La capitale indiana Delhi vive da anni sotto una cappa di smog denso e persistente che trasforma le mattine in un paesaggio giallastro e irrespirabile. Non si tratta di un’emergenza occasionale, ma di una condizione cronica che colpisce decine di milioni di persone in tutta la pianura indo-gangetica, da Varanasi ad Agra, con picchi di inquinamento tra i più alti al mondo. Nelle ultime settimane l’indice di qualità dell’aria ha sfiorato quota 500, livelli considerati estremamente pericolosi per la salute, con effetti immediati come irritazioni a gola, occhi e vie respiratorie.
Secondo Arunesh Karkun, ricercatore capo dell’organizzazione indipendente Sustainable Futures Collaborative, non emerge alcuna tendenza strutturale di miglioramento: l’attenzione mediatica su Delhi rischia anzi di nascondere una situazione altrettanto grave in molte altre grandi città indiane, come Mumbai. Le cause sono molteplici e interconnesse: traffico veicolare in forte crescita (in particolare auto private e sport utility vehicle), combustione di biomassa, centrali termoelettriche, attività industriali, cantieri edili, oltre ai picchi stagionali legati alla combustione delle stoppie agricole e ai fuochi d’artificio durante le festività come Diwali.
A peggiorare il quadro contribuiscono fattori meteorologici e geografici: l’assenza di vento, l’elevata umidità e la posizione di Delhi nella pianura del Gange, chiusa a nord dall’Himalaya, favoriscono il ristagno degli inquinanti, in modo non dissimile – seppure su scala molto più ampia – da quanto avviene nella pianura Padana. Le conseguenze sono tangibili anche sul piano della mobilità e dei servizi: incidenti, treni in ritardo, centinaia di voli cancellati.
Il governo ha reagito attivando il livello massimo del piano antismog, con stop a cantieri e industrie più inquinanti, smart working diffuso, restrizioni alla circolazione e scuole chiuse o online. Tuttavia, queste misure emergenziali appaiono insufficienti di fronte a un problema strutturale. Nonostante alcuni progressi tecnologici – veicoli più efficienti, standard emissivi più severi, una crescita ancora limitata dei veicoli elettrici – i benefici sono stati annullati dall’aumento del traffico privato e merci, da una rete di autobus insufficiente e da infrastrutture pedonali inadeguate.
Criticità rilevanti emergono anche nel monitoraggio: pur avendo più centraline di qualsiasi altra città indiana, molte stazioni di Delhi sono mal posizionate o gestite in modo inadeguato, con lacune nei dati e vaste aree periferiche e industriali poco o per nulla coperte. Le soluzioni “spettacolari” adottate – come cannoni antismog, torri di purificazione dell’aria o il cloud seeding per indurre la pioggia – sono giudicate da molti esperti costose e inefficaci.
La via indicata dagli studiosi è un’altra: identificare con precisione le fonti di inquinamento e i loro impatti sanitari, intervenire in modo deciso su quelle più nocive, rafforzare i controlli e accompagnare il tutto con una reale transizione verso tecnologie più pulite nei trasporti, nell’industria, nelle costruzioni e in agricoltura. Senza un approccio sistemico e di lungo periodo, avvertono gli esperti, Delhi continuerà a svegliarsi sotto la stessa cappa grigia.
Fonte: Wired Italia
