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Nel suo intervento alla sede dell’ONU a New York, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affermato che “Israele ha superato il limite a Gaza”. Una frase che lascia spazio a molteplici interpretazioni: si può intendere come il superamento di una soglia giuridica, definita da convenzioni e risoluzioni internazionali, oppure come oltrepassamento di un limite morale e politico, legato a ciò che le coscienze collettive ritengono accettabile.

Sul piano del diritto internazionale, i “limiti” sono chiari e documentati: Israele ha disatteso decine di risoluzioni ONU, dalla n. 194 del 1947 (sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi), alla n. 106 del 1955 (condanna per l’attacco a Gaza), fino a quelle più recenti, comprese le risoluzioni del 2004 (sulla costruzione del muro nei territori occupati) e del 2023 (violazioni dei diritti delle donne). Un lungo elenco di richiami rimasti senza conseguenze concrete, che ha reso inefficace la funzione di garanzia delle Nazioni Unite e ha alimentato un senso diffuso di impotenza e ipocrisia internazionale.

Se invece il riferimento fosse a un “limite morale”, la questione appare ancora più grave. Perché dire che Israele ha superato il limite “adesso” e non prima? Quali elementi avrebbero reso improvvisamente inaccettabile ciò che per anni è stato tollerato?

I numeri, purtroppo, non lasciano spazio a dubbi. Un’analisi pubblicata da The Lancet a gennaio 2025 stimava tra 55.000 e 78.000 le vittime a Gaza, cifra superiore di oltre il 40% a quella riportata dal ministero della Sanità locale. Oggi i dati ufficiali sono ancora più alti, e la tragedia riguarda soprattutto donne e bambini. A questo va aggiunto il collasso delle condizioni di vita: scarsità di acqua, cibo, cure mediche e abitazioni, con un crollo dell’aspettativa di vita da 70 a 40 anni. Una catastrofe umanitaria senza precedenti in tempi recenti.

Le proporzioni delle perdite sono impressionanti: circa il 5% della popolazione di Gaza, una quota 15 volte superiore alle perdite civili italiane durante la Seconda guerra mondiale, e nettamente superiore a quelle subite da Gran Bretagna, Francia e Germania nello stesso periodo. Solo in alcuni Paesi devastati dal nazifascismo, come Polonia, Lituania, Grecia e URSS, il tributo di sangue fu paragonabile.

In questa prospettiva appare evidente che qualsiasi limite è già stato superato da tempo: giuridico, politico, umanitario. Eppure la comunità internazionale continua a muoversi tra esitazioni, ambiguità e complicità.

La riflessione non può che ricadere sulla nostra coscienza civile e sulla responsabilità di non restare indifferenti. Come ricordava Karl Popper, “la tolleranza, al pari della libertà, non può essere illimitata, altrimenti si autodistrugge”. Se vale per la politica e per le democrazie, tanto più dovrebbe valere per la difesa della dignità umana. Non si tratta più di chiedersi se Israele abbia superato il limite a Gaza: si tratta di riconoscere che quel limite, nel silenzio o nell’inerzia di molti, è stato già infranto da tempo, e che ogni giorno perso nel condannare e fermare questa spirale di violenza equivale ad aggiungere un’altra ferita alla giustizia e alla coscienza dell’umanità.

📝 Fonte: Libertà e Giustizia, “Quale limite a Gaza?”, di Fabrizio Bianchi, settembre 2025