Perché ridurne le emissioni rappresenta una delle strategie più efficaci di prevenzione integrata
di Fabrizio Bianchi (Comitato scientifico ISDE Italia)
Quando si parla di metano (CH₄), l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sul suo ruolo nel cambiamento climatico. È comprensibile: dopo l’anidride carbonica è il secondo gas serra di origine antropica per importanza e contribuisce a circa il 30% del riscaldamento globale osservato dall’epoca preindustriale. Ma considerarlo soltanto un problema climatico significa coglierne solo una parte. Il metano rappresenta infatti uno dei migliori esempi di come un’unica azione di prevenzione possa produrre benefici simultanei per il clima, la qualità dell’aria e la salute.
La sua importanza deriva da una caratteristica peculiare. Pur essendo presente in atmosfera in concentrazioni molto inferiori rispetto alla CO₂, nell’arco di vent’anni possiede un potenziale di riscaldamento globale circa 80 volte superiore. A differenza dell’anidride carbonica, tuttavia, permane nell’atmosfera per un periodo relativamente breve, circa 10-12 anni. Ciò significa che ridurne le emissioni può produrre effetti climatici misurabili già nei decenni successivi, rendendolo uno dei principali obiettivi delle strategie internazionali di mitigazione (IPCC, 2021).
Su queste basi nel 2021 è stato lanciato il Global Methane Pledge, sottoscritto oggi da oltre 150 Paesi, che punta a ridurre del 30% le emissioni antropiche entro il 2030. Eppure il più recente Global Methane Tracker dell’Agenzia Internazionale dell’Energia mostra che il settore energetico continua a perdere grandi quantità di metano lungo tutta la filiera del petrolio e del gas, nonostante siano già disponibili tecnologie efficaci e spesso economicamente convenienti per individuarne e limitarne le dispersioni (IEA, 2026).
Secondo il Global Methane Budget, circa i due terzi delle emissioni mondiali derivano da attività umane. Le principali sorgenti appartengono a tre comparti: agricoltura e allevamento (circa 40%), settore energetico (35-40%) e gestione dei rifiuti (circa 20%) (Saunois et al., 2024). Anche in Italia la distribuzione è analoga, sebbene il peso dell’agricoltura sia relativamente maggiore, come documentano gli inventari nazionali delle emissioni predisposti da ISPRA.
Tre vie attraverso cui il metano influenza la salute
Il metano non è un inquinante direttamente tossico come il particolato fine (PM₂.₅), il biossido di azoto o il benzene. Sarebbe però un errore concludere che sia irrilevante per la salute pubblica. Il suo impatto si manifesta infatti attraverso tre meccanismi strettamente collegati.
Il primo riguarda la formazione dell’ozono troposferico, un inquinante secondario prodotto dalle reazioni fotochimiche tra metano, ossidi di azoto e radiazione solare. Diversamente dall’ozono stratosferico, che protegge la Terra dai raggi ultravioletti, quello presente negli strati più bassi dell’atmosfera è associato a infiammazione delle vie respiratorie, riduzione della funzionalità polmonare, riacutizzazioni dell’asma e della broncopneumopatia cronica ostruttiva, oltre a un aumento dei ricoveri e della mortalità per malattie respiratorie e cardiovascolari. La riduzione delle emissioni di metano rappresenta quindi una delle strategie più efficaci per diminuire la formazione di ozono su scala globale (WHO, 2021; UNEP, 2021).
Il secondo meccanismo riguarda la filiera dei combustibili fossili. Le perdite di metano provenienti da pozzi, impianti di trattamento, gasdotti e sistemi di stoccaggio non si verificano quasi mai da sole, ma sono accompagnate da numerosi altri contaminanti atmosferici, tra cui benzene, composti organici volatili, ossidi di azoto, particolato fine e, in alcuni casi, idrogeno solforato. Dal punto di vista epidemiologico il metano diventa quindi un indicatore sentinella di una miscela di sostanze potenzialmente tossiche o cancerogene. È il concetto delle pollutant mixtures, uno dei principali sviluppi dell’epidemiologia ambientale degli ultimi anni, che supera l’approccio tradizionale basato sullo studio di un singolo inquinante.
Infine, il metano contribuisce ad accelerare il cambiamento climatico e, attraverso questo, amplifica numerosi rischi sanitari: ondate di calore, incendi boschivi, eventi meteorologici estremi, insicurezza alimentare e diffusione di alcune malattie infettive. Gli effetti più rilevanti ricadono sulle persone anziane, sui bambini, sui soggetti con patologie croniche e, più in generale, sulle popolazioni più vulnerabili. In questo senso il metano non agisce soltanto come gas serra, ma come moltiplicatore di rischio, capace di influenzare la salute anche attraverso le profonde trasformazioni del sistema climatico.
La filiera dei combustibili fossili: un problema più complesso del solo metano
Le tre vie attraverso cui il metano influenza la salute convergono in modo emblematico lungo la filiera dei combustibili fossili. Dall’estrazione del petrolio e del gas naturale fino al trasporto, allo stoccaggio e alla distribuzione, il metano costituisce infatti una componente importante delle emissioni, spesso sotto forma di perdite diffuse (fugitive emissions), ma rappresenta soltanto una parte di un quadro emissivo molto più articolato.
Le attività estrattive e gli impianti di trattamento rilasciano infatti anche anidride carbonica, ossidi di azoto, anidride solforosa, particolato fine, benzene, composti organici volatili, idrocarburi policiclici aromatici e, in alcuni contesti, idrogeno solforato. La valutazione sanitaria di questi impianti non può quindi limitarsi al singolo contaminante, ma deve considerare l’intera miscela di sostanze emesse e le loro possibili interazioni.
Le principali emissioni della filiera dei combustibili fossili
| Inquinante | Principale impatto |
| Metano (CH₄) | Gas serra; precursore dell’ozono troposferico |
| CO₂ | Cambiamento climatico |
| NOₓ | Ozono e particolato secondario |
| SO₂ | Particolato secondario |
| PM₂.₅ | Malattie cardiovascolari, respiratorie e tumori |
| Benzene | Cancerogeno certo (IARC Gruppo 1) |
| BTEX | Effetti neurologici e irritativi |
| IPA | Diversi composti cancerogeni |
| H₂S | Tossicità acuta e cronica |
Le popolazioni residenti in prossimità di impianti petroliferi o della filiera del gas sono esposte a una miscela di contaminanti (pollutant mixtures) e non a singole sostanze. La costruzione dell’esposoma rappresenta oggi uno dei principali orientamenti dell’epidemiologia ambientale.
Il caso italiano
Anche in Italia gli effetti della filiera del gas naturale non possono essere valutati soltanto in termini energetici o climatici. Secondo il rapporto False Fix, coordinato da Health and Environment Alliance (HEAL) con il contributo di numerose organizzazioni scientifiche europee, tra cui ISDE Italia, le emissioni associate all’intera filiera del gas fossile sarebbero responsabili ogni anno di circa 2.900 morti premature, oltre 4.000 ricoveri ospedalieri, migliaia di nuovi casi di asma nei bambini e milioni di giornate lavorative perse, con costi sanitari e sociali superiori ai due miliardi di euro. Naturalmente, si tratta di stime modellistiche che attribuiscono gli impatti all’insieme degli inquinanti emessi dalla filiera e non al solo metano.
Parallelamente, gli inventari nazionali elaborati da ISPRA e il monitoraggio del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) consentono di individuare le principali sorgenti emissive e di valutare l’efficacia delle politiche di riduzione. A queste informazioni si affiancano gli studi nazionali sugli effetti sanitari dell’inquinamento atmosferico, tra cui il progetto VIAS, coordinato da ENEA, ISS e Ministero dell’Ambiente, che hanno documentato il rilevante carico di malattia attribuibile all’inquinamento atmosferico nel nostro Paese.
Un’opportunità di prevenzione integrata
La riduzione delle emissioni di metano rappresenta probabilmente uno degli interventi ambientali con il miglior rapporto costo-beneficio oggi disponibile. A differenza dell’anidride carbonica, i cui effetti si protraggono per secoli, la diminuzione del metano produce benefici climatici già nell’arco di pochi anni e, nello stesso tempo, contribuisce a ridurre la formazione di ozono troposferico, migliorare la qualità dell’aria e diminuire il carico di malattia associato all’inquinamento atmosferico.
Pochi altri interventi sono in grado di ottenere contemporaneamente benefici così estesi per il clima, gli ecosistemi e la salute umana. È questa una delle più efficaci applicazioni del paradigma One Health, che riconosce come ambiente, energia, cambiamento climatico e salute costituiscano componenti strettamente interdipendenti dello stesso sistema.
La sfida dell’oggi va oltre il documentare questi effetti e consiste nel trasformare le conoscenze disponibili in politiche capaci di ridurre rapidamente le emissioni e di misurarne nel tempo i benefici sanitari, ambientali ed economici. In questa prospettiva il metano rappresenta un banco di prova della capacità di integrare ricerca scientifica, prevenzione e politiche pubbliche.
Bibliografia essenziale
- Health and Environment Alliance (HEAL). False Fix: Fossil Gas is Not a Solution. 2024.
- Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Climate Change 2021: The Physical Science Basis. Cambridge University Press, 2021.
- International Energy Agency (IEA). Global Methane Tracker 2026. Paris: IEA, 2026.
- ISPRA. Italian Greenhouse Gas Inventory 1990-2024. National Inventory Document, 2026
- ISPRA. SINA – Inventario delle emissioni di metano.2022 https://emissioni.sina.isprambiente.it/metano-inventario-emissioni/
- Saunois M, et al. The Global Methane Budget 2000–2020. Earth System Science Data. 2024.
- Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA). Ambiente in Italia: uno sguardo d’insieme. Edizione 2025
- UNEP, Climate and Clean Air Coalition. Global Methane Assessment. Nairobi, 2021.
- World Health Organization. WHO Global Air Quality Guidelines. Geneva, 2021.
- Zanini G, et al. Progetto VIAS. Valutazione Integrata dell’Impatto dell’Inquinamento Atmosferico sull’Ambiente e sulla Salute in Italia. ENEA, ISS, Ministero dell’Ambiente, 2015.
