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La crisi iraniana non può essere ridotta a una storia di buoni contro cattivi. È l’intreccio tra autoritarismo interno, ambizioni geopolitiche fuori controllo e debolezza strategica europea. In mezzo ci sono le vite dei civili, la loro salute, i loro diritti: tutto ciò che troppo spesso rimane secondario rispetto al gioco di potere.

La guerra non distrugge soltanto città e infrastrutture: distrugge ecosistemi, avvelena l’aria, contamina acqua e suoli. E lascia dietro di sé un’eredità sanitaria che può durare decenni.

Un regime che opprime e indebolisce la società

Criticare l’intervento militare occidentale non significa assolvere Teheran. La Repubblica Islamica ha costruito un sistema repressivo che soffoca le libertà civili, opprime le donne, limita la ricerca scientifica e silenzia il dissenso.

Attivisti ambientali criminalizzati, medici perseguitati per aver curato manifestanti feriti, il movimento “Donna, Vita, Libertà” soffocato: sono queste le facce della repressione, e hanno effetti concreti sulla salute pubblica. Un Paese senza trasparenza, senza libertà scientifica e senza democrazia non può proteggere i propri cittadini.

A questo si somma una crisi ambientale senza precedenti: scarsità d’acqua, desertificazione, inquinamento, degrado degli ecosistemi, insicurezza alimentare. La responsabilità non è solo climatica: è politica. Un regime autoritario indebolisce la capacità di affrontare le emergenze. Questo è un dato strutturale.

L’azzardo militare di Trump e Netanyahu

Eppure, la risposta occidentale non è meno pericolosa. L’attacco congiunto degli Stati Uniti e di Israele – promosso da Donald Trump e Benjamin Netanyahu – non risolve nulla. Rafforza le frange più dure del regime iraniano, accelera la corsa agli armamenti e consolida la repressione interna.
Di fatto, questa scelta militare rappresenta oggi uno dei principali fattori di destabilizzazione dell’intera regione, con conseguenze geopolitiche, economiche, ambientali e sanitarie che rischiano di ricadere su milioni di civili ben oltre i confini del conflitto.

L’uso della forza senza mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è un atto di violenza unilaterale, condannato da gran parte del mondo. Colpire Teheran mentre erano in corso negoziati diplomatici con l’Oman e con l’Unione Europea significa chiudere una porta che, seppur fragile, offriva una via di dialogo.

Destabilizzare non porta democrazia. Porta caos, radicalizzazione, guerre per procura. Se l’obiettivo è la sicurezza regionale, il risultato rischia di essere l’esatto contrario.

Il rischio di una nuova spirale regionale

Gli attacchi iraniani hanno già colpito più Paesi della regione e una base britannica a Cipro. Centinaia di civili sono morti, ospedali e scuole sono stati colpiti, i mercati internazionali vacillano e lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per gas e petrolio, è stato messo sotto pressione.

Questa escalation non è un incidente della storia, ma il risultato diretto di una decisione militare unilaterale che ha riaperto la logica della guerra preventiva, già sperimentata con esiti disastrosi in Medio Oriente negli ultimi decenni.

Ma la guerra produce anche un’altra escalation, meno visibile e spesso ignorata: quella ambientale e sanitaria.

Bombardamenti su raffinerie, depositi di carburante e impianti industriali liberano nell’aria miscele tossiche di monossido di carbonio, ossidi di azoto, formaldeide e particolato fine. Incendi di infrastrutture energetiche rilasciano diossine e furani. Metalli pesanti come piombo, mercurio e cadmio contaminano suoli e falde.

Quando gli attacchi colpiscono impianti nucleari o strutture legate al ciclo del combustibile, il rischio diventa ancora più grave. Dopo il bombardamento di Isfahan, dove si trova uno degli impianti di conversione dell’uranio, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha segnalato il pericolo di dispersione di materiali tossici e radioattivi nell’ambiente.

Sono contaminazioni che non finiscono con il cessate il fuoco.

L’acqua più preziosa del petrolio

In Medio Oriente la guerra colpisce sempre più spesso anche l’acqua. Distruggere pozzi, reti idriche o impianti di desalinizzazione significa mettere in ginocchio intere popolazioni.

