La relazione tra esposizione alle radiazioni ionizzanti e tumore della tiroide è sostenuta da solide evidenze scientifiche. Rimangono invece margini di incertezza sulla precisa entità del rischio associato alle basse dosi e alla residenza nelle vicinanze delle centrali nucleari. A richiamare l’attenzione sul tema è Fabrizio Bianchi, epidemiologo ambientale, membro del Comitato scientifico di ISDE Italia, in un articolo pubblicato il 24 luglio 2026 sul quotidiano Domani.
La tiroide è particolarmente sensibile alle radiazioni e può concentrare gli isotopi radioattivi dello iodio, soprattutto lo iodio-131. Le radiazioni ionizzanti possono inoltre danneggiare il DNA e produrre alterazioni molecolari compatibili con lo sviluppo di neoplasie tiroidee.
Le evidenze maturate dopo Chernobyl
Le conoscenze sugli effetti delle radiazioni derivano dagli studi condotti sui sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, sulle popolazioni esposte dopo l’incidente di Chernobyl e su alcune categorie professionali.
Uno dei dati più rilevanti riguarda proprio Chernobyl: tra i bambini e gli adolescenti esposti allo iodio-131 radioattivo sono stati documentati oltre 6.000 casi di carcinoma tiroideo. L’età al momento dell’esposizione rappresenta un elemento decisivo, perché bambini e adolescenti presentano una maggiore suscettibilità biologica.
La quantificazione del rischio individuale alle basse dosi rimane complessa. La radioprotezione, tuttavia, adotta il modello lineare senza soglia, secondo il quale a ogni incremento della dose corrisponde un aumento del rischio, senza che possa essere individuato un livello di esposizione completamente sicuro.
Il rischio per chi vive vicino alle centrali
Le popolazioni residenti intorno agli impianti nucleari sono oggetto di particolare attenzione epidemiologica perché possono essere esposte, per periodi prolungati, alle basse dosi associate alle emissioni prodotte durante il normale funzionamento.
Si tratta di livelli molto inferiori ai limiti normativi e alle esposizioni registrate tra i lavoratori del comparto nucleare. Ciò non elimina, tuttavia, la necessità di studiarne gli effetti a lungo termine, considerando che le radiazioni ionizzanti sono classificate dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come cancerogene per l’essere umano.
Diversi studi hanno rilevato una maggiore incidenza del tumore della tiroide nelle popolazioni che vivono più vicino agli impianti, soprattutto entro un raggio di cinque chilometri. I risultati non sono però uniformi e devono essere valutati tenendo conto di possibili fattori confondenti, delle differenze tra gli studi e dell’intensità dei controlli diagnostici.
Una metanalisi rileva un aumento del rischio del 17 per cento
Una revisione sistematica con metanalisi pubblicata nel 2024 da ricercatori canadesi, basata su studi condotti in Nord America, Europa e Asia, ha rilevato tra le persone residenti vicino alle centrali nucleari un aumento del rischio di tumore tiroideo del 17 per cento.
Gli studi analizzati presentavano differenze metodologiche e una significativa eterogeneità. Il risultato conserva comunque una rilevanza per la sanità pubblica, perché riguarda esposizioni croniche potenzialmente estese a popolazioni numerose.
Un ampio studio coreano pubblicato nel 2026 ha inoltre riscontrato un’incidenza più elevata tra i residenti entro cinque chilometri dagli impianti. L’aumento appariva particolarmente marcato tra le donne, con valori superiori del 30-40 per cento rispetto ai gruppi di confronto. Secondo gli autori, la maggiore attività diagnostica potrebbe avere contribuito al risultato, ma non sarebbe sufficiente a spiegarlo interamente.
Sorveglianza sanitaria e principio di precauzione
Il legame causale tra radiazioni ionizzanti e tumore della tiroide è ormai riconosciuto dalla comunità scientifica, mentre resta da determinare con maggiore precisione il rischio derivante dalle esposizioni croniche a basse dosi intorno agli impianti.
Le evidenze disponibili indicano quindi la necessità di mantenere una sorveglianza epidemiologica indipendente e continuativa delle popolazioni residenti nelle aree interessate. Particolare attenzione deve essere riservata ai bambini e agli adolescenti, più vulnerabili agli effetti delle radiazioni.
In una fase in cui il ritorno al nucleare è nuovamente al centro del dibattito politico ed energetico, la valutazione delle tecnologie non può limitarsi ai costi e alle emissioni climalteranti. Deve comprendere anche gli effetti sanitari, le incertezze scientifiche e l’applicazione del principio di precauzione, con l’obiettivo di ridurre tutte le esposizioni evitabili.
Fonte: rielaborazione dell’articolo di Fabrizio Bianchi, “Sottovalutiamo gli effetti del nucleare per la salute. Quei rischi sulla tiroide”, pubblicato da Domani il 24 luglio 2026.
