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Uno studio pubblicato su The Lancet Planetary Health segnala un dato di grande rilevanza per la sanità pubblica: a parità di incremento dell’inquinamento da PM10, il rischio di mortalità è oggi più alto rispetto al passato. La ricerca, condotta su 143 città in 26 Paesi, ha analizzato il rapporto tra esposizione giornaliera al particolato atmosferico e mortalità generale lungo un arco di quarant’anni, dal 1979 al 2019.

Il PM10 è il particolato con diametro aerodinamico inferiore a 10 micrometri. Si tratta di una miscela di particelle solide e liquide sospese nell’aria, prodotta da traffico, combustioni, attività industriali, riscaldamento, agricoltura e fenomeni naturali. Per le sue dimensioni può essere inalato e raggiungere l’apparato respiratorio, contribuendo a processi infiammatori e a un aumento del rischio di eventi cardiovascolari e respiratori.

La novità dello studio non è soltanto la conferma del legame tra inquinamento atmosferico e mortalità, già ampiamente documentato dalla letteratura scientifica. Il punto più rilevante è che questo legame risulta essersi rafforzato nel tempo. Secondo i ricercatori, un aumento giornaliero di 10 microgrammi per metro cubo di PM10 era associato nel 1979 a un incremento dello 0,23% della mortalità per tutte le cause. Nel 2019 lo stesso aumento di PM10 risultava associato a un incremento dello 0,51%.

In altri termini, lo stesso livello di incremento dell’inquinante sembra produrre oggi un impatto sanitario maggiore. È un risultato che invita a rivedere il modo in cui vengono stimati i danni dell’inquinamento atmosferico: utilizzare coefficienti di rischio storici potrebbe portare a sottovalutare il carico attuale di malattia e mortalità attribuibile al particolato.

La ricerca ha utilizzato un modello multicentrico e multinationale di serie temporali. In una prima fase sono state stimate, città per città e periodo per periodo, le associazioni tra PM10 e mortalità. In una seconda fase i risultati sono stati aggregati attraverso modelli statistici per valutare l’evoluzione temporale del rischio e il possibile ruolo di fattori socioeconomici e ambientali.

Tra i fattori che potrebbero spiegare l’aumento della vulnerabilità emerge l’invecchiamento della popolazione. Le città in cui la popolazione è diventata più anziana nel tempo hanno mostrato una tendenza più marcata all’aumento dell’associazione tra PM10 e mortalità. Questo dato è particolarmente importante per l’Europa e per l’Italia, dove la quota di persone anziane è elevata e molte aree urbane continuano a registrare criticità legate alla qualità dell’aria.

Lo studio segnala anche un’associazione negativa tra concentrazioni medie annuali di PM10 e andamento del rischio: nelle città dove i livelli medi di PM10 sono diminuiti, l’effetto relativo di ulteriori incrementi giornalieri può risultare più evidente. Questo non significa che ridurre l’inquinamento sia inutile, al contrario: conferma che anche a concentrazioni più basse il particolato resta un fattore di rischio sanitario e che non esiste una soglia di sicurezza realmente priva di effetti.

Le implicazioni per le politiche pubbliche sono rilevanti. Le stime del danno sanitario da inquinamento atmosferico devono essere aggiornate periodicamente, perché la relazione tra esposizione e salute cambia insieme alla struttura demografica, alle condizioni sociali, alla composizione degli inquinanti, alla qualità dei sistemi sanitari e alla vulnerabilità delle popolazioni esposte.

Per le città italiane, spesso segnate da traffico intenso, riscaldamento civile, congestione urbana e condizioni meteorologiche favorevoli all’accumulo degli inquinanti, lo studio rafforza la necessità di politiche strutturali. Ridurre il PM10 significa intervenire sulle fonti emissive, promuovere mobilità sostenibile, elettrificazione del trasporto pubblico, efficienza energetica degli edifici, riduzione delle combustioni e pianificazione urbana orientata alla salute.

Il messaggio è chiaro: non basta registrare un miglioramento medio della qualità dell’aria se una parte rilevante della popolazione resta esposta a livelli dannosi, soprattutto nei gruppi più fragili. Bambini, anziani, persone con malattie croniche, lavoratori esposti e residenti nelle aree urbane più trafficate sono le categorie che più possono subire gli effetti dell’inquinamento atmosferico.

La ricerca pubblicata su The Lancet Planetary Health richiama quindi amministrazioni, governi e sistemi sanitari a un salto di qualità. Il monitoraggio ambientale deve essere integrato con la valutazione sanitaria, le politiche urbane devono considerare l’impatto sulla salute e gli standard di qualità dell’aria devono essere letti alla luce delle più recenti evidenze scientifiche.

L’inquinamento atmosferico non è solo un problema ambientale, ma una questione di prevenzione, equità e diritto alla salute. Se il rischio associato al PM10 è aumentato nel tempo, rinviare gli interventi significa accettare un carico evitabile di malattia e mortalità. La riduzione del particolato deve diventare una priorità stabile delle politiche sanitarie, ambientali e urbane.