Europa resterà esposta alla concorrenza di chi beneficia del mercato mondiale senza sostenere la stessa quota del costo climatico.9,10,16,20
L’Europa può dunque fallire in due modi opposti. Può decarbonizzare senza politica industriale e perdere produzione oppure può difendere l’industria rinviando la trasformazione e restare dipendente da combustibili importati e prezzi instabili. Nel primo caso riduce le emissioni sulla carta ma rischia di trasferirle altrove. Nel secondo conserva per qualche anno attività e consenso ma aumenta il capitale che dovrà essere riconvertito e lascia crescere i danni dell’inazione. La via razionale è rendere inseparabili clima, energia, industria, commercio e protezione sociale. Il problema non è rallentare o accelerare in astratto ma costruire le alternative prima di distruggere ciò che devono sostituire e distribuire il costo in modo che nessun settore o gruppo sociale venga lasciato solo.
Le rinnovabili e l’efficienza sono fondamentali per il mondo non perché siano prive di costi ma perché nessuna economia può restare prospera in un clima progressivamente più instabile. Il vantaggio fossile di Stati Uniti, Russia, Cina o India può essere reale nel breve periodo ma è relativo e temporaneo. La leadership europea avrà senso soltanto se saprà trasformare il costo di essere tra i primi in energia più sicura, minori importazioni, industria innovativa e regole capaci di indurre anche i grandi emettitori a muoversi. Se il Green Deal venisse semplicemente demolito senza costruire questa versione più realistica e globale la pietra tombale non cadrebbe soltanto su una politica europea. Cadrebbe sulla possibilità di dimostrare che la transizione climatica può essere insieme necessaria, economicamente sostenibile e politicamente durevole.
In un momento politico nel quale l’attenzione per il clima è subordinata al consenso elettorale immediato e alle guerre in corso, il cambiamento climatico non attende. Le analisi di attribuzione indicano che il riscaldamento antropico ha reso molto più probabile e intensa l’ondata di calore che ha colpito l’Europa occidentale nel giugno 2026. Copernicus ha registrato per la regione il più caldo periodo giugno-luglio dal 1979 e condizioni di calore e siccità favorevoli a incendi eccezionali. La crisi continua quindi ad avanzare mentre la risposta politica rimane gravemente insufficiente.21,22
Riferimenti essenziali
- Morenne B, Dalton M. Europe Chastised Trump’s Climate Rollback. Now It’s Delaying Its Own Green Goals. The Wall Street Journal. 24 agosto 2026.
- Morenne B, Dalton M. Addio Green Deal? L’Europa fa marcia indietro sotto il peso del caro-energia e crisi industriale. Milano Finanza, da The Wall Street Journal. 24 agosto 2026.
- Draghi M. The Future of European Competitiveness. Part A: A Competitiveness Strategy for Europe. Commissione europea; settembre 2024.
- International Renewable Energy Agency. Renewable Power Generation Costs in 2024. Abu Dhabi: IRENA; 2025. ISBN 978-92-9260-669-5.
- European Union Agency for the Cooperation of Energy Regulators. Key Developments in European Electricity and Gas Markets: 2026 Monitoring Report. ACER; 2026.
- International Monetary Fund. Climate Change: Fossil Fuel Subsidies. Dati 2024; aggiornato 22 aprile 2026.
- Anaya Longaric P, Di Nino V, Kostakis V. The Effects of the Emissions Trading System on European Investment in the Short Run. ECB Economic Bulletin. Issue 8/2024.
- European Commission, Joint Research Centre. GHG Emissions of All World Countries: 2025 Report. EDGAR; settembre 2025.
- OECD. What to Expect from the EU Carbon Border Adjustment Mechanism? OECD Policy Briefs. 2025;(15). doi:10.1787/719d2ff9-en.
- European Commission. CBAM Definitive Regime. Regime applicabile dal 1° gennaio 2026.
- International Energy Agency. World Energy Investment 2025: China, United States e India. Parigi: IEA; 2025.
- U.S. Energy Information Administration. Russia: Country Analysis Brief. 24 luglio 2025.
- International Energy Agency. World Energy Investment 2026. Parigi: IEA; 2026.
- Friedlingstein P, O’Sullivan M, Jones MW, et al. Global Carbon Budget 2025. Earth Syst Sci Data. 2026;18:3211-3288. doi:10.5194/essd-18-3211-2026.
- European Commission. 2040 Climate Target. Aggiornato 7 aprile 2026.
- WTO, IMF, OECD, UNCTAD, World Bank. Working Together for Better Climate Action: Carbon Pricing, Policy Spillovers, and Global Climate Goals. 2024.
- European Environment Agency. Economic Losses from Weather- and Climate-Related Extremes in Europe. Dati 1980-2024 espressi ai prezzi del 2024.
- Network for Greening the Financial System. Declaration on the Economic Cost of Climate Inaction. 5 novembre 2025.
- International Energy Agency. World Energy Outlook 2025: Net Zero Emissions by 2050. Parigi: IEA; 2025.
- European Commission. Clean Industrial Deal e Action Plan for Affordable Energy. 26 febbraio 2025.
- Keeping T, Barnes C, Clarke B, Bergin C, Pinto I, et al. Fossil Fuel Emissions Have Rapidly Worsened European Heatwaves in Just a Few Decades. World Weather Attribution; 26 giugno 2026. doi:10.25560/130926.
- Copernicus Climate Change Service. Highest July Global Ocean Surface Temperatures as Exceptionally Hot, Dry Conditions Fuel Wildfires in Europe. 10 agosto 2026.
Abbreviazioni
| Abbreviazione | Definizione |
| UE | Unione europea |
| UE27 | I 27 Stati membri dell’Unione europea |
| GNL | Gas naturale liquefatto |
| ETS | Sistema dell’Unione europea per lo scambio delle quote di emissione |
| IRENA | Agenzia internazionale per le energie rinnovabili |
| ACER | Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell’energia |
| CBAM | Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere |
| PIL | Prodotto interno lordo |
| OCSE | Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico |
| IEA | Agenzia internazionale dell’energia |
| NGFS | Rete delle banche centrali e delle autorità di vigilanza per rendere più verde il sistema finanziario |
