La vicenda Miteni continua a sollevare interrogativi non solo ambientali e sanitari, ma anche giuridici ed etici. Nella terza puntata dell’inchiesta pubblicata da White Collar Crimes, viene proposta una lettura particolarmente forte: definisce i lavoratori esposti ai PFAS come “cavie umane”, sostenendo che siano stati coinvolti, senza consenso e senza adeguata informazione, in un vero e proprio esperimento su larga scala.
Secondo l’autore, la definizione di “cavie” si fonda su tre elementi: l’impossibilità di scegliere l’esposizione, la mancanza di informazioni sui rischi e il fatto che altri abbiano deciso, per finalità produttive, di esporre lavoratori e popolazione a sostanze delle quali non erano conosciuti gli effetti a lungo termine. La ricostruzione richiama principi fondamentali del consenso informato, dal caso Cardozo del 1914 al Codice di Norimberga del 1947, sostenendo che tali principi sarebbero stati sostanzialmente violati.
L’inchiesta distingue con chiarezza tra fatti documentati e interpretazioni dell’autore. Tra i dati richiamati figurano la produzione di PFOA nello stabilimento Miteni di Trissino, il successivo utilizzo del C6O4, i rapporti industriali con Solvay e le risultanze emerse nel processo conclusosi con la sentenza della Corte d’Assise di Vicenza. La qualificazione dell’intera vicenda come “esperimento sull’uomo” viene invece presentata esplicitamente come una tesi interpretativa dell’autore.
Particolare attenzione viene dedicata ai lavoratori, ritenuti il gruppo maggiormente esposto. L’autore sostiene che la sorveglianza sanitaria avrebbe dovuto essere utilizzata per comprendere tempestivamente gli effetti delle nuove sostanze e che le conoscenze acquisite avrebbero dovuto essere condivise con le autorità competenti. Da qui la proposta di realizzare un unico studio epidemiologico multicentrico che unisca le coorti dei lavoratori e delle popolazioni esposte in Veneto e Piemonte, così da valutare in modo più efficace gli effetti sanitari dell’esposizione ai PFAS.
Un altro passaggio rilevante riguarda il danno biologico. L’inchiesta richiama una sentenza della Corte Suprema svedese del 2023, secondo cui la sola presenza di elevate concentrazioni di PFAS nel sangue può costituire una lesione della persona, indipendentemente dalla comparsa di una malattia conclamata. Da questa impostazione deriva la proposta di rafforzare gli strumenti di tutela penale e civile nei confronti delle vittime della contaminazione.
Per ISDE, che da anni richiama l’attenzione sugli effetti sanitari dei PFAS e sulla necessità di applicare con rigore il principio di precauzione, il documento rappresenta un ulteriore contributo al dibattito pubblico sul rapporto tra attività industriali, salute dei lavoratori, tutela delle comunità e responsabilità delle imprese. La richiesta di rafforzare biomonitoraggio, sorveglianza epidemiologica e prevenzione appare infatti coerente con la necessità di garantire una protezione sempre più efficace della salute pubblica nelle aree interessate dalla contaminazione.
