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Quasi duecento cittadini del sud di Lione hanno deciso di portare in tribunale due giganti dell’industria chimica, accusandoli di aver contaminato il territorio con le sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS), i cosiddetti “inquinanti eterni”. L’azione giudiziaria, definita dagli organizzatori come «uno dei più grandi processi civili d’Europa», chiede oltre 36 milioni di euro di risarcimenti per i danni sanitari, ambientali ed economici subiti.

La notizia è stata resa pubblica il 3 febbraio 2026 in un’inchiesta firmata dal giornalista Hugo Coignard per la testata francese Vert.

L’azione legale contro Arkema e Daikin

Sono 192 le persone residenti nei comuni a sud di Lione che hanno citato in giudizio Arkema e Daikin, accusate di aver rilasciato, negli anni, da pochi chilogrammi a diverse tonnellate di PFAS nell’ambiente, in particolare nell’area della piattaforma chimica di Oullins–Pierre-Bénite, lungo il Rodano.

Secondo i ricorrenti, l’inquinamento avrebbe compromesso l’acqua potabile, i suoli e la catena alimentare. I PFAS sono sostanze estremamente persistenti, capaci di accumularsi nell’organismo umano e associate, secondo un’ampia letteratura scientifica, a tumori, disturbi ormonali, problemi immunitari e riproduttivi.

“Quattro lettere che hanno sconvolto le nostre vite”

«Quattro lettere che hanno sconvolto le nostre vite per decenni», denuncia Claudie Grizard, membro del collettivo PFAS contre terre. A supporto dell’azione legale c’è l’associazione di giuristi Notre Affaire à tous, impegnata in Francia in cause strategiche contro i responsabili dell’inquinamento ambientale.

Le testimonianze raccolte raccontano un impatto diretto sulla vita quotidiana: uova di galline domestiche risultate con concentrazioni di PFAS tre volte superiori ai limiti, orti contaminati, spese per sistemi di filtrazione dell’acqua, ma anche ansia e paura per la salute propria e dei familiari. Alcune delle patologie citate dai residenti – tra cui il tumore al seno – figurano tra quelle potenzialmente associate all’esposizione prolungata a queste sostanze.

Colpire i responsabili sul piano economico

I 36 milioni di euro richiesti non rappresentano solo un risarcimento per i danni subiti, ma anche uno strumento di pressione. «Bisogna colpire gli industriali nel portafoglio», spiegano alcune delle persone coinvolte, con l’obiettivo di costringerli a ridurre drasticamente le emissioni di PFAS e a farsi carico dei costi della contaminazione.

Un precedente esiste già: negli Stati Uniti Arkema ha accettato di versare 100 milioni di euro allo Stato del New Jersey per interventi di bonifica ambientale legati ai PFAS. Un precedente che alimenta le speranze dei cittadini francesi.

Un’azione collettiva complessa, ma aperta

Il procedimento civile, istruito dal tribunale giudiziario di Lione, è il risultato di oltre un anno di lavoro del team legale Kaizen Avocat. Il numero dei ricorrenti è inferiore alle attese iniziali – si puntava a oltre 500 adesioni – anche a causa delle difficoltà legate alle coperture assicurative e ai costi legali.

Secondo gli avvocati, molte persone non hanno ancora trovato il coraggio di esporsi, soprattutto in assenza di sintomi clinici evidenti. Ma, sottolineano, vivere in un’area contaminata è di per sé un danno e legittima l’azione giudiziaria. Nuovi ricorrenti potranno unirsi alla causa fino al 1° marzo.

Un caso emblematico anche per l’Europa

Il processo che si aprirà nei prossimi mesi potrebbe rappresentare un precedente chiave in Europa, in un contesto in cui i costi sociali e sanitari dell’inquinamento da PFAS sono stimati, secondo diverse analisi, in centinaia di miliardi di euro entro il 2050.

Per i residenti del sud di Lione, l’azione collettiva è soprattutto un modo per rompere il silenzio: «È il modo per non tacere più la nostra preoccupazione e le nostre angosce di fronte a un inquinamento invisibile», afferma Claudie Grizard. Un messaggio che risuona ben oltre i confini francesi e che interpella direttamente anche il dibattito italiano ed europeo su PFAS, responsabilità industriali e diritto alla salute.