Continua la rilevazione dei dati della qualità dell’aria effettuata dall’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile, promosso da Kyoto Club e Clean Cities Campaign, in collaborazione con ISDE Italia sulla base dei dati forniti dalle agenzie regionali e dalle province autonome per la protezione dell’ambiente, relativamente a 27 città di 17 regioni italiane.
La campagna ha già evidenziato che l’inquinamento atmosferico costituisce ancora una emergenza ambientale e per la salute in molte città italiane, portando il Presidente dell’Associazione Medici per l’Ambiente, Roberto Romizi, a scrivere a 19 sindaci per segnalare che nelle loro città già a fine aprile, dopo solo 4 mesi, sono stati superati i nuovi limiti annuali (per le medie giornaliere di PM10, PM2,5 e NO2) introdotti dalla Direttiva Europea 2881/2024. Il Presidente ISDE Italia ha poi scritto a l’Associazione Nazionale Comuni Italiani, al fine di raggiungere tutti i Sindaci italiani, per evidenziare loro come la situazione riscontrata nelle città monitorate molto probabilmente interessa anche molti altri centri urbani.
Un bilancio per l’ozono nella stagione estiva
Dal mese di giugno è stata iniziata la rilevazione anche dei dati relativi all’ozono, un inquinante tipicamente critico nell’estate, quando opera l’interazione fra la presenza di inquinanti prodotti dalle emissioni fossili e la radiazione solare.
L’ozono troposferico è un inquinante secondario: non viene emesso direttamente, ma si forma quando i suoi precursori (ossidi di azoto – NOₓ – e composti organici volatili – COV/VOC) reagiscono alla luce solare. A differenza di altri inquinanti (PM, NO₂, SO₂), non è possibile ridurlo direttamente e immediatamente con interventi locali, perché la sua formazione dipende da processi atmosferici complessi e fenomeni su vasta scala.
Nella Direttiva Europea 2881/2024 si riconosce che i valori limite (limiti normativi vincolanti per inquinanti come PM, NO₂, SO₂, benzene etc., con obbligo di non superamento entro scadenze definite) risultano più efficaci nel ridurre le concentrazioni di inquinanti primari e immediati, ma meno adatti per composti come l’ozono, per il quale si fissano invece valori-obiettivo e obiettivi a lungo termine, che rappresentano soglie di tutela da raggiungere tramite strategie graduali.
Per ridurre l’ozono troposferico bisogna agire sui precursori: limitare traffico e veicoli inquinanti, incentivare trasporto pubblico e mobilità elettrica, migliorare l’efficienza degli impianti industriali e di riscaldamento, ridurre l’uso di solventi e fertilizzanti agricoli. Importante anche il verde urbano, che mitiga il calore e favorisce la dispersione. In sintesi, la chiave è ridurre le emissioni diffuse che alimentano la formazione dell’ozono, con politiche integrate e coordinate.
Valori elevati di ozono troposferico sono in ogni caso un segnale critico di inquinamento atmosferico fotochimico. Indicano che nell’aria si sono accumulati in abbondanza precursori (ossidi di azoto e composti organici volatili), che – in presenza di forte irraggiamento solare e temperature alte – hanno reagito producendo ozono a livello del suolo.
Questo significa:
- Per la salute umana: concentrazioni elevate irritano le vie respiratorie, peggiorano asma e malattie polmonari, riducono la funzionalità respiratoria e possono provocare sintomi come bruciore agli occhi, tosse e difficoltà respiratorie.
- Per l’ambiente: danneggiano la vegetazione e riducono la produttività agricola (l’ozono è fitotossico, colpisce foglie e raccolti).
- Per il clima urbano: sono la spia di un mix sfavorevole di emissioni, calore e stagnazione atmosferica, spesso legato alle ondate di caldo.
