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Il recepimento della nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria entra nella fase parlamentare. Il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo di attuazione della direttiva (UE) 2024/2881, successivamente trasmesso alle Camere come Atto del Governo n. 435.

Il provvedimento non è ancora definitivo: dopo l’esame e i pareri delle Commissioni parlamentari competenti, il testo tornerà al Governo per l’approvazione definitiva. Il recepimento della direttiva europea deve essere completato entro l’11 dicembre 2026

Dal 2030 limiti più severi per PM2,5, PM10 e NO₂

Lo schema è destinato a sostituire il D.Lgs. 155/2010 e introduce valori limite sensibilmente più stringenti dal 1° gennaio 2030.

Il valore medio annuale del PM2,5 passerà da 25 a 10 µg/m³, quello del PM10 da 40 a 20 µg/m³ e quello del biossido di azoto (NO₂) da 40 a 20 µg/m³.

Vengono rafforzati anche i limiti di breve periodo: per il PM2,5 viene introdotto un valore giornaliero di 25 µg/m³, mentre per il NO₂ compare un limite giornaliero di 50 µg/m³. Per il PM10 il valore giornaliero scende a 45 µg/m³. In tutti e tre i casi sono previsti al massimo 18 superamenti annuali. 

I nuovi standard rappresentano un significativo avvicinamento alle indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, pur senza coincidere ancora completamente con i valori delle Linee guida OMS del 2021.

Non solo limiti: ridurre l’esposizione della popolazione

Dal punto di vista sanitario una delle innovazioni più importanti riguarda la riduzione dell’esposizione media a PM2,5 e NO₂.

Lo schema introduce un Indicatore di esposizione media basato sulle concentrazioni rilevate nei siti di fondo urbano. In presenza dei livelli più elevati è prevista una riduzione dell’esposizione di almeno il 25% rispetto a dieci anni prima. Gli obiettivi verso cui tendere sono fissati a 5 µg/m³ per il PM2,5 e 10 µg/m³ per il NO₂

Si rafforza così un principio importante per la prevenzione: rispettare un valore limite non significa assenza di rischio, e la tutela della salute richiede di ridurre progressivamente l’esposizione dell’intera popolazione.

Il percorso verso il 2030 deve iniziare subito

I nuovi limiti entreranno in vigore nel 2030, ma lo schema impone di prepararsi in anticipo.

Se tra il 2026 e il 2029 in una zona vengono registrate concentrazioni superiori ai valori destinati a diventare obbligatori nel 2030, Regioni e Province autonome devono predisporre specifiche “tabelle di marcia per la qualità dell’aria”, indicando le misure necessarie per raggiungere i nuovi standard. 

Anche per l’ozono vengono rafforzati gli obblighi di pianificazione. Dal 2030 il valore obiettivo di 120 µg/m³, calcolato come massima media giornaliera su otto ore, potrà essere superato non più di 18 volte l’anno come media su tre anni. Sono inoltre previste forme di coordinamento tra Regioni per intervenire sulle emissioni dei precursori dell’ozono. 

UltrafinI e black carbon entrano nel monitoraggio

Lo schema amplia anche ciò che viene osservato.

Le particelle ultrafini (UFP) e il black carbon, pur non avendo ancora specifici valori limite, entrano nel sistema nazionale di monitoraggio. Particolare attenzione è prevista nelle aree interessate da traffico, attività industriali, porti, aeroporti e riscaldamento domestico. 

Viene inoltre rafforzato il ricorso alla modellistica per integrare le centraline, ricostruire la distribuzione degli inquinanti sul territorio e individuare eventuali aree critiche non direttamente coperte dalle stazioni di misura. 

Informazione ai cittadini anche sui rischi per la salute

Un altro elemento rilevante riguarda la comunicazione.

Le Regioni dovranno fornire aggiornamenti orari per NO₂, PM10, PM2,5, ozono e SO₂ attraverso un indice della qualità dell’aria coerente con quello europeo. 

Le informazioni dovranno comprendere anche i possibili effetti sulla salute, i sintomi e le precauzioni da adottare, con particolare attenzione ai gruppi più vulnerabili e sensibili. 

È un passaggio importante: comunicare la qualità dell’aria significa sempre più mettere i cittadini nelle condizioni di comprendere quali rischi comporta l’esposizione e come ridurla.

Novità anche per l’aria indoor

Lo schema italiano introduce inoltre una disciplina specifica per la qualità dell’aria negli ambienti chiusi, destinata ad applicarsi dal 2028 a scuole, strutture sanitarie e uffici.

Sono previsti valori di riferimento per diversi inquinanti, fra cui PM2,5, PM10, NO₂, formaldeide e CO₂, e specifiche procedure di valutazione e monitoraggio. 

Per le scuole, ad esempio, sono previste campagne di misura nella stagione fredda e in quella calda e interventi correttivi quando vengono riscontrate criticità. 

Il nodo delle risorse

L’ambizione del nuovo sistema pone però anche una questione concreta. Regioni, ARPA, strutture sanitarie, scuole e amministrazioni saranno chiamate a svolgere attività più complesse, ma lo schema contiene una clausola di invarianza finanziaria, prevedendo che gli adempimenti siano realizzati con le risorse già disponibili. 

Sarà quindi importante seguire l’esame parlamentare anche per verificare se verranno apportate modifiche su questo punto.

Nel complesso, lo schema segna comunque un significativo avanzamento dell’approccio ambiente e salute: non soltanto nuovi limiti da rispettare nel 2030, ma riduzione dell’esposizione della popolazione, maggiore conoscenza degli inquinanti emergenti e informazioni sanitarie più tempestive.

Il messaggio di fondo è che il 2030 non può essere il momento in cui iniziare ad agire: la prevenzione degli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute richiede interventi che devono cominciare già oggi.

I dati di “Cambiamo Aria”: il problema è già visibile nelle città

La necessità di guardare fin da oggi ai valori che diventeranno vincolanti nel 2030 emerge anche dai risultati di Cambiamo Aria, il progetto promosso da ISDE Italia e Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities Campaign che monitora dall’inizio del 2025 l’andamento dei principali inquinanti atmosferici nelle città italiane mettendo in relazione qualità dell’aria, mobilità e salute.

I dati raccolti nel 2025 e nel 2026 mostrano infatti come, accanto alle criticità più note per PM10 e PM2,5 nei mesi invernali, durante l’estate assuma particolare rilievo l’ozono, mentre nelle città portuali permangono situazioni significative per il biossido di azoto (NO₂).

È proprio la nuova prospettiva normativa a rendere questi dati ancora più importanti. Una concentrazione media annuale di NO₂ oggi inferiore al limite vigente di 40 µg/m³ non può più essere considerata semplicemente una situazione “a norma”: dal 2030 il limite scenderà a 20 µg/m³. Lo stesso cambio di prospettiva riguarda PM10 e PM2,5. 

Lo schema di decreto rende inoltre il periodo 2026-2029 decisivo: quando i livelli rilevati risultano superiori ai valori destinati a diventare obbligatori nel 2030, Regioni e Province autonome sono chiamate, salvo le eccezioni previste, a predisporre specifiche tabelle di marcia per la qualità dell’aria

In questo senso, il monitoraggio di Cambiamo Aria può contribuire anche a spostare il dibattito pubblico dalla domanda “la città rispetta oggi i limiti di legge?” a una domanda più utile per la prevenzione: “quanto è distante dai livelli che dovranno essere raggiunti nel 2030 e, soprattutto, quale percorso sta mettendo in campo per ridurre l’esposizione della popolazione?”

Nel complesso, lo schema segna un significativo avanzamento dell’approccio ambiente e salute. I risultati di Cambiamo Aria mostrano quanto sia importante non attendere il 2030: i dati che stiamo raccogliendo oggi permettono già di individuare le città e i territori più lontani dai futuri standard e nei quali è necessario accelerare le politiche di riduzione delle emissioni e dell’esposizione della popolazione.