Il nuovo Report PFAS 2026 della Regione Veneto descrive un quadro in apparente miglioramento: diminuiscono le concentrazioni rilevate in diversi alimenti di origine animale, la maggior parte dei campioni rispetta i limiti di legge e i superamenti vengono definiti “puntiformi”.
Una lettura che potrebbe far pensare a un problema ormai sotto controllo. Ma è davvero così?
L’analisi della pediatra Vitalia Murgia (ISDE Italia) e co-autrice con Vincenzo Cordiano del volume PFAS, una contaminazione persistente, pervasiva e pericolosa, arriva a pochi giorni dall’approfondimento pubblicato da ISDEnews sul ritardo con cui sono stati introdotti i limiti europei per i PFAS negli alimenti e dalla recente presa di posizione della Rete ZeroPFAS Italia, che chiede una drastica riduzione dell’esposizione della popolazione a queste sostanze persistenti. In quell’occasione ISDE aveva evidenziato come, nonostante l’entrata in vigore dei nuovi limiti europei, restino ancora prive di specifici valori normativi importanti matrici alimentari, tra cui vino, pesce e vegetali.
“Il rispetto dei limiti non basta”
Secondo Murgia, il principale limite dell’interpretazione del report è quello di considerare rassicurante il fatto che la maggior parte dei campioni rientri nei valori consentiti.
“Presentare il quadro esclusivamente come una situazione in miglioramento perché la maggior parte dei campioni rientra nei limiti di legge rischia di trasmettere un messaggio fuorviante. Nel caso dei PFAS il semplice rispetto dei limiti normativi non equivale automaticamente all’assenza di rischio sanitario”, osserva la pediatra Vitalia Murgia, ISDE Italia.
La pediatra ricorda che i PFAS sono sostanze estremamente persistenti, bioaccumulabili e associate a effetti cronici che possono manifestarsi dopo anni di esposizione.
“I PFAS non possono essere valutati con la logica tradizionale secondo cui è la dose che fa il veleno. L’esposizione deriva dalla somma quotidiana di molteplici fonti alimentari e ambientali e il loro accumulo nell’organismo rappresenta il vero elemento di preoccupazione sanitaria”, sottolinea la pediatra di ISDE Italia.
I bambini sono i più vulnerabili
Murgia richiama inoltre l’attenzione sulla popolazione pediatrica, che rappresenta la fascia più esposta.
“I bambini rappresentano la popolazione più vulnerabile: assumono più alimenti e più acqua in rapporto al peso corporeo e possono nascere già esposti ai PFAS trasferiti dalla madre durante gravidanza e allattamento. Ogni ulteriore introduzione attraverso la dieta aumenta il rischio di possibili effetti futuri sulla salute”, evidenzia la pediatra.
L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha progressivamente ridotto i livelli considerati tollerabili fino a fissare nel 2020 una dose settimanale di appena 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo per la somma di quattro PFAS (PFOS, PFOA, PFNA e PFHxS).
L’esempio che fa riflettere
Per rendere più comprensibile il significato di questi valori, Murgia propone una simulazione riferita all’alimentazione di un bambino di uno-due anni.
“Anche consumando quantità modeste di latte, carne bovina e uova, un bambino può già raggiungere o superare la dose settimanale tollerabile indicata dall’EFSA. E questo senza considerare acqua potabile, pesce, vegetali e tutte le altre fonti di esposizione che si sommano nel tempo”, afferma Murgia.
L’esempio dimostra come il rischio non dipenda necessariamente da un singolo alimento che supera i limiti di legge, ma dall’effetto cumulativo di numerose esposizioni quotidiane, ciascuna magari conforme ai valori normativi vigenti.
Più trasparenza sui dati
Un altro punto sul quale insiste la pediatra di ISDE riguarda la trasparenza delle informazioni rese disponibili.
Il report regionale comunica soprattutto il numero di campioni conformi o non conformi ai limiti e alcuni valori medi, ma non rende disponibili la distribuzione completa dei risultati, le mediane, i percentili e tutti i dati analitici delle diverse matrici alimentari.
“Per valutare realmente il rischio non basta sapere se un alimento supera o meno il limite di legge. Servono dati completi sulla distribuzione delle concentrazioni e una stima dell’esposizione complessiva della popolazione. Anche valori formalmente ‘nei limiti’ possono contribuire in modo significativo al carico totale di PFAS”, conclude la pediatra Vitalia Murgia.
Dalla conformità normativa alla prevenzione
Le considerazioni della pediatra di ISDE si inseriscono nel dibattito aperto anche dalla Rete ZeroPFAS Italia, secondo cui la tutela della salute richiede un cambio di paradigma: non limitarsi a verificare il rispetto dei limiti di legge, ma perseguire una riduzione progressiva dell’esposizione complessiva della popolazione ai PFAS.
Per contaminanti persistenti e bioaccumulabili come i PFAS, infatti, la conformità normativa rappresenta un requisito necessario ma non sufficiente. L’obiettivo della sanità pubblica deve essere quello di ridurre le fonti di contaminazione, garantire la massima trasparenza dei dati e aggiornare continuamente le valutazioni del rischio sulla base delle più recenti evidenze scientifiche.
Perché il problema non è rappresentato soltanto dai pochi campioni che superano i limiti, ma dall’accumulo quotidiano di piccole quantità provenienti da alimenti diversi, acqua e ambiente, che possono accompagnare una persona per tutta la vita.