In sintesi, valori elevati di ozono non sono solo un indicatore di aria “estiva” inquinata, ma anche di squilibrio fra emissioni e condizioni meteo-climatiche, con effetti negativi su salute, ecosistemi e qualità della vita.
Fra giugno e settembre 17 città hanno superato il valore obiettivo stabilito dalla Direttiva Europea 2881/2024 di un numero di giorni massimo di 18 (in un anno) con una media giornaliera di picco [massima media trascinata sulle 8 ore] superiore ai 120 microgrammi per metro cubo.
Molte stazioni monitorate superano di gran lunga il valore obiettivo fissato dalla direttiva europea con punte che arrivano a 67 superamenti a Bergamo, 58 a Milano e 55 a Modena. Si tratta di valori più che tripli rispetto alla soglia indicata.
Il fenomeno è particolarmente accentuato nella Pianura Padana, dove la combinazione di traffico intenso, attività industriali e condizioni meteo-climatiche sfavorevoli (stagnazione e caldo estivo) favorisce la formazione e l’accumulo di ozono. Ma anche città del Centro Italia, come Firenze e Terni, registrano numeri elevati, mentre al Sud e nelle Isole la situazione appare meno grave ma comunque non trascurabile: Napoli registra 23 superamenti, Bari e Roma si collocano proprio sul limite massimo consentito.
Questi dati segnalano un problema di salute pubblica e ambientale diffuso. L’ozono infatti non solo peggiora la qualità dell’aria per chi vive in città, con effetti diretti sull’apparato respiratorio, ma rappresenta anche una minaccia per colture e vegetazione. Il quadro complessivo evidenzia come le politiche attuali non siano ancora sufficienti a riportare le concentrazioni entro i valori europei, e ancor meno entro i più severi standard OMS. Serve quindi un impegno coordinato, a livello nazionale e transfrontaliero, per ridurre i precursori (ossidi di azoto e composti organici volatili) e affrontare un inquinante che, più di altri, risente delle ondate di calore legate al cambiamento climatico.
Biossido di azoto
Se durante i mesi estivi rallenta la pressione delle polveri sottili, per le quali incide fortemente il contributo degli impianti di riscaldamento, vanno evidenziate alcune città nelle quali di registrano livelli critici di biossido di azoto, probabilmente per l’apporto del traffico navale che si aggiunge a quello stradale nelle città portuali: Napoli, Palermo, Genova.
Questi dati mostrano una situazione molto preoccupante per quanto riguarda il biossido di azoto (NO₂), soprattutto in alcune città italiane. La direttiva europea stabilisce che il limite giornaliero di 50 µg/m³ non debba essere superato per più di 18 giorni in un anno, ma in diverse stazioni i valori sono ampiamente oltre questa soglia. Fra l’altro, proprio per questo limite si registra una distanza maggiore rispetto al valore raccomandato dalle Linee Guida OMS da non superare per tutelare la salute umana che è di 25 µg/m³.
Il caso più critico è quello di Napoli, stazione Ente Ferrovie, con ben 155 giorni di superamento: praticamente quasi cinque mesi complessivi di aria con concentrazioni oltre i limiti. Palermo, con 108 giorni, Genova con 73 e Messina con 68, seguono a distanza ma sempre con numeri altissimi.
La distribuzione geografica mette in luce come, a differenza dell’ozono, il problema del NO₂ sia molto legato alle aree urbane densamente trafficate, specialmente al Sud e nelle città portuali. Non mancano comunque superamenti significativi al Nord: Torino, ad esempio, arriva a 44 giorni, più del doppio del limite annuale. Milano e Venezia, invece, si collocano su livelli intermedi, mentre in alcune città i valori restano entro o poco sopra i 18 giorni consentiti.
Interessante anche il profilo stagionale: i picchi di superamento si registrano in inverno e in primavera, con gennaio, febbraio e marzo particolarmente critici. Nei mesi estivi, invece, le concentrazioni calano. Questo andamento è tipico del biossido di azoto, che deriva principalmente da traffico veicolare e sistemi di riscaldamento, con accumulo favorito dalle condizioni meteorologiche stabili e dall’inversione termica tipica della stagione fredda.
Guardando i dati del biossido di azoto, colpisce che in alcune città i superamenti non si concentrino solo nei mesi freddi, come di solito avviene, ma restino significativi anche in estate. Normalmente il NO₂ è un inquinante tipicamente invernale: le emissioni di traffico e riscaldamento, unite alle condizioni meteorologiche stabili e alle inversioni termiche, fanno sì che in gennaio e febbraio i livelli siano più alti. In estate, invece, la maggiore ventilazione e l’assenza di riscaldamenti tendono a ridurre i picchi.
Quando si osservano valori elevati anche nei mesi caldi significa che entrano in gioco altri fattori. In molte città densamente trafficate, come Napoli o Palermo, il traffico automobilistico non cala mai davvero, nemmeno durante l’estate, e questo mantiene costante il livello di emissioni. Nelle aree portuali, come Genova o ancora Napoli e Palermo, pesa anche il contributo del traffico marittimo, che in estate spesso aumenta per via del turismo e delle attività commerciali. A questo si aggiungono le condizioni meteorologiche: le ondate di calore, la scarsa ventilazione e la stabilità atmosferica tipica dell’alta pressione estiva possono favorire l’accumulo degli inquinanti anche in assenza di fonti aggiuntive.
In questi contesti, il fatto che il NO₂ resti alto anche d’estate è un chiaro segnale della forza delle emissioni locali, che non vengono diluite né compensate da condizioni meteo più favorevoli. È la dimostrazione di come in alcune città il problema sia strutturale e non legato solo alla stagione invernale. Questo rende ancora più urgente intervenire con misure specifiche: dal controllo del traffico veicolare e navale, all’estensione delle zone a basse emissioni, fino a un serio rafforzamento del trasporto pubblico e delle alternative sostenibili.
Dal punto di vista sanitario, i dati sono allarmanti. L’esposizione prolungata a concentrazioni elevate di NO₂ comporta rischi importanti per la salute respiratoria: irritazioni, aggravamento di asma e bronchiti, riduzione della funzionalità polmonare.
La situazione delle polveri sottili (PM10 e PM2,5)
In quasi tutte le città del Nord Italia, ma anche in alcune aree del Centro e Sud, i superamenti del limite giornaliero per il PM10 previsto dalla nuova Direttiva Europea, si sono concentrati nei mesi invernali (gennaio–marzo), quando le condizioni meteorologiche (stabilità atmosferica, assenza di vento e riscaldamenti accesi) favoriscono l’accumulo di particolato.
Napoli (Ospedale Nuovo Pellegrini), Milano (Mi-Marche) e Verona (Corso Milano) guidano la classifica dei superamenti, con oltre 40 giornate critiche già nei primi tre mesi dell’anno, quindi più del doppio del massimo consentito annuale. Anche Modena, Vicenza, Parma, Padova e Venezia mostrano valori elevati e diffusi, a conferma della gravità del problema in Pianura Padana.
I mesi estivi vedono un calo netto dei superamenti, ma in alcune città (Napoli, Verona, Modena) persistono picchi anche tra giugno e agosto, segno di un inquinamento strutturale non legato solo alla stagione fredda.
Nel complesso, oltre due terzi delle stazioni considerate hanno già superato il limite massimo annuo di 18 giorni entro marzo, evidenziando l’insufficienza delle politiche attuali per ridurre le emissioni da traffico, riscaldamento e combustioni diffuse.
Le concentrazioni più alte di PM2,5 si registrano nelle stazioni del Nord: Milano (Mi-Marche e Mi-Pascal Città Studi), Brescia (Villaggio Sereno), Padova, Torino e Modena superano già in inverno i 20 giorni di sforamento mensile, quindi oltre l’intero limite annuo previsto dalla Direttiva UE in poche settimane. Anche le stazioni di Vicenza, Bergamo, Trento e Parma mostrano un accumulo costante di superamenti nei mesi freddi. Nel Centro-Sud si distinguono Terni, Napoli, Roma e Ancona, dove il particolato fine resta sopra i limiti europei, seppur con un andamento più contenuto.