In una regione dove la scarsità idrica è già cronica, l’acqua vale ormai più del petrolio. Senza acqua sicura aumentano malattie infettive, insicurezza alimentare e crisi umanitarie.

L’odore della guerra

Le guerre contemporanee rilasciano nell’ambiente una miscela di sostanze tossiche persistenti: residui di esplosivi, perclorati che contaminano le falde, idrocarburi fuoriusciti da raffinerie colpite, composti chimici prodotti dalla combustione di materiali industriali.

Tra le sostanze più devastanti c’è il fosforo bianco, che prende fuoco a contatto con l’aria e provoca necrosi profonde dei tessuti. Vaporizzato nell’ambiente dopo l’esplosione, può essere inalato causando gravi danni ai polmoni.

I suoi effetti – come quelli di molti altri contaminanti di guerra – sono mutageni e cancerogeni. Colpiscono le popolazioni civili non solo durante il conflitto, ma per anni o decenni dopo la fine delle ostilità.

La memoria dell’Iraq

La storia insegna. Ventitré anni fa un’altra amministrazione americana trascinò il mondo nella guerra in Iraq, in nome di armi di distruzione di massa e democrazia.

Il risultato fu l’opposto: instabilità regionale, terrorismo, crisi migratorie e un’eredità di contaminazioni ambientali e sanitarie che ancora oggi colpiscono le popolazioni locali.

Oggi la prospettiva non è migliore. Nessuna garanzia di ordine internazionale, salari più alti o servizi migliori. Solo incertezza, prezzi del petrolio in aumento e un futuro europeo più fragile.

La debolezza strategica dell’Europa

E l’Europa? Spettatrice, ancora una volta.

Dichiarazioni generiche, richiami al diritto internazionale, ma nessuna posizione netta contro l’escalation militare. Non è prudenza: è assenza di autonomia strategica.

Francia e Germania oscillano tra sostegno a Israele e richiami al dialogo. L’Italia, incapace di visione autonoma, si adatta, alternando dichiarazioni vaghe a sostegno implicito della narrativa dominante.

La Spagna, invece, segna un punto: ha rifiutato l’uso delle proprie basi, ribadendo un principio semplice ma fondamentale: no alla guerra.

Energia, potenza e “nuovo Medio Oriente”

Il conflitto non è solo regionale: è un affare globale.

Come sottolinea Nathalie Tocci, direttrice della Strategia Mediterraneo e Globale dell’Istituto Affari Internazionali, l’intervento militare statunitense mira anche a riaffermare la supremazia americana su Cina e Russia, isolando un alleato energetico strategico e mantenendo il controllo sulle rotte e sulle risorse fossili.

Un Iran destabilizzato può servire a molte strategie geopolitiche. Ma il conto lo pagano i civili, la regione e l’Europa.

Prezzi del gas già alle stelle dimostrano quanto la dipendenza energetica sia un rischio di sicurezza nazionale.

Per l’Europa la lezione è evidente: investire in rinnovabili, reti intelligenti, sistemi di accumulo e interconnessioni non è solo una scelta climatica. È una scelta di sicurezza.

Diritti, diplomazia e salute

Non esistono scelte facili tra il regime iraniano e la forza occidentale. Entrambe minacciano la vita dei civili.

Servono principi chiari: condanna della repressione interna, rifiuto dell’uso unilaterale della forza, centralità della diplomazia, protezione delle popolazioni e degli operatori sanitari, valutazione degli impatti sanitari e ambientali delle decisioni geopolitiche.

La pace non è neutralità. È una decisione politica.

Criticare il regime iraniano è doveroso. Ma denunciare la politica di potenza che rischia di incendiare l’intera regione è altrettanto urgente.

L’intervento militare promosso da Stati Uniti e Israele non appare oggi in grado di produrre stabilità, sicurezza o democrazia. Al contrario, rischia di aggravare lo sfacelo geopolitico della regione, moltiplicando crisi economiche, contaminazioni ambientali, emergenze sanitarie e sofferenze civili.

L’Europa e l’Italia hanno davanti una scelta: restare spettatori allineati o diventare promotori credibili di de-escalation.

La vita delle persone, la salute pubblica, la stabilità regionale e la sicurezza energetica non possono attendere.

Roberto Romizi