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Un’inchiesta di ProPublica ricostruisce come l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente degli Stati Uniti (Environmental Protection Agency, EPA) stia mettendo in discussione la propria autorità di aggiornare le norme sugli inquinanti atmosferici pericolosi alla luce di nuove evidenze scientifiche. Al centro della vicenda c’è l’ossido di etilene, un gas incolore usato soprattutto per la sterilizzazione di dispositivi medici e in alcuni processi industriali, che fino a pochi anni fa riceveva scarsa attenzione pubblica.

La svolta arriva nel 2016, quando uno studio dell’EPA conclude che l’ossido di etilene è circa trenta volte più cancerogeno di quanto stimato in precedenza. Alla luce di queste nuove conoscenze, l’agenzia avvia una revisione delle regole e, nel 2024, approva standard più stringenti per impianti chimici e sterilizzatori industriali, imponendo forti riduzioni delle emissioni. Secondo le stime ufficiali, le nuove norme avrebbero ridotto il numero di persone esposte a rischi di cancro inaccettabili da circa 90 mila a 3 mila residenti nelle aree circostanti.

Oggi però, sotto l’amministrazione Trump, l’EPA sta riesaminando la legittimità stessa di questi aggiornamenti. In documenti amministrativi finora passati quasi inosservati, l’agenzia segnala di voler rivalutare se il Clean Air Act consenta di effettuare più di una “residual risk review”, cioè una valutazione del rischio residuo, per lo stesso settore industriale. Le associazioni dell’industria chimica sostengono che, una volta completata la prima revisione obbligatoria prevista dalla legge, l’EPA non possa più tornare a rivedere le regole, nemmeno se emergono nuovi dati scientifici su una maggiore tossicità.

Secondo ambientalisti, giuristi ed esperti di salute pubblica citati da ProPublica, questa interpretazione avrebbe conseguenze molto ampie: limiterebbe fortemente la capacità dell’agenzia di reagire ai progressi della scienza e di proteggere la popolazione da quasi 200 inquinanti pericolosi emessi da migliaia di impianti industriali. In pratica, anche se nuove ricerche dimostrassero che una sostanza è molto più dannosa del previsto o che le emissioni reali sono state sottostimate, l’EPA potrebbe trovarsi impossibilitata ad agire.

Il paradosso, sottolinea l’inchiesta, è che lo stesso Ufficio dell’Ispettore Generale dell’EPA – nominato durante una precedente amministrazione Trump – nel 2021 aveva raccomandato all’agenzia di usare la propria discrezionalità per avviare nuove revisioni del rischio quando emergono informazioni che indicano una maggiore tossicità. Proprio su questa base erano state rafforzate le regole sull’ossido di etilene. Ora, però, l’amministrazione ha avviato un processo di “reconsideration” delle norme del 2024 e ha temporaneamente esentato decine di grandi impianti dall’obbligo di rispettarle, in attesa di una possibile revisione al ribasso.

Secondo ProPublica, se l’EPA dovesse concludere di non avere più l’autorità per aggiornare più volte le regole basate sul rischio sanitario, l’intero impianto del Clean Air Act ne uscirebbe indebolito. Gli ambientalisti sono pronti a ricorrere in tribunale, sostenendo che bloccare gli aggiornamenti equivale a ignorare la scienza e a sottostimare sistematicamente i rischi per la salute. In un contesto in cui nuovi monitoraggi indipendenti mostrano emissioni reali spesso molto superiori a quelle dichiarate dalle aziende, la posta in gioco riguarda non solo l’ossido di etilene, ma la capacità stessa delle istituzioni di tutelare la salute pubblica di fronte a conoscenze scientifiche in continua evoluzione.

Fonte: ProPublica