Come per il PM10, i mesi gennaio–marzo rappresentano il periodo più critico, ma l’estate 2025 registra una ripresa in alcune aree urbane (Bologna, Prato, Napoli), probabilmente a causa di ondate di calore, traffico intenso e combustioni estive.
Il PM2,5 resta il contaminante più critico dal punto di vista sanitario: essendo più fine e persistente, penetra in profondità nei polmoni e ha effetti cronici sul sistema cardiovascolare.
Il quadro riepilogativo dei superamenti dei limiti introdotti dalla Direttiva UE 2881/2024
A settembre sono 21 su 27 le città che hanno registrato più di 18 giorni di superamenti (il numero massimo previsto dalla Direttiva europea) delle medie giornaliere per uno o più degli inquinanti monitorati (PM10 15 città, PM2,5 15 città, NO2 8 città, Ozono 17 città).
Le tabelle offrono una visione d’insieme molto chiara della qualità dell’aria nelle città italiane, perché mette insieme quattro inquinanti diversi – polveri sottili (PM10 e PM2,5), biossido di azoto (NO₂) e ozono – e mostrano quante volte ciascuno ha superato i limiti fissati dalla direttiva europea (valore obiettivo per l’ozono). Il risultato è impressionante: in diverse città i superamenti non sono eccezioni isolate, ma centinaia di episodi concentrati nei primi nove mesi del 2025.
Napoli e Milano guidano la classifica con oltre duecento superamenti ciascuna: significa che, quasi ogni giorno, almeno un inquinante ha oltrepassato i valori consentiti. Subito dopo troviamo Torino, Bergamo, Vicenza, Modena e Padova, tutte sopra quota 140. Si tratta in gran parte di città della Pianura Padana, una zona notoriamente fragile per la qualità dell’aria, dove traffico, attività industriali e condizioni meteo-climatiche sfavorevoli favoriscono l’accumulo degli inquinanti.
Se al Nord pesano soprattutto le polveri e l’ozono – che esplode nei mesi estivi con decine di giornate critiche a Bergamo, Milano, Modena e Torino – al Sud il quadro è diverso. Napoli, Palermo e Messina, infatti, emergono soprattutto per i livelli altissimi di biossido di azoto, legati al traffico veicolare e alla presenza dei porti, che in estate si sommano al turismo e alle attività marittime. Nel Centro Italia i valori sono mediamente più contenuti, ma non mancano situazioni di rilievo: Firenze e Terni si distinguono per l’ozono.
Questa fotografia ci dice due cose fondamentali. Primo: l’inquinamento atmosferico in Italia è un problema strutturale e diffuso, che non riguarda solo qualche giornata di emergenza, ma decine e decine di giorni ogni anno. Secondo: la geografia delle criticità è diversa. Al Nord domina la combinazione tra polveri e ozono, al Sud la pressione del traffico urbano e portuale rende il NO₂ il principale nemico.
Le conseguenze, però, sono le stesse ovunque: aria di scarsa qualità che danneggia la salute, peggiora le malattie respiratorie e riduce la qualità della vita. E il messaggio che viene da questi numeri è chiaro: senza interventi strutturali – meno auto in città, mobilità elettrica e pubblica, riduzione delle combustioni e maggiore controllo sulle emissioni portuali e industriali – non sarà possibile riportare i livelli entro i limiti europei, né tantomeno avvicinarsi alle linee guida dell’OMS, molto più severe.
Tutti i dati complessivi dei primi nove mesi dell’anno ed il dettaglio di quelli del mese appena trascorso sono disponibili a queste pagine.
