L’Italia è oggi uno dei Paesi più longevi al mondo, ma questo risultato è il frutto di un lungo percorso storico fatto di miglioramenti nelle condizioni di vita, nella medicina e nell’organizzazione sanitaria. Un patrimonio che, come evidenzia il documento dell’Istat “La salute: una conquista da difendere”, richiede oggi nuove politiche per affrontare disuguaglianze e cambiamenti demografici.
Dalla sopravvivenza alla longevità
Nel 1872 la speranza di vita in Italia era tra le più basse d’Europa, con appena 29,8 anni. Oggi ha raggiunto gli 83,4 anni, grazie a una trasformazione profonda che ha visto:
- il crollo della mortalità infantile (da oltre 200 per mille a 2,7 nel 2023)
- il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie
- i progressi della medicina e dei vaccini
- l’istituzione del Servizio sanitario nazionale nel 1978
Questo processo ha segnato la cosiddetta transizione epidemiologica: dalle malattie infettive, un tempo dominanti, alle patologie cronico-degenerative.

Cambiano le cause di morte
Se a fine Ottocento le principali cause di morte erano colera, tubercolosi e malattie infettive, oggi lo scenario è radicalmente diverso:
- tumori: dal 2–3% dei decessi a oltre il 26%
- malattie cardiovascolari: dal 6–8% a circa il 30%
Le malattie infettive, pur drasticamente ridotte nel tempo, hanno mostrato una temporanea risalita durante la pandemia di Covid-19, a conferma della loro persistente rilevanza.

Disuguaglianze territoriali e sociali
Nonostante i progressi complessivi, la salute in Italia resta fortemente diseguale.
Nel 2023 la mortalità è più elevata nel Mezzogiorno, con regioni come Campania e Sicilia in svantaggio rispetto al Centro-Nord. Anche la riduzione della mortalità negli ultimi decenni è stata più lenta al Sud.
Ancora più marcate sono le differenze sociali: tra gli adulti, le persone con basso livello di istruzione hanno una mortalità circa il 40% più alta rispetto a chi ha titoli di studio elevati.


Un Paese che invecchia e convive con le cronicità
L’aumento della longevità porta con sé nuove sfide. In Italia cresce la diffusione delle malattie croniche e della multimorbilità:
- 13 milioni di persone convivono con almeno due patologie
- il 39% ha più di 75 anni
- aumentano diabete e ipertensione
Si tratta di condizioni che richiedono un ripensamento dei servizi sanitari, sempre più orientati alla gestione di lungo periodo e alla presa in carico integrata.

Stili di vita: progressi e criticità
Negli ultimi decenni si registrano segnali positivi, come la forte riduzione del fumo tra gli uomini. Tuttavia emergono nuove criticità:
- aumento dell’obesità (dall’5,9% nel 1990 all’11,6% nel 2025)
- diffusione di comportamenti a rischio tra i giovani, anche con nuovi prodotti del tabacco
- persistenti differenze legate a istruzione e territorio
Questi fattori contribuiscono a determinare il carico futuro di malattia.
Salute percepita e qualità della vita
Migliora nel tempo anche la percezione soggettiva della salute: la quota di persone che si dichiara in cattive condizioni è scesa dall’8% nel 1995 al 5,5% nel 2025.
Tuttavia, anche in questo caso, persistono divari territoriali e sociali, con miglioramenti più marcati al Nord rispetto al Mezzogiorno.
Difendere la salute come bene pubblico
Il quadro che emerge è chiaro: la salute degli italiani è il risultato di conquiste storiche importanti, ma non è garantita una volta per tutte.
Invecchiamento della popolazione, malattie croniche, disuguaglianze sociali e territoriali richiedono politiche pubbliche integrate che rafforzino prevenzione, equità e accesso universale alle cure.
Difendere la salute oggi significa non solo curare, ma ridurre le disuguaglianze e intervenire sui determinanti sociali e ambientali che influenzano la vita delle persone.
