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Mentre il mondo discute di “transizione verde”, cresce il rischio che la riconversione ecologica dell’economia globale riproduca – con nuovi strumenti – i vecchi meccanismi del dominio coloniale. È questo il messaggio forte che arriva dal Rapporto Oxfam 2025, pubblicato in concomitanza con il Forum economico di Davos: “Disuguaglianza: povertà ingiusta e ricchezza immeritata”.

Il documento denuncia come la ricchezza accumulata nelle mani di pochi, la concentrazione del potere economico e tecnologico e le logiche estrattive che regolano le catene del valore globale stiano alimentando un nuovo “colonialismo verde”.

Dalla dipendenza fossile alla dipendenza mineraria

Il rapporto spiega come la transizione energetica, se governata con le stesse logiche del passato, rischia di trasformarsi in una nuova forma di estrattivismo: non più petrolio o carbone, ma litio, cobalto, rame e terre rare, indispensabili per le batterie, le turbine eoliche e i dispositivi digitali.

Gran parte di queste materie prime si trova nel Sud del mondo – in Africa, America Latina e Asia – ma la proprietà, la trasformazione e i profitti rimangono concentrati nel Nord globale.

Secondo Oxfam, il 70% del valore aggiunto lungo la filiera delle tecnologie verdi si concentra in soli cinque Paesi industrializzati, mentre ai Paesi produttori resta una quota minima, spesso accompagnata da sfruttamento del lavoro, inquinamento ambientale e perdita di biodiversità.

È il caso del “triangolo del litio” tra Argentina, Bolivia e Cile, dove comunità indigene denunciano espropri di terre e prosciugamento delle falde acquifere per alimentare la corsa ai veicoli elettrici dei Paesi ricchi. Lo stesso accade in Congo, dove il cobalto necessario per le batterie di smartphone e auto elettriche viene estratto spesso da minori in miniere artigianali prive di tutele sanitarie.

Oxfam parla di un vero “neocolonialismo ecologico”, in cui il Nord continua a dettare le regole della produzione globale e a trarre profitto dalla fragilità normativa e istituzionale del Sud.

Il debito come strumento di controllo

A rafforzare queste disuguaglianze c’è il nodo del debito pubblico.

Tra il 1970 e il 2023, i Paesi del Sud hanno versato ai creditori del Nord oltre 3,3 trilioni di dollari di interessi, e oggi più di 3,3 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono più per il debito che per sanità e istruzione.

Il risultato è una spirale di dipendenza: mentre i governi del Nord possono finanziare la propria transizione verde a tassi prossimi all’1%, quelli del Sud pagano interessi cinque o otto volte superiori.

In molti casi, i progetti di energia rinnovabile vengono realizzati attraverso finanziamenti condizionati, che impongono tecnologie, fornitori e modelli industriali provenienti dall’Europa o dagli Stati Uniti, perpetuando rapporti di subordinazione economica e tecnologica.

Estrattivismo digitale e potere dei dati

Accanto al colonialismo delle risorse materiali, Oxfam denuncia anche un crescente colonialismo digitale.

Le grandi piattaforme globali – i cosiddetti “nuovi estrattori” – si appropriano dei dati, delle conoscenze e dei mercati emergenti del Sud globale, consolidando un sistema in cui il controllo tecnologico diventa nuova forma di potere.

Dalle reti sociali ai servizi di intelligenza artificiale, l’economia digitale produce ricchezza per pochi colossi, mentre impone ai Paesi più poveri un ruolo di meri consumatori o fornitori di dati, privandoli della possibilità di costruire filiere tecnologiche autonome.

La transizione diseguale

Oxfam riassume questa dinamica in una frase: “Le stesse economie responsabili dell’emergenza climatica stanno ora accaparrandosi i benefici della decarbonizzazione, lasciando al Sud i costi ambientali e sociali.”

Mentre le imprese europee e statunitensi si contendono i fondi pubblici e i crediti di carbonio, milioni di persone nel Sud del mondo subiscono gli impatti più gravi della crisi climatica – siccità, alluvioni, insicurezza alimentare – senza disporre delle risorse per adattarsi o ricostruire.

A oggi, solo il 12% dei finanziamenti climatici globali arriva effettivamente ai Paesi più vulnerabili, spesso sotto forma di prestiti e non di sovvenzioni.

La conseguenza è una transizione “a doppia velocità”:

  • verde e digitale per il Nord,
  • estrattiva e diseguale per il Sud.

Oxfam invita a rovesciare questa logica, mettendo al centro una giustizia climatica globale, che riconosca la responsabilità storica delle economie industriali e garantisca ai Paesi del Sud il diritto a uno sviluppo sostenibile, equo e autodeterminato.

Dalla retorica alla giustizia

Per uscire da questa trappola, il rapporto propone misure concrete:

  • tassazione straordinaria sulle grandi fortune e sui profitti delle multinazionali energetiche e tecnologiche;
  • cancellazione del debito insostenibile dei Paesi più poveri;
  • trasferimento di tecnologie pulite e accesso equo alle risorse critiche;
  • finanziamenti diretti e non condizionati per l’adattamento climatico e la salute pubblica.

L’obiettivo, spiega Oxfam, non è soltanto riequilibrare la bilancia economica, ma evitare che la transizione ecologica diventi “una nuova forma di apartheid climatico”.

Una questione anche di salute globale

Queste disuguaglianze non sono solo economiche o ambientali, ma profondamente sanitarie.

L’impatto dell’estrazione mineraria, la contaminazione delle acque, il degrado del suolo e l’esposizione dei lavoratori nelle filiere “verdi” producono danni immediati alla salute delle popolazioni locali, amplificando le ingiustizie ambientali e sociali.

Una transizione davvero giusta deve dunque includere il diritto alla salute, alla sicurezza sul lavoro e alla tutela degli ecosistemi, soprattutto nei territori più vulnerabili del pianeta.

In conclusione

Il colonialismo verde denunciato da Oxfam non è una metafora, ma una realtà economica e geopolitica che attraversa la transizione ecologica.

Finché le regole della finanza e del commercio globale continueranno a favorire pochi e a penalizzare molti, nessuna “rivoluzione verde” potrà dirsi giusta.

Solo una nuova governance internazionale, capace di redistribuire risorse, conoscenze e potere decisionale, potrà evitare che la decarbonizzazione del pianeta si traduca nell’ennesima colonizzazione del futuro